X.
Si diffuse per tutto il campo la gioja e su ogni bocca suonavano i nomi di Girani e della Marcellina, e per ognuno si applaudiva al novello coraggio di lei che salvò allo sposo la vita. Tutti s'affollavano intorno al racquistato amico ed era loro grazioso parlargli, e chi ne era impedito si studiava manifestargli colla mano i sensi ascosi, chi il confortava nella vista alla letizia, chi vel richiamava con improvvise grida di tripudio che ad abbondanza usciano dai petti, e sfavillava sul volto di tutti sì verace la gioja, che Girani sovente a tanta amicizia commosso, stretto soavemente fra l'altrui braccia era sforzato a lagrimare, che è pur dolce in uman cuore la voluttà d'essere caro altrui. Dolce voluttà che il mio cuore anela più d'ogni vana fola che vezzeggia il bel mondo e chiama onore l'orgoglio de' mortali; soavissimo nettare che ove si delibi presso un animo gentile, addolcisce l'amaro calice di vita e le mortali catene infiora di rose le quali olezzano di paradiso: voluttà cui ignora il cieco volgo e il procace mortale che non innalza mai l'ali del desìo sopra la paludosa terra, che il Sofo vestì tutta di celesti spoglie, e che ove si contemperi coll'affetto più tenero dell'alma, ove si attinga fra i fiori di un gentil volto o dalla luce fuggitiva di due occhi amorosi, è il solo e più pregiato conforto dell'umana vita.
Ma ove la letizia correva all'estremo, era in Marcellina in cui fu estremo il dolore. Ella non trovava modi e parole ad esprimerla: contrastata ad un tempo dalla modestia e dall'amore, da tutti riguardata ed applaudita, non sapea a cui volgersi, quali accenti formare in mezzo al tumulto di un campo, fra genti a lei sì strane per costumi, per maniere e per favella. Pure non sapea starsi queta, e chiudere nel silenzio del cuore il piacere chè ad ogni istante lo schiudeva a un nuovo palpitare: divideva la soavità del contento col padre e coll'amante, or careggiava colla timida mano il canuto capo di questo, e ne baciava la gota lanosa, or movea su quegli soave il favellare de' bei lumi cui seguiva il raggiare di più seducente sorriso. Figlia ed amante, siccome pria fu la compassione, ora era l'amore di tutti, e batteva furtivo in ogni petto vaghezza, non che di vederla, di ottenere gli ultimi suoi sguardi, allorchè modestamente a sè li raccoglieva, come chi siegue colla bramosia del volto gli estremi raggi del sole che si nasconde.
XI.
Erano intanto accorsi d'ogni intorno gli abitatori della collina; poichè la loquace fama avea sparso sui monti il venir di Girani. Egli era a tutti diletto e il suo caso riusciva più acerbo quanto più ognuno era tenero per la Marcellina. Quindi più ratta si propagava la propizia novella, quindi più festevole si diffondea fra loro la gioja, che meglio schietta e pura suole risplendere su quegli animi che meno si accostano alla civiltà, nè risentono i legami sociali, i quali non che al pensiero, impongono dure catene fino alle care affezioni del cuore.
Scendevano que' semplici fra l'armi, ed erano intromessi nel campo, e vedeano il lor paesano, e con grida e con gesti e con parole gli aprivano il proprio affetto e la gioja onde erano piacevolmente cercati: Girani rendea loro grazie per voti e abbracciamenti e baci.
Ognuno recava seco qualche donativo, e chi portava i polli, chi il capretto, chi il latte ed il formaggio. Venivano questi divisi fra i soldati che ne faceano festa, e coperte di brani quelle bestie innocenti, ridestati nella campagna i fuochi, talora con pentole e con i spiedi, spesso con vecchie bajonette ne arrostivano le carni e ne imbandivano un banchetto. Si divideva in varj gruppi il campo, e ognuno intendeva a cure diverse. Qui si stringeva una mano di montanari intorno a varj soldati che eran pur nati sui colli, altrove gli amici insieme prendeano riposo dalle fatiche: ove si conveniva ad un desco, ove si allestiva un cibo, e mentre l'uno si tenea buono se rendeva acquavite per latte, l'altro era desioso a più spiritosi beveraggi. Girava la tazza spumante di pretto liquore, il gaudio sovente usciva in liete risa ed in festevoli grida, e spesso la gioja moveva il piede all'agile danza.
Era bello fra tanto rumore e tripudio l'ordine che reggeva ogni cosa, e il cambiarsi delle scolte, il correre de' messi, il sostenere de' carri nel cammino sconnessi, la distribuzione de' viveri e de' foraggi, e il ricevere e il dar ordini, e il severo comandare e il subito ubbidire. Era bello vedere ai tumulti e agli evviva, al battere de' tamburi, succedere il silenzio e la quiete, e un correre a' fucili, un allestire i cavalli, un porsi nelle file, e destramente eseguire le militari evoluzioni. La sola voce del Comandante muove a sè d'intorno in varj giri, in eguali atteggiamenti e in armoniose file, miliaja di soldati: or incedono i fanti, ora precipitano i cavalli, questi procedono con ordinanza, quegli soccorrono con apparente disordine, gli uni traggono pesanti carri, gli altri i cavi bronzi, che in un lampo rivolgono, puliscono, v'infondono nel seno la combustibile polve e coll'occhio sagace divisano ove debba cadere il telo mortale. Tutto è movimento ed opra, e ti piace in questi l'agilità, in quelli la fierezza, sugli elmi degli uni scuotersi l'equina criniera, su quelli degli altri ondeggiare le variopinte piume, e i raggi del sole infrangersi ne' puliti fucili, e nelle sguainate spade, sicchè ti pare sovente vedere sull'armi di guerra il settemplice arco di pace.
XII.
Corsero due giorni in questo modo, e mentre i soldati prendeano riposo dei sostenuti disagi, il Comandante ordinava che si scorressero i colli e pigliava cognizione delle posizioni delle forze dell'oste contraria. Talora si udiva nelle valli qualche strepito d'armi, e ritornavano poscia i brevi drappelli che eransi mandati a spiare o vinti o vincitori: ora redivano scemi di numero, ora traevano prigioni vinti all'inimico.