Per istabilire in quale relazione cronologica stiano fra loro le varie raccolte legislative del Pentateuco fa dʼuopo osservare come nella legge ebraica da una parte siasi operato lo svolgimento delle idee religiose, e dallʼaltra siasi fatto sentire il bisogno di determinare le relazioni civili di cittadino a cittadino, e dei cittadini con lo Stato.
Nellʼetà mosaica lo svolgimento dellʼidea religiosa era giunto fino al concetto del monoteismo personificato nel Dio nazionale Jahveh, quindi al dovere di rispettarne il nome, e di festeggiarlo col riposo di un giorno la settimana. Le relazioni civili erano determinate con la santificazione della famiglia, col rispetto alla vita, alla proprietà e allʼonore dei cittadini.
Questi sono i principii enunciati nel Decalogo. Una gente ancora nomade non poteva avere altro svolgimento dʼidee religiose, non poteva sentire il bisogno di determinare relazioni civili che ancora non esistevano. Ma stabilitisi gli Ebrei nella Palestina, il bisogno di istituire leggi intorno al vivere civile doveva per primo farsi sentire, quindi la formazione del piccolo codice sopra esposto, il quale contiene molte disposizioni che concernono la libertà personale, la vita e la proprietà, circondate da sanzioni penali, e poche altre determinazioni intorno alla religione e al culto oltre quelle stabilite dal Decalogo. Giova qui però partitamente enumerarle: 1o Confermazione del principio monoteistico (xx, 23; xxii, 19; xxiii, 13). 2o Modo di edificare lʼaltare sul quale dovevano offrirsi i sacrifizii (xx, 24–26). 3o Proibizione di ogni superstizione divinatoria (xxii, 17). 4o Consacrazione delle primizie e dei primogeniti (xxii, 28, 29; xxiii, 19). 5o Proibizione di cibarsi di animali sbranati (xix, 30). 6o Confermazione di consacrare a Dio un giorno di riposo sopra sette (xxiii, 12). 7o Le tre feste annuali (ivi, 15–17). 8o Altri precetti intorno al modo di offrire i sacrificii (ivi, 18). 9o Proibizione di cuocere un animale col latte della madre (ivi, 19).
Questi pochi precetti religiosi lasciavano del resto piena libertà in ogni altro particolare del culto; ed è sopratutto notevole che non sono accompagnati, tranne il 1o e il 3o, da veruna sanzione penale. Le altre due leggi poi accolte dal Jehovista nellʼopera sua (Esodo, xii, 21–28, xii, 3–16) sono soltanto ampliazioni di quelle da noi qui annoverate sotto i numeri 4 e 7; ma senza imporre nessuna maggiore restrizione.
Però è da osservarsi che nel precetto intorno al modo di edificare lʼaltare si parla di offerire sopra quello due specie di sacrifizii, detti in ebraico ʼOloth e Shelamim, cioè olocausti e sacrifizii di pace, che a differenza dei primi non erano per intiero bruciati sullʼaltare. Ma degli uni e degli altri si parla, come a ragione osserva il Böhl,[219] in modo da far supporre che già si conoscesse quali secondo il rito dovevano essere. Ora la legge nel Pentateuco non insegna nulla intorno a queste diverse maniere di sacrificii se non nel Levitico (i, iii). Ma sarebbe voler dedurre una conseguenza eccessiva, se si dicesse che la legge dellʼEsodo xx, 24 suppone di necessità come anteriore o contemporanea quella del Levitico, perchè di olocausti e di sacrifizii pacifici non avrebbe potuto parlare, se altra legge o anteriore o contemporanea non avesse stabilito quali gli uni e gli altri avrebbero dovuto essere. No, questa sarebbe una illazione non giusta. Imperocchè gli Ebrei, al pari degli altri popoli, offrivano sacrifizii anche prima che lor fosse data la legge. Gli offrivano i patriarchi (Gen., xii, 8; xiii, 18; xxvi, 25; xxxiii, 20; xxxv, 7); Mosè, quando chiedeva il permesso al Faraone di condurre gli Ebrei nel deserto, adduceva come ragione o come pretesto di dover sacrificare a Jahveh (Esodo, v, 3, viii, 23, x, 25); e secondo la narrazione biblica, olocausti e sacrifizii pacifici furono offerti dopo la teofania sul Sinai (xxiv, 5), prima che la legge sacerdotale del Levitico fosse promulgata. Dunque non solo lʼofferire in genere sacrificii, ma lʼofferirgli di diversa specie, era un costume prima che acquistasse forma e validità di rito. Perciò poteva benissimo il legislatore dellʼEsodo xx, 24 parlare di olocausti e di sacrifizii pacifici come di cosa cognita, non perchè la legge avesse insegnato che cosa dovevano essere, ma perchè mediante il costume si sapeva in fatto che cosa erano.
