Che cosa significa ‛Azazel? Molto se ne è disputato dagli antichi e moderni interpetri, ma la spiegazione più probabile, avvalorata anche dalla tradizione giudaica, è che sʼintendesse sotto quel nome un demone malefico,[542] uno di quelli chiamati Seʼirim, demoni dal piede caprino, a cui la superstizione popolare prestava fede. E quantunque altrove si proibisse di sacrificare a questi supposti Dei minori (Levit., xvii, 7), pure si vede quanto fosse grande la superstizione, se unʼaltra legge aveva dovuto con questa venire a patti, e fare in tal modo non piccolo strappo al monoteismo, che per ogni altro rispetto si voleva rigoroso e assoluto.

Nei sette giorni della festa delle capanne sʼimmolavano due montoni, quattordici agnelli, e il solito capro espiatorio, ma il numero dei tori variava cominciandosi nel primo giorno da tredici, e diminuendo ogni giorno di uno. Nellʼottavo giorno, chiamato di santa convocazione, il sacrificio era eguale a quello del primo giorno del settimo mese (Num., xxix, 12–39).

Oltre questi sacrificii il pubblico era obbligato a un sacrificio espiatorio, consistente in un toro, che tutto doveva bruciarsi, se per errore lʼuniversità dei credenti fosse caduta pubblicamente in qualche peccato (Levit., iv, 13–21).

Una più recente disposizione (Num., xv, 22–26) impone in questo caso, oltre un toro, anche un capro. I talmudisti, per conciliare siffatta contraddizione, vollero che nel Levitico si parlasse di peccati in genere; nel Numeri, dello speciale peccato di adorare altri Dei, o dʼidolatria.[543] Di più nellʼuno e nellʼaltro caso intesero che si trattasse sempre di un erroneo insegnamento dato dal sommo magistrato, e seguito da tutto il popolo o dalla massima parte. E alcuni dottori non furono contenti di una o due vittime, come apparirebbe dal testo della Scrittura, ma ne vollero chi dodici o ventiquattro, vale a dire o un toro, o questo e un capro per ognuna delle dodici tribù, e chi tredici o ventisei, aggiungendo anche un sacrifizio apposito, per il magistrato stesso che avesse dato lʼerroneo insegnamento.[544]

Finalmente come offerta incruenta si ponevano sulla sacra mensa, di settimana in settimana, dodici focaccie chiamate il pane del cospetto, che mangiavano i sacerdoti cui spettava allora il servizio (Levit., xxiv, 5–9).

I mezzi per supplire alle spese di tutti questi sacrifizii pubblici, ed anche ad altri bisogni del culto, erano forniti da una tassa di mezzo siclo a testa, imposta sopra tutti i maschi maggiori di ventʼanni, come riscatto della loro vita, quando si doveva fare il censimento (Esodo, xxx, 12–16). Imperocchè era un pregiudizio presso gli Ebrei, quello di non fare direttamente il censo delle persone (2o Sam., xxiv), ma contare invece le monete da esse pagate. Il testo non stabilisce quando questo censimento dovesse farsi; ma i rabbini tennero che la tassa dovesse pagarsi ogni anno.[545]

I sacrifizii privati obbligatorii erano, lʼagnello pasquale (Esodo, xii), i primogeniti degli animali ovini e bovini (Esodo, xiii, 2; Num., xviii, 17), la decima di questi stessi animali (Levit., xxvi), secondo lʼinterpretazione talmudica, i sacrificii espiatorii, e quelli di purificazione.

Il Talmud, oltre lʼagnello pasquale, aggiunse lʼobbligo di offrire nelle tre feste annuali della Pasqua, della Pentecoste e delle Capanne un olocausto detto di presentazione (Reijà), e un altro sacrificio di animali ovini o bovini, per farne parte ai sacerdoti, e per celebrare in quei giorni solenni un convito sacro (Ḣaghighà), ognuno colla propria famiglia, e anche con i propri amici.[546] Ma si poteva profittare di questa occasione per offrire la decima degli animali, o anche i voti fatti nel corso dellʼanno, e valevano come sacrificii festivi.

Quelli espiatorii si offrivano nel caso che involontariamente alcuno fosse caduto in qualche trasgressione; ma qui si distinguono le qualità delle persone. Il sommo sacerdote doveva offrire un toro che per intiero si bruciava, ma il grasso si bruciava sullʼaltare, tutto il rimanente nel deposito della cenere (Levit., iv, 1–12).

Il principe doveva offrire un capro; qualunque altro privato una capra o una pecora (ivi, 22–35), alla quale disposizione apparisce essere contradittoria quella, forse più recente, del Numeri (xv, 27–31), che indifferentemente per tutti prescrive una capra. I talmudisti vollero togliere questa contraddizione, riferendo il passo del Numeri al solo peccato di adorare altri Dei, o dʼidolatria.[547]