Se noi ora prendiamo in esame le diverse raccolte di leggi che trovansi nel Pentateuco, oltre a quella già da noi esposta, troviamo che, seguendo lʼopinione più comune, senza voler dire con ciò che noi fin dʼora lʼadottiamo, si possono distinguere in tre. 1o Quella oggi da molti critici detta il codice sacerdotale (Esodo, xxv–xxxi, 17, xxxv–xl; Levitico, i–xvi); 2o un gruppo di varie leggi (Levitico, xvii–xxvii); 3o il Deuteronomio; oltre alcune disposizioni di vario genere sparse fra le narrazioni del libro del Numeri.

Il grande problema nella legislazione del popolo ebreo sta appunto nel risolvere come questi diversi strati legislativi si siano formati e sovrapposti lʼuno allʼaltro, perchè in quanto al riconoscere lʼanteriorità del piccolo codice (Esodo, xx–xxiii), tutti sono concordi, tanto i tradizionalisti, quanto i razionalisti di tutte le scuole. Difatti, anche i primi, i quali vogliono tutta la legislazione del Pentateuco opera di Mosè, riconoscono che il Decalogo e le leggi che immediatamente gli succedono, furono la prima base di un insegnamento civile e religioso, di cui le altre che seguono formano lʼulteriore svolgimento. E i secondi possono differire nel determinare lʼetà cui sia da attribuirsi detto piccolo codice, facendolo alcuni della età dei Giudici,[220] altri volendolo anche più antico,[221] e altri ritardandolo fino al principio dei tempi monarchici,[222] ma nessuno lo pone posteriore, tranne che al Decalogo, ad alcuna altra parte legislativa del Pentateuco.[223] Mentre la maggiore discrepanza di opinioni trovasi nello stabilire la relazione in cui stanno fra loro le altre compilazioni legislative.

Ossia il codice sacerdotale ha preceduto o seguito il Deuteronomio? E lʼuno e lʼaltro in quale età sono stati formati? E il gruppo di leggi del Levitico, xvii–xxvii, quale posto occupa relativamente agli altri due? E finalmente ognuno di questi tre codici, se così vogliamo chiamarli, è per sè stato formato come concetto di una sola mente e di un solo autore, o sono anchʼessi compilazioni di tante diverse leggi e piccole raccolte di leggi formatesi successivamente in varii tempi, secondo le diverse opportunità e le diverse esigenze?

A nostro avviso, il bandolo sgroppatore della matassa sta tutto nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici, sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.

Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice sacerdotale (Levit., xxiii; Num., xxviii, xxix) siano divenute tre nel Deuteronomio (xvi). Non può essere che la casta sacerdotale distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie, primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo, sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (xiv, 27–29; xxv, 11–12). Non può essere finalmente che dopo avere fissato con ogni maniera di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.

Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti come conosciuti (x, 8; xxiv, 8). E perchè inoltre alcune leggi importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio, invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi avessero supplito.

Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo, per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della legge ebraica.

Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (Esodo, xxv–xxxi, 17; xxxv–xl) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi (Levit., i–x), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioni nel deserto unʼorda nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami, nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo biblico (Esodo, xxv, 3–7; xxxv, 5–9). Non potevano nemmeno gli Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato lʼarte (1o Re, v, 20 e seg.; vii, 13 e seg.). Non potevano inoltre gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii. Quivi si comanda agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento nella terra promessa (Levitico, xvii, 8–9).

Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.

La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di Giosuè (xi, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello stesso libro (xiii e seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più veritiere,[224] che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi, e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei Giudici. Dunque non è supponibile che orde di conquistatori, i quali solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti, meglio armati (cfr. 1o Samuel, xiii, 19–22) e più, agguerriti, pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (Levitico, i–iii). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio, nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte, secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso, e che ci viene appunto descritta nel xvii del Levitico, nel xii del Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele. Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda, ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di cui si parla nellʼEsodo, ciò non è possibile, perchè non è possibile che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.