Egli vota alle fiamme d'inferno i proseliti e le ruffiane, ma fra tutte queste vili creature quelle che detesta di più sono le madri che lavorano esse stesse per disonorare le [pg 58] proprie figliuole. Guarda intorno a lui, come per scoprire nell'assemblea qualcuna di queste madri snaturate. «Vi sono, dice, parecchie madri che vendono le loro figliuole, sono le ruffiane della loro prole, a cui fanno guadagnare qualche matrimonio con le pene ed il sudore del corpo!»

E Menot a proposito del lusso esclama: «Voi direte forse, o signore: i nostri mariti non ci danno tali vesti, ma siamo noi che li guadagniamo colle fatiche del nostro corpo! A trentamila diavoli tali fatiche!» A quell'epoca infatti il progresso del vizio, era il risultato immediato del progresso del lusso; la civetteria e la vanità delle donne le spinsero al vizio; e fu tutto un obbrobrioso mercimonio per provvedere alle spese della toilette e alle fantasie della moda.

I costumi della corte non erano punto fatti per frenare il popolo che teneva all'onore di imitarli. Sotto Luigi XI la corte non dava affatto l'esempio della decenza nei costumi. Vi era allora così nei grandi che nei piccoli una sfacciataggine generale tanto nelle idee, che nelle azioni e nelle parole. Non si vedevano che mariti ingannati, vedove intriganti, donne libertine, ragazze sedotte.

Certamente, la morale pubblica era poco rispettata, in un'epoca in cui si esponeva agli sguardi dei passanti, nelle feste per l'entrata del re a Parigi (1461) «tre buone e belle ragazze che figuravano da sirene tutte nude, in modo che si vedeva loro il bel capezzolo diritto, ed i seni separati, rotondi e duri, che era piacevolissima cosa»; all'epoca in cui gli uccelli gracidatori piche, gazzere non sapevano ripetere altro che parole oscene [pg 59] come figlio di pu... ecc. dice Giovanni de Troyes; ad un'epoca in cui un normanno aveva per concubina la propria figlia, dalla quale aveva avuto anche parecchi figli, che egli uccideva non appena nascevano (1466); ad un'epoca in cui un monaco «che aveva i due sessi, talmente seppe fare, che finì per divenir incinto di sè stesso» (1478); ad un'epoca infine che un valletto del re, chiamato Regnault la Pie, si faceva mantenere pubblicamente dalla vecchia moglie di Nicola Bataille, il più sapiente legista francese che morì di dolore nel 1482, dopo aver visto la sua fortuna intiera consacrata alla ghiottoneria di una tale carogna! (dalle cronache scandalose del tempo).

Nel secolo XVI l'aristocrazia sotto i Valois si abbandonò a tutti gli stravizii. I racconti di Brantôme su questa spaventevole depravazione sono là per provarlo, ed il modo libero come egli racconta simili turpitudini, senza temere di offendere il pudore di chi legge, dimostra il grado di corruzione al quale era giunta la società francese ai tempi di Carlo IX e di Enrico III. Si era perfino perduto il sentimento dell'onestà, tanto che senza alcuna reticenza innanzi a signore si parlava dei più ignobili misteri del libertinaggio.

La Corte di Francesco 1º era una vera casa di piacere, e secondo Brantôme le signore che ne facevano parte erano destinate a rimpiazzare le cortigiane, le quali divenivano pericolose a causa delle malattie veneree da cui erano quasi tutte infette. Dopo aver descritte tutte le sregolatezze a cui queste signore non disdegnavano di abbandonarsi Brantôme esclama: «E piacesse a Dio di potermi [pg 60] far entrare un po' in questa allegra corte del re pel mio piacere!»

Sauval dice che era molto facile ad un condannato, per quanto terribili fossero i suoi delitti, di ottenere la grazia dal re, purchè avesse una bella moglie od una fresca figlia zitella, che andasse personalmente a supplicare il sovrano.

Di tutte le dame di corte che abitavano al Palazzo Reale il re aveva le chiavi delle camere, per poterle andare a visitare intimamente, quando gli piaceva.

Brantôme ha voluto dimostrare che questa impudicizia della corte non aveva nulla di biasimevole. Così una dama scozzese di buona famiglia, dice questo storiografo, la quale aveva avuto un figlio naturale da Enrico II confessava: «Ho fatto quanto ho potuto per essere ingravidata dal re, e me ne sento onoratissima e felice; e direi quasi che il sangue reale ha un non so che di più soave del liquore comune, tanto me ne sono trovata bene; senza contare i regali che ne ho avuti», e Brantôme aggiunge: «Questa dama, come del resto molte altre, erano in questa opinione che per dormire col re, non si era punto diffamate e che sono disoneste solo quelle che si danno ai piccoli, ma non ai grandi re e gentiluomini».

Dopo simile ingegnosa teoria non ci deve meravigliare se molte signore invidiavano la vita delle cortigiane di professione.