Capitolo VII

altre novelle al primo codice

(Levitico, xix, xx, xviii)

Come sopra già ci venne fatto di accennare (pag. 15), i capitoli xvii–xxvi del Levitico constano di leggi e di riti di diversa indole, cosicchè non presentano fra loro vera unità, e mostrano ancora notevoli differenze di stile fra le loro diverse parti. Perciò contrariamente alla opinione di alcuni critici che vedono in questi capitoli un codice per sè stante, che forma quasi il passaggio nello svolgimento religioso e civile del popolo ebreo fra la legge del Deuteronomio e quella del codice sacerdotale,[237] assentiamo più volentieri allʼopinione di quelli che tengono questi capitoli di più autori e di più età, raccolti poi da un più recente compilatore.[238] Ma non parleremo qui se non di quelle parti che possonsi con qualche probabilità tenere anteriori al Deuteronomio, le altre esamineremo al debito luogo.

Il capitolo xix è una raccolta di varie raccomandazioni religiose, morali e di rito, che da un lato fanno riscontro al Decalogo e al codice dellʼEsodo xx–xxiii, dallʼaltro ad alcune leggi del Deuteronomio. Ma si presentano più nello stile parenetico dellʼesortatore morale che del vero e proprio legislatore, tanto più che non sono per nulla accompagnate da sanzioni penali, dovendosi tenere, come fra poco meglio spiegheremo, per interpolazioni di più recente mano i vv. 6–8, e 20–22.

Incomincia questo nostro capitolo dal concetto di sopra già notato che il popolo dʼIsraele doveva essere santo, come santo è il suo Dio, quindi raccomanda il rispetto ai genitori, lʼosservanza del sabato come giorno santificato al riposo, e lʼadorazione di un solo Dio.

1. 2.Jahveh parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta lʼadunanza dei figli dʼIsraele, e dirai loro: Santi siate, perchè santo io Jahveh vostro Dio. 3.Ognuno sua madre e suo padre temete; e osservate i miei sabati, io Jahveh Dio vostro. 4.Non vi volgete aglʼidoli e Dei di getto non fate a voi, io Jahveh Dio vostro. 5.E quando sacrificate sacrifizi pacifici a Jahveh, a vostro piacere sacrificateli.

In questi primi cinque versi si ripetono sotto forma diversa tre precetti del Decalogo, e si lascia come nel codice dellʼEsodo (xix, 24) piena libertà in quanto allʼoffrire i sacrifizi.

È aliena interamente dallo stile di tutto questo luogo che in breve forma raccomanda i precetti, senza fermarsi a lungo sopra nessuno, la prescrizione dei tre versi che seguono (6–8) di dover mangiare nei due primi giorni la carne del sacrifizio, di bruciarla, se ne avanzasse fino al terzo, e la sanzione penale che se fosse in questo mangiata, chi avesse in tal modo prevaricato sarebbe distrutto dal suo popolo.[239] Mentre a molti veri e propri delitti, come fra poco vedremo, non si pone in questo nostro capitolo sanzione penale, stando contento lʼautore alla raccomandazione dì astenersene, non è possibile che egli stesso abbia posto la sanzione penale alla trasgressione di un rito rispetto al sacrifizio. Ma è da credersi che o lʼautore del codice sacerdotale, o lʼultimo compilatore combinando con quello questi e altri passi, trovata in questo punto menzione del sacrifizio pacifico, vi abbia inserito la stessa prescrizione rituale che si trova in altro luogo. (Levitico, vii, 17, 18).[240]