Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricorere ad arti divinatorie sono ripetizione dei v. 3b e 26b, dimodochè si potrebbe con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.
I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche oggetto, nè coi piedi polverosi.[273] Meschine minuzie, a cui certo non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio Santuario venerate».
Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.
33.E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre, non lʼopprimete. 34.Come un indigeno tra voi sia per voi lo straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.
35.Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso, e nel contenente. 36.Bilancie giuste, pesi giusti, Efàh[274] giusto, Hin[275] giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro, che vi feci escire dalla terra dʼEgitto. 37.E osserverete tutte le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete quelle: io Jahveh.
I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276] Del resto il contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio, cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277] È si può dire che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime, e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]
In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.
I capitoli xviii e xx del Levitico sono fra loro molto affini nel contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (xviii, 21, xx, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.