Natura, che avara sempre ricopre di geloso velo i suoi tesori, destò la face di vita in Marcellina sulla cima di un poggio solitario. Nebiolo è una collinetta che umile s'innalza fra Casteggio e Voghera, alle cui radici da un lato scorre il torrente Carvenzolo e volge dall'altro più ricca d'acque la Schizzola. Nebiolo è collina che quasi orfana si leva siccome piramide in mezzo alle sue uguali: era antica sede di uno di quei castelli che seminò il feudalismo sulle Alpi e sui liguri monti: questo, come vollero il destino di chi il tenea e le fazioni, fu preso e distrutto, sicchè di tanto orgoglio appena or se ne scoprono l'orme.
Su queste rovine sorgono otto o dieci anzi capanne che case, e le abitano altrettante semplici famigliuole. Le tenebre delle fuggite età involgono la loro origine, si chiamano tutte dal nome del loco, e vivono in grembo all'innocenza di natura. Scorrendo quei dirupi, e a gran diletto avventurandoli in Nebiolo, ti avviseresti seguace di Vailland visitare nei deserti dell'Africa una di quelle povere orde di Ottentotti, che ricoverandosi in pochi tugurj di canne non invidiano al fasto de' molli Europei.
Que' di Nebiolo non hanno neppure il forno ove cuocere il pane, non comodi della vita, non ambiziosi pensieri d'aggrandimento. Lavorano a lor mani le poche terre enfiteutiche ch'ebbero in retaggio dai loro padri; raccolgono quanto solo è richiesto ai loro bisogni, spesso si maritano fra loro, e vivono in mezzo alla società nel semplice stato di natura.
III.
Marcellina era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo teneasi pel più venerabile padre. Innocente come l'agnella che pasceva sul suo pendìo, negletta come la pianta del bosco, cresceva la bella come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo puro e dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura volle far presente al suo sesso per renderlo più vago e desiato.
La madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la crebbe come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo pensiero della sua vita. Sebbene il lavorìo della poca sua terra dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa non volle serbarla che alle cure più lievi, e amò meglio sola indurare nelle fatiche.
Mentre i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a raccorre la matura messe, o andavano per le legne al bosco, Marcellina nella povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole e dalla malvagità della stagione, preparava loro lo scarso desco che offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della più squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja il cibo più semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte; con questa pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de' primi uomini, allorchè rozzi come que' di Nebiolo, non conoscevano l'arte di costringere il calore entro cave vôlte di creta, per cuocervi i loro cibi. Marcellina formava colla farina senza lievito un rotondo pane: fatto indi ben riscaldare un largo mattone ch'era base al focolare, ivi il collocava, ricoprivalo di ardenti brage e lasciavalo colà finchè fosse a debita cottura.
Tale è il modo con cui la natura insegnò a que' di Nebiolo a supplire all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che quegli uomini ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai più saporito di quello che si ministra alle mense cittadine. Assaggiandolo lo innaffiai d'una lagrima, perchè sentiva la sublimità di quegli accenti, mentre quella schietta vivanda non era loro amareggiata dall'assenzio che spargono le cure sociali fino sul più abbietto frusto di pane.
Non io già sogno la felicità de' pastori, non le favole degli abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei nostri colli. Non io già invito gli uomini ad abbandonare le città, onde menare nella solitudine una semplice vita, straniera alle colpe ed ai delitti, che sarebbe vana fola per la lor civiltà: io accenno come quei semplici montanari fra le fatiche e i disagi, gustano la felicità, e certo nella innocenza della loro vita, se invidiano alle nostre dovizie, non sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla pace.