Amor mi disse: Questa è Primavera,

E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

Questo Sonetto ha molte parti: la prima delle quali dice, come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel core, e come parve che Amore m’apparisse allegro da lunga parte; la seconda, dice come mi parve che Amore mi dicesse nel mio core, e quale mi parea; la terza dice come, poi che questo fu alquanto stato meco cotale, io vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia quivi: Dicendo: or pensa pur; la terza quivi: E poco stando. La terza parte si divide in due: nella prima, dico quello ch’io vidi; nella seconda, dico quello ch’io udii; e comincia quivi: Amor mi disse.


Potrebbe qui dubitar persona degna da dichiarargli ogni dubitazione, e dubitar potrebbe di ciò ch’io dico d’Amore, come se fosse una cosa per sè, e non solamente sostanza intelligente, ma sì come fosse sostanza corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa; chè Amore non è per sè siccome sostanza, ma è un accidente in sostanza. E che io dica di lui come fosse corpo, ed ancora come se fosse uomo, appare per tre cose che io dico di lui. Dico che ’l vidi di lungi venire; onde conciossiacosa che il venire dica moto locale, e localmente mobile per sè, secondo il filosofo, sia solamente corpo; appare che io ponga Amore essere corpo. Dico anche di lui che elli ridea, e anche che parlava; le quali cose paiono esser proprie dell’uomo, e specialmente esser risibile; e però appare ch’io ponga lui esser uomo. A cotal cosa dichiarare, secondo ch’è buono al presente, prima è da intendere che anticamente non erano dicitori d’Amore in lingua volgare, anzi erano dicitori d’Amore certi poeti in lingua latina: tra noi, dico, avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e avvegna ancora che, siccome in Grecia, non volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano. E non è molto numero d’anni passato, che apparirono prima questi poeti volgari; chè dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciol tempo è, che se volemo cercare in lingua d’oco e in lingua di , noi non troveremo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni. E la cagione per che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che quasi furono i primi che dissero in lingua di . E lo primo che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi latini. E questo è contro a coloro che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiacosa che cotal modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d’Amore. Onde, conciossiacosa che a’ poeti sia conceduta maggior licenza di parlare che alli prosaici dittatori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari: onde, se alcuna figura o colore retorico è conceduto alli poeti, conceduto è a’ rimatori. Dunque, se noi vedemo che gli poeti hanno parlato alle cose inanimate come se avessero senso e ragione, e fattele parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere; cioè che detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, e detto che molti accidenti parlano, siccome fossero sostanze e uomini; degno è lo dicitore per rima fare lo simigliante, non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d’aprire per prosa. Che li poeti abbiano così parlato come detto è, appare per Virgilio; il quale dice che Giuno, cioè una dea nemica dei Troiani, parlò ad Eolo signore delli venti, quivi nel primo dell’Eneida: Æole, namque tibi, e che questo signore rispose, quivi: Tuus, o regina, quid optes. Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è animata alle cose animate, nel terzo dell’Eneida, quivi: Dardanidæ duri. Per Lucano parla la cosa animata alla cosa inanimata, quivi: Multum, Roma, tamen debes civilibus armis. Per Orazio parla l’uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona; e non solamente sono parole di Orazio, ma dicele quasi recitando lo modo del buono Omero, quivi nella sua Poetria; Dic mihi, Musa, virum. Per Ovidio parla Amore, come se fosse persona umana, nel principio del libro c’ha nome Rimedio d’Amore, quivi: Bella mihi, video, bella parantur, ait. E per questo puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte di questo mio libello. E acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che nè li poeti parlano così senza ragione, nè que’ che rimano deono così parlare non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono, però che grande vergogna sarebbe a colui che compone cose sotto vesta di figura o di colore retorico, e poi domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente.


Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correano per veder lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venìa nel core di quello, ch’egli non ardìa di levare gli occhi, nè di rispondere al suo saluto; e di questo molti, siccome esperti, mi potrebbono testimoniare a chi nol credesse. Ella coronata e vestita di umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poi che passata era: «Questa non è femina, anzi è uno de’ bellissimi angeli di cielo». E altri diceano: «Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare!» Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti i piaceri, che quelli che la miravano comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire non la sapevano; nè alcuno era lo quale potesse mirar lei, che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano mirabilmente e virtuosamente. Ond’io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire parole nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pure coloro che la poteano sensibilmente vedere, ma gli altri sapessono di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo Sonetto:

Tanto gentile e tanto onesta pare