Ora, intorno allo svolgimento delle idee religiose nel popolo ebreo, sono da notarsi come principii fondamentali: 1o Il monoteismo che si va successivamente sempre più epurando fino a proibire il culto delle imagini. 2o La purità e santità che doveva informare la vita di tutti i cittadini. 3o La celebrazione di determinate feste e di alcuni sacrifizii e di offerte. 4o Lʼaccentramento del culto in un solo luogo consacrato come soggiorno della presenza divina. 5o La istituzione di una privilegiata casta sacerdotale.
Questi principii, tranne i due ultimi, sono contenuti come in germe nel piccolo codice. E del primo e del terzo non occorre dare ulteriore dimostrazione, appalesandosi troppo chiaramente da sè stessi. La santità poi della vita è enunciata come motivo nel precetto di dovere astenersi dalle carni degli animali sbranati (xxii, 30).
Ma lʼaccentramento del culto è escluso anzi dal v. 24 del cap. xx (vedi sopra, pag. 40), e così pure la istituzione di una privilegiata casta sacerdotale, poichè ministri del culto come offeritori dei sacrifizii ci sono presentati i giovani di tutto il popolo (xxiv, 5). E se abbiamo posto la compilazione del piccolo codice circa allʼetà di Samuele, possiamo dire di averne una conferma nella storia, la quale ci narra: 1o che i luoghi di culto erano ancora più e diversi, trovandoli ora in Shilò (Giosuè, xviii, 1; 1o Samuel, i), ora in Sichem (Giosuè, xxiv, 1), ora in Beth–El (Giudici, xx, 18–26), ora in Ghilgal, ora in Mizpà, ora in Rama (1o Samuel, vii, 16, 17; xi, 15), e che si offrivano sacrifizii anche fuori di questi luoghi; 2o che non erano ancora i Leviti, e molto meno gli Aronidi, riconosciuti come i soli ministri del culto; imperocchè offrì sacrifizii Gedeone (Giudici, vi, 25 e seg.), gli offerì Manoah (ivi, xiii, 19), e quel che più monta gli offrì Samuele (1o Samuel, vii, 9 e seg.). Il quale mai nei libri da lui intitolati e che ci raccontano la sua vita, non ci è presentato come della tribù di Levi, ma anzi ci appare di quella di Efraim.
Nè è certo da attribuirsi molta fede alla genealogia delle Croniche (1o, vi, 13) che fa Samuele della tribù di Levi, perchè questo libro di età molto bassa, è scritto tutto con intendimenti sacerdotali. Ad ogni modo poi, secondo lʼordinamento teocratico, quale lo abbiamo nella legislazione ELN, non bastava essere Levita per potere offerire i sacrificii, ma faceva dʼuopo essere della discendenza di Aron. E siccome dalle cose accennate apparisce che più erano i luoghi di culto, e che offrivano i sacrifizi anche uomini di qualunque tribù, si conclude che nei tempi di Samuele gli Ebrei non erano ancora pervenuti a tale svolgimento religioso, che imponesse lʼaccentramento del culto e lʼunica casta sacerdotale.