Pure gemea Girani per la disgrazia ond'era colta, e Marcellina ognor meglio racquistando le forze, lo rassicurava non doversi temere la sua ferita.—No, mio amico, mio sposo, datti pace nè conturbare il gaudio di questa nostra unione con fatali presentimenti. Il fiero che si attentò trafiggermi nella chiesa, non sostenne che salva gli sfuggissi,… ma forse la sua mano tremante per un delitto, non ferì sì addentro quanto bramava la sua crudeltà. Si dilegua ogni dolore ed ogni male nel vederti salvo e nel sapermiti restituito: questo pianto di cui mi bagni, è una rugiada che in me rinverda la vita, il pensiero che son tua è un balsamo che sana tutte le mie piaghe e toglie ogni acerba ricordanza.—

Girani intanto si studiava di tergerle la ferita e in qualche modo stagnarle il sangue che ne sgorgava, nè per quanto vedesse ripigliarsi la Marcellina, ei si svestia del timore o rattemprava il duolo.—Ahi me infelice! invano co' blandi accenti aqueti l'affannata anima mia e i suoi tristi presagi… e tu in tanta sciagura sei pur per mia colpa: oh dolore! oh pensiero che mi allaccia lo spirito e mi scioglie la lena che mi regge! fida, impareggiabile Marcellina; e tu pur m'ami? e a tanto affetto io corrispondo doni di sangue… Ben io dovea, ben io, volare non alla pugna ma a te, e farmi tuo scudo: avrebbe il crudo trapassato il mio petto prima di giungere a questo seno amoroso: forse quel ferro micidiale quivi saziava la sete, forse… oh me felice se col versato mio sangue avessi a te data la vita!—

Marcellina gli stendeva la titubante mano e si procacciava di calmarlo, e mentre ei la adagiava per trasportarla, soffocava la misera il dolore ed i sospiri perchè li vedea altrettanti strali che laceravano a prova il cuore di Girani: richiamava la serenità nelle dubbie pupille: con qualche accento si studiava deviarlo dai tristi presentimenti e spogliargli ogni timore, ma il dolente la riguardava fiso e non poteva rattemprare l'angoscia.—A lungo, sì, navigai ne' mali, ma ora che parea spirare aura propizia, non paventava così dura tempesta che rovescia ogni nostra speranza… Dolce sì mi riesce il conforto che mi viene da' tuoi occhi, impareggiabile Marcellina, dolce la fidanza che ti accende, e in me par quasi diffonda la calma che ti siede in cuore. Ecco ho già rasciutto il pianto, chè sol da te hanno legge i miei affetti: essi son tutti tuoi, io non respiro che per te, per serbarti a più sereni giorni se tanto ne acconsenta la sorte avversa che ne fischia intorno. Ch'io medichi a' tuoi mali, teco io tutto divida, chè teco solo mi è dolce la vita.—

XIX.

Porgevano queste parole un soave ricreamento a Marcellina, e già si avvisava attingere la sospirata felicità, misera! allorchè la coglieva il più crudo disastro.

Mentre Girani favellava, uno de' fuggiaschi cacciatori che erasi appostato dietro una pianta, agognando vendetta dell'estinto suo capitano, appunta il fucile al capo del misero, e scocca il colpo; lo sventurato giovane colto nella fronte con un grido cadde estinto sul petto della sua Marcellina.

Ahi figlia sfortunata! invano festi prova di magnanimo ardire, invano pur accoglievi nell'affanno di morte qualche speme e traevi refrigerio alla sventura nella vista dell'amor tuo. Tu eri sortita agli infortunii, tu segnata a sopravvivere al tuo fido perchè dovessi patire doppia morte accogliendolo trafitto in petto. Invano il vindice sdegno dei soldati ti uccise innanzi l'assassino dello sposo, chè il tuo cuore rifuggiva dalla fiera vendetta, e tu versando il represso sangue dalla riaperta piaga stringevi con mestissimi ululati la cruenta spoglia ed invocavi la morte.—Ahi… Girani, mio amico, mio sposo, Girani!… Ah più non è, più non risponde… Oh Dio qual sangue tutto mi allaga il seno? di qual sangue io ritraggo bagnate le mani stese all'amato capo!… Ahimè, dolente me! ahi disgraziato Girani! più non ti trovo, e ove sedeva lo sguardo più non v'hanno che ossa infrante, e lacere carni e distruzione!… Ahi misera, misera! a tanto mi ha serbata la nemica fortuna! doveva io raccoglierti fra queste braccia coperto di ferite e di morte?… Ahi, chi l'orrendo colpo scagliò? maledetto il fiero che troncò sì preziosa vita! e che mi vale s'essi punirono l'assassino quando io ho perduto per sempre l'amico? Allora dovea cadere che stava per iscagliare la fatale ferita, allora… Pietoso cielo, dove dormia la tua giustizia quando all'infame attentato commise la mano! a che nol travolgesti nel nulla? in che t'ebbi io offeso… perchè di tanto mi perseguiti?… O se era segnato sì nefando lutto, perchè un colpo solo ad entrambi non troncava la vita? a che sorridermi propizio, e solo perchè più fatale seguisse la mia rovina, mentre rifiorìa la mia speranza, qui su questo petto stendermi trucidato colui per cui unicamente vivea? e quasi per saziare l'amorosa mia sete, darmi da bere il sangue delle sue vene?… Ahi sventura, sventura…—

La derelitta atteggiata di disperazione così prorompea nei lamenti e maravigliava perchè non la uccidesse il dolore. Si strappava le chiome scarmigliate e passe, percuoteasi il petto, e riscossa, fatta forza a sè stessa, soffolta sulla mano tremante s'innalzava dal suolo su cui era prostesa, e sostenuta dai lagrimosi soldati, stette assisa sull'ignuda terra. Teneva in grembo l'ucciso amico, a vicenda riguardava l'infranto volto e stretta da raccapriccio faceva agli occhi un velo colle mani sanguinose, volea pur dargli un bacio, ma la tremante bocca non trovava ove fermarsi.—Ahi, Girani, miserissimo Girani!… ch'io ancora ti stringa a questo cuore che in petto forte mi piange;… ancora pria che allacci queste labbra la morte, che pietosa già a te mi congiunge, esse ti dieno un bacio estremo… Ma che cerco io mai? qual fia in questo infranto capo, breve asilo incruento su cui io spiri l'ultimo fiato?… Ahi misera! cerco un bacio e non trovo che sangue! vo raccorre gli estremi suoi aneliti e non bevo che sangue!… Ah duro cuore, e a tanto lutto non mi scoppj in petto? e a sì lagrimevole vista non vi offuscate inutili miei occhi? ei qui giace nel mio seno, ed io ancor vivo?…

Piangevano i circostanti a sì dolorosa scena, nè reggea loro l'animo di lasciare Marcellina in quella situazione, nè riescivano a partirla da quella estinta spoglia, cui si avviticchiava furibonda e minacciava in suono di pietà e di sdegno.—Ah no, non mi dividete da lui… Crudeli, egli è mio, è mio, nessuno lo tocchi… guai a chi tanto osa… io voglio morirgli vicino.—

E qui rinnovellava il pianto e i delirj, se non che parve a poco a poco non già calmarsi ma affievolirsi, e stretta dal profondo dolore le fuggirono le prostrate forze e tornò a ricadere, e si chiusero quasi in sonno di morte i suoi occhi. Allora que' pietosi soldati la divisero dall'estinto e la trassero dal lago di sangue in cui giacea.