Fa menzione inoltre lo stesso autore di un altro officio dei leviti, cioè di rendere più solenne il culto accompagnandolo col canto e col suono di varii stromenti (ivi, xxv, 1–7). Anche nel Pentateuco si dice che col suono delle trombe si dovevano accompagnare i sacrificii nei giorni festivi e nelle calende (Num., X, 10), ma non si prescrive questʼofficio ai leviti. I quali del resto sarebbero stati divisi in 24 compagnie come i sacerdoti.

Il tempo del servizio da una legge del codice sacerdotale viene stabilito per i leviti dai trenta ai cinquantʼanni (Num., iv, 3, 23, 30, 39); ma fu modificato poi da una Novella introdotta nello stesso codice, che voleva incominciasse a venticinque (ivi, viii, 24). Le Croniche in parte si accordano colla prima disposizione (1o, xxiii, 3), in parte discordano dallʼuna e dallʼaltra, comprendendo nella rassegna dei leviti tutti quelli da ventʼanni in poi (ivi, 24, 27),[505] come si trova fosse fatto ancora al ritorno dallʼesilio (Ezra, iii, 8); dimodochè è da tenersi che prevalessero in varie età norme differenti. In fatti anche il Talmud riconosce che la cessazione del servizio a cinquantʼanni sarebbe stata prescritta soltanto fino che sarebbe durato il trasporto del tabernacolo da luogo a luogo; ma poi, eretto il tempio stabile, il servizio avrebbe continuato per tutta la vita.[506]

Per i sacerdoti il testo della Scrittura non determina nè a quale età potessero incominciare nè a quale finire il loro officio; ma i talmudisti stabilirono che per legge fossero idonei dalla pubertà fino alla cadente vecchiezza; però la consuetudine voleva che non sʼincominciasse a officiare sino allʼetà di ventʼanni.[507]

Secondo la Scrittura non sarebbero stati altri ordini di sacerdoti o ministri del culto oltre quelli che abbiamo annoverati. I rabbini poi vollero istituire fra il massimo sacerdote e gli altri una vera gerarchia. Un ajuto del massimo sacerdote chiamato Segan, che in tutte le funzioni del culto lo avrebbe accompagnato, due vicarii, sette prefetti, tre tesorieri, ventiquattro capi delle ventiquattro compagnie, e finalmente i capi di ogni famiglia.[508]

I redditi dei sacerdoti, non avendo questi nè gli altri della tribù di Levi una parte nella divisione della terra, furono stabiliti nel codice sacerdotale molto più ampii che nelle legislazioni antecedenti.

Tutte le offerte di farina e olio portate daglʼIsraeliti, e chiamate col nome di Minhà, presente, bruciatone sullʼaltare quanto ne conteneva un pugno, appartenevano ai sacerdoti (Levit., vi, 7–11). Però le offerte di questo genere portate da qualche sacerdote dovevano essere intieramente bruciate (ivi, 16). Spettava ancora ai sacerdoti tutta la carne dei sacrificii espiatorii (Num., xviii, 9) di cui si bruciavano sullʼaltare soltanto il grasso delle interiora, i reni e lʼomento, (Levit., vi, 17–vii, 10), fatta eccezione dei sacrificii espiatorii per qualche peccato involontario commesso o dal massimo sacerdote, o dal pubblico, che intieramente si bruciavano (ivi, iv, 1–21). Erano di pertinenza sacerdotale anche le pelli delle vittime, così nei sacrificii espiatorii, come negli olocausti (ivi, vii, 8).[509]

Dei sacrificii votivi detti Shelamim, pacifici, spettava al sacerdote soltanto il petto e la coscia destra (ivi, 34), e il resto rimaneva al proprietario. Si faceva poi questa distinzione, che i presenti e i sacrificii espiatorii erano considerati di maggiore santità, e però ne potevano mangiare soltanto i sacerdoti maschi (ivi, vi, 11, 22; vii, 6); degli altri sacrificii tenuti di minore santità, godeva tutta la loro famiglia,[510] escluso sempre, sʼintende, chi si trovasse in istato dʼimpurità (vii, 20).

E stato già notato (p. 46 e seg.) che questa disposizione del codice sacerdotale non concorda con quella del Deuteronomio (xviii, 3), che farebbe differente, se non forse più piccola, la parte dei sacerdoti, perchè invece del petto assegna loro le ganasce e il ventricolo. I talmudisti hanno voluto conciliare le due disposizioni, interpretando il testo del Deuteronomio, come se si applicasse a qualunque animale macellato ovino o bovino;[511] dimodochè il reddito sacerdotale sarebbe venuto di molto ad accrescersi.

Anche Filone[512] e Giuseppe Flavio[513] parlano di questi diritti dei sacerdoti sopra qualunque animale ammazzato per privato convito; ma essi scrivevano quando già era stato necessario conciliare in qualche modo le leggi discordanti, e per conseguenza prevaleva ormai un rito che a tale conciliazione si uniformava; non possono quindi avere autorità come interpreti fedeli del testo, ma solo come espositori di una costumanza dei loro tempi. Ad ogni modo questa conciliazione non può accettarsi per più ragioni.[514]