Secondo un passo del libro di Giosuè (xviii, 1), appena stabiliti nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo, quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si trovava invece a Beth–El (Giudici, xx, 27). Perchè e come sarebbe avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi. Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò, della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così nel capitolo xx dei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El per interrogare il responso divino sul partito da prendersi, si aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio) è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (Num., xxv, 7 e seg.); e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici, bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze, le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino, era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida. Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di questi anche i talmudici.

Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso tabernacolo descritto nellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti narrati nella storia.

Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1o Sam., iv). Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente. Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi, vii, 1), dove ci si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2o Sam., vi). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225] ma durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro convegno ora Mizpà, (1o Sam., vii, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora Ghilgal, (ivi, xi, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso, ce lo attesta un detto di Geremia (vii, 12–14) il quale vaticina al tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche (2o, i, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei sacerdoti e del culto sarebbe stata in Nob (1o Sam., xxi e seg.). Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale del culto sotto il nome di Bamà massima la città di Ghibʼon (1o Re, iii, 3).[226] Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone, e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1o Sam., iv, 5, xiv, 18).

Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.

Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto. È vero che questo, come attesta la storia successiva, non potè pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1o Re, xii, 29–33) e dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale. Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi, giacchè danno questo titolo ai figli di David (2o Samuele, viii, 18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227] Ma non si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzione del codice sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri, se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto (Ezechiele, xl–xlvi). Ora se fosse esistito quello molto più ampio della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico, è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto accentramento del culto (Levit., xvii) nè la disciplina interna della casta sacerdotale (xxi, xxii). E lo stesso è a dirsi delle parti del Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico (xxiii) e nel Numeri (xxviii, xxix), perchè in questi libri si parla di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione e alla penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24o dello stesso mese, senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto nuova, (Nehemia, viii, 14–ix, 1). Escluso adunque che possano essere anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo da questi ultimi.

Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodo xxi–xxiii che sul principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi di animali trovati sbranati nella campagna (xxii, 30). Questo principio ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità anche altre specie di cibi. Il capitolo xi del Levitico e xiv (v. 3–21) del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse diveniva impuro per tutto quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti lustrali, (xi, 39 e seg.).

In generale i riti del capitolo xi del Levitico sono più estesi che quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino lʼirace (Shafan) e la lepre, posti non ostante fra gli animali proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.

La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome di Dajjah, e in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]

Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta, o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte nellʼEsodo (xxiii, 19, xxxiv, 26) di non cucinare un capretto col latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella presente compilazione il capitolo xi del Levitico fa parte.