Brantôme racconta che una cortigiana venne a Roma per dare lezioni alle dame di corte, ella diceva: «Il nostro mestiere è tanto caldo, quando si è ben appreso, che si ha [pg 61] mille volte più piacere di praticarlo con parecchi che con un solo».
Enrico II fu più costante in amore che Francesco I: vi era gente abituata a confondere Diana di Poitiers con la regina. Il re si era tanto familiarizzato col concubinato, di cui andava superbo, che non temeva di uscire a cavallo avendo in groppa abbracciata la duchessa di Valantinois.
L'adulterio aveva preso tali vaste proporzioni, che le figlie, vedendo le madri così liberamente divertirsi, facevano quanto era in loro per maritarsi presto ed imitarle.
Brantôme dice che nella maggior parte dei matrimonii, fatti a corte, raramente la sposa arrivava al talamo, senza che il re non le avesse prima insegnato praticamente l'arte della procreazione.
«In quanto alle sfrontate, narra Sauval, le une si ubbriacavano di voluttà prima di maritarsi; le altre avevano l'abilità di divertirsi in presenza delle governanti e delle madri stesse, senza essere scoperte; poi per coprire il mistero, si era ricorso a mezzi esecrabili; altre (e ciò era comune tra le vedove e le zitelle) usavano certi oggetti, come quei quattro che Caterina de' Medici trovò nello scrigno di una sua cameriera.
Qualche autore francese vorrebbe far credere, anzi afferma, che tali utensili di corruzione fossero fabbricati esclusivamente in Italia, donde si esportavano in Francia. Ciò però è molto dubbio, e sarebbe per lo meno strano, quando sappiamo con certezza che all'epoca di oggi è la Francia e propriamente Parigi che dà un commercio eccezionale in [pg 62] simili articoli e che ne fornisce si può dire il mondo intero!
I palazzi reali di allora erano ornati da pitture lascive, ed i libri di Pietro Aretino andavano per le mani di tutti. La pittura lubrica cominciò ad andare in voga sotto il regno di Francesco I. Il conte di Chateauvillain aveva fra i rari e bei quadri della sua galleria, una di queste pitture libidinose, di cui scrive Brantôme: «in essa erano rappresentate parecchie belle donne nude al bagno e che si palpavano, si carezzavano, si solleticavano, e ciò che più monta, si divertivano in modo da lasciar vedere le parti più secrete così bene e provocantemente che una fredda reclusa od un eremita si sarebbe riscaldato e commosso.»
Così una grande dama della corte, che visitava questa galleria, essendosi fermata a contemplare tale quadro, dopo poco disse al suo amante:
«Oh! è troppo pericoloso di venire qui! saliamo presto in carrozza, corriamo a casa mia, giacchè ho bisogno di andare a calmare il fuoco che mi brucia le visceri!»
Del resto i mariti non potevano nulla rimproverare agli stravizii delle loro mogli, giacchè essi stessi non tralasciavano nulla per corromperle.