I precetti di carità verso i poveri e i forestieri, di cui abbiamo già trovato qualche esempio nel piccolo codice dellʼEsodo, hanno qui un più ampio svolgimento, imponendosi di lasciare a loro benefizio una parte delle ricolte.
9.E nel vostro mietere la mèsse delle vostre terre, non terminare di mietere lʼestremità del tuo campo, e non raccogliere la spigolatura della tua mèsse. 10.E la tua vigna non racimolare, nè raccoglierne gli sparsi granelli, abbandonali al povero e allo straniero: io sono Jahveh Dio vostro.
Non riporteremo qui tutte le sottili distinzioni alle quali è sceso intorno a questi precetti di carità il posteriore rituale rabbinico, avendosi in questo punto un intiero trattato della Mishnah[241] in otto capitoli, sul quale però non abbiamo Ghemarà babilonese, ma solo quella gerosolimitana. Sono da notarsi peraltro alcune disposizioni rabbiniche tutte a vantaggio dei poveri. Se il testo biblico raccomanda di lasciare nel mietere lʼestrema parte del campo a benefizio deglʼindigenti, parrebbe che ciò avesse voluto dirsi soltanto per tutte le specie di fromenti; ai quali si applica propriamente la parola mietere. Ma i Rabbini stabilirono in principio generale che ogni specie di alimento, che può conservarsi, che cresce dalla terra, che si raccoglie in un dato tempo, e si ripone per conservarlo, debba essere sottoposto a questa donazione per i poveri; dimodochè vi compresero oltre i frumenti anche i legumi e quelle specie di piante i cui frutti si ripongono per conservarsi, come i cornioli,[242] i carubi, i noci, i mandorli, le viti, i granati, gli olivi e le palme.[243] Stabilirono ancora che questa estrema parte da lasciarsi ai poveri non potesse essere, al minimo, inferiore a un sessantesimo.[244]
Intorno poi al non racimolare la vite, dal testo biblico apparirebbe che si raccomandasse di lasciare ai poveri i piccoli grappoli sparsi qua e là, che sogliono restare, fatta la vendemmia. Ma i talmudisti hanno stabilito che racemoli si chiamano tutte quelle uve che non sono raccolte in grossi grappoli, dimodochè se una vite producesse il suo frutto tutto in questa maniera, tutto dovrebbe lasciarsi ai poveri, secondo lʼopinione di un dottore, la quale prevalse contro quella dʼun altro che diversamente opinava.[245]
A questi precetti di carità seguono, più in forma di raccomandazioni che di leggi, insegnamenti morali concernenti le relazioni fra uomo e uomo, per la proprietà, per il rispetto alla persona, e alla vita, per lʼamministrazione della giustizia, e anche per quella umanità degli intimi sentimenti, senza la quale non può darsi vero consorzio civile.
11.Non rubate, e non mentite, e non siate falsi ciascuno contro il suo prossimo. 12.E non giurate per il mio nome in falso, profanando il nome del tuo Dio: io Jahveh. 13.Non opprimere il tuo compagno, e non rapire; non rimanga la paga del mercenario presso di te fino la mattina. 14.Non maledire il sordo, e davanti il cieco non porre inciampo, e temerai del tuo Dio: io Jahveh. 15.Non fate torto nel giudicare; non aver rispetto al povero, non avere ossequio al grande, con giustizia giudica il tuo prossimo. 16.Non andare sparlando fra le tue genti, non sorgere contro il sangue del tuo compagno: io Jahveh. 17.Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendi pure il tuo prossimo, e non ti aggravare per lui di peccato. 18.Non prendere vendetta, e non serbare rancore contro i figli del tuo popolo, anzi ama il tuo compagno come te: io Jahveh.
In questi precetti, che sono in parte ripetizione e in parte ampliazione del Decalogo e delle susseguenti leggi, i talmudisti hanno voluto trovare anche precise prescrizioni legali, se non per tutti, almeno per alcuni di essi. Intorno al primo: «non rubate» già sopra abbiamo notato che è questa per essi la vera proibizione di attentare allʼaltrui proprietà, mentre il precetto corrispondente del Decalogo «non rubare» si riferirebbe solo al plagio,[246] e la legge sul furto (Esodo, xxi, 37, xxii, 3), conterrebbe la sanzione penale, la quale secondo un principio di esegesi talmudica già sopra esposto (pag. 37) non potrebbe stare senza una disposizione proibitiva. Non è da tacersi nemmeno che un dottore talmudico intese questo passo del Levitico in modo anche più morale, volendo trovarvi la proibizione della rappresaglia, e inibendo così al derubato di portar via da sè stesso al ladro lʼoggetto rubatogli.[247]
Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al comando di non negare la restituzione di un deposito.[248] Il non esser falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare in falso per negare un debito.[249] La proibizione poi di non giurare in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento. Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo, essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per uno di questi.[250]
Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione di non defraudare il salario dei mercenari[251] per qualunque titolo sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltrui per violenza, mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]
Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253] E il non porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254] Nulla di nuovo aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia, se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]