Rari appajon nuotando in vasto mare
Prossimi anch'essi a rimaner sepolti
Entro i gorghi profondi.

Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne egli sempre alla sentenza di Platone: Rerum naturam investigare difficile, in vulgus vero aperire nefas.

Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza viltà, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo attristava, poichè ripetea di sovente: Non si parla che dei malvagi in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in sì gran numero!—Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare dall'impetuosità della sua indole. Pur vero e giusto è il dire, che un costante e fermo dominio sopra sè stesso sarebbe il primo passo e il più importante, ad ottener il quale è necessario ed indispensabile la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento, incontentabile, irragionevol io, che tutto guasta e deforma, e che non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verità e conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante volte ciò che parzialmente è male, generalmente considerato, trovasi essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio male, ed anche in mezzo a quello è felice. Ma che? Questo fermo carattere e questa dignità non impedirono che intorno a lui bulicasse uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e presentarli al popolo, cui sì facile è l'ingannare, macchiati e deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo sempre più la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, nè lasciando che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con felicissimo successo.—L'avversità lo trovò sempre imperturbabile e sereno, e ben di lui può dirsi aver indefessamente praticato quel grave consiglio di Orazio:

Æquam memento rebus in arduis
Servare mentem, non secus in bonis
Ab insolenti temperatam
Laetitia.

Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la fortuna si è mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si è presentata al suo cospetto.—Se alcuno cerca la cagione di un sì crudele destino, ei durerà fatica in trovarlo. Volete voi chieder la ragione perchè questo perde al giuoco e quel vince? O perchè si danno quegli anni in cui non v'ha nè primavera nè autunno, in cui i frutti si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ciò non vi cada in pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicità colla prosperità degli uomini deboli. La fortuna può farsi ludibrio della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha d'atterrarne il coraggio.

Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorchè gli avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricchì il suo fondo senza diminuir quello di loro, e portò via il suo bottino eccitando l'altrui gratitudine. Alla gioventù dava l'idea dei fasti antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte età insieme conciliava. Abbandonò mai sempre la sua anima al tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si abbandona all'inquieta felicità della fortuna, di cui egli ridevasi ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ciò che solca spesse fiate ripetere Shakspeare:—Vada il mondo come sa andare, sorgano o cadano regni, purchè io abbia con che vivere, io sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola a bracciuoli è il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame che nessuno mi vorrà contrastare. Quest'è un minuzzolo di certezza ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra esistenza; è un istante di sole che rischiara benevolmente i miei dì nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.—Queste parole ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua affettuosità noi sempre partecipammo, e dal quale nè distanza di luoghi, nè disuguaglianza di tempi, nè vicende d'alcuna sorte poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere portò lui pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni città in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasciò sì profondo desiderio di sè, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione succeduta.

Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella più lontana prospettiva dell'antichità, dissero D. Sacchi uno scrittore spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno molti, in campi mietuti, nè di vivere delle altrui reliquie: egli possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per lo più il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava, furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici giornali.—La pubblica lode anima, è vero, vivifica, moltiplica i talenti: ma non serve di scuola che li formi, perchè i suoi giudizj, i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre più illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed è moneta fuori di corso: fa duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e costante il sentimento, la verità, il giudizio. I letterati, disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato, tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve con coscienza alle lettere.—Per la eccessiva lode, il campo della letteratura è a dì nostri, per la gioventù, come la scena teatrale: troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella è pericoloso il volersi fare una precoce riputazione, imperciocchè egli è talor più difficile il sostenerla quando è immatura, che il giungere a meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in noi franchezza di opinioni senza temerità, saviezza di principj senza nè pedanteria nè smanie di novità, aggiustatezza di giudizj dettati da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!—Pare proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre, santa è la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l'è un fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla più. Questo diciamo e a malincuore perchè la lettura di non pochi scritti di circostanze che si pubblicano in alcune città lombarde ne ha pur troppo convinti di questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di immortalità! Eglino ignorano che c'è un pubblico spassionato che gli ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici negozj, nè sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e dagli altri verità ed istruzione, come cibo salutare dell'animo. Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici convegni, nè rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori, giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, più forte d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo.

«Se d'un forte pensier l'anima hai pregna,
Se amor di verità ti trae dal fondo
Franco l'accento e come strale acuto,
Se te stesso non fuggi, e se Viltate
Non t'è Prudenza, o Cortesia la pingue
Sciocchezza intesta con sottil menzogna,
Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno,
Noia, dolor, calunnia a te raddensa
Dell'agognato calice la fercia.
Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio?
Allor qual sei ti mostra: all'alto passo
Della sventura, ove l'amor dei vili
Quasi a meta finisce, il tuo cominci.
Ma del gregge il contagio, e delle ciance
Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue
Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua:
Ch'uom di lingua innocente è uom perfetto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro
Recherà degli eletti in cui rivivi;
Cui tu l'immensa via delle intentate
Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto,
E la scienza degli arcani affetti:
Or fa che in te primier forte s'alligni
De' forti sensi il delicato germe.
E di gentil fortezza e di verace
Non commutabil gioia unica fonte
È solitudo, il sai. Quivi te stesso
Al Sol di Verità lento matura:
L'alta fantasia, l'immota mente,
E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso
Rafferma, adergi, in armonia contempra.
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh se possente meditar solingo,
E labor diuturno, e integra vita
E incessante pregar, dal ciel t'impetri
Poche, ma pregne di fecondi Veri
Splendide carte, in cui l'età lontane
Bacin segnata del tuo cor la stampa,
E ogni anima gentil senta il tuo spirto
In sè trasfuso, e a pianger teco impari,
Te beato in fra mille! Allor potrai
Volgere al mondo, che da lunge amasti,
Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi.»

Ma a che ripetere questi versi pieni di verità in tempo in cui sono in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che è la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile la facoltà di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume: in cui trionfa l'inganno…. Ma il mondo, altro non è che una piazza pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come ignoranti.

Defendente Sacchi possedeva in sommo grado quell'arte tanto necessaria, e direm quasi indispensabile per chi scrive pei giornali, di dir molto in poco senza procedere sempre ad estratti altrettanto pesanti che nojosi, e di esporre la propria opinione in lode o biasimo, come uomo che parli per gli altri e non per sè solo, il tutto spiegando e comentando in favorevole senso e giustamente, a differenza di non pochi che, senza carattere e senza propria opinione non sono che un eco della opinione la più generale o dell'ultima che han sentita. Vi sono di quelli che per darsi vanto di perspicacia maggiore di quella di colui con cui parlano o di cui scrivono, sempre una diversa opinione oppongono, qualunque sia, purchè diversa, e la propria asseriscono in tuono di certissima verità esser la sola da aversi. Fissare un'opinione in mezzo a tanti non è men difficile a chi non ne ha, che ad un giudice il decidere d'una lite da cento avvocati trattata.