Il vizio era personificato dal culto di Venere, la quale a Babilonia era adorata sotto il nome di Militta. Il profeta Baruch si lamentava con Geremia sulla turpitudine dei tempi; Geremia nella sua lettera agli ebrei due il re Nabuchodonosor aveva condotti in cattività a Babilonia, diceva:

[pg 8] «Alcune donne sono sedute al limite delle strade e bruciano profumi. Quando una di esse, attirata da qualche passante, ha trascorso la notte con lui, rimprovera alla sua vicina di non essere stata giudicata degna, come lei, di essere posseduta da quell'uomo e di non aver saputo rompere la sua cintura di corde».

Questa cintura di corde, questi nodi che circondavano il corpo della donna votata a Venere, rappresentavano il pudore, il qual la riteneva con un fragilissimo legame, e che l'amore impetuoso doveva al più presto rompere.

Quinto Curzio e gli storici del vincitore di Babilonia, affermano che perfino Alessandro il Grande fu spaventato dal libertinaggio della grande città: «Non vi è popolo più corrotto di questo, diceva, nè di questo più sapiente nell'arte dei piaceri e delle voluttà... I Babiloniesi si affogano soprattutto nell'ubbriachezza e nei disordini che ne conseguono. Le donne dapprima si presentano ai banchetti modestamente, ma poco a poco si liberano delle vesti, si spogliano da qualunque pudore fino a restare completamente nude. E non solo le donne pubbliche si abbandonano in tal modo, ma financo le dame della migliore società con le loro figliuole».

In Armenia, Venere, sotto il nome di Anaitide aveva un tempio circondato da un vasto dominio, nel quale viveva rinchiusa tutta una popolazione consacrata ai riti della dea. Solo gli stranieri erano ammessi in questo serraglio di ambo i sessi, per chiedervi una galante ospitalità che non veniva mai rifiutata. I serventi e le serventi di tal luogo [pg 9] erano i figli e le figlie delle migliori famiglie del paese; entravano al servizio della dea per un tempo più o meno lungo, secondo i voti dei loro genitori.

In Siria, a Heliopolis, si adorava Venere e Adone rappresentati da una sola statua. Gli stravizii più infami avevano luogo in talune feste in cui gli uomini travestiti da donne e le donne travestite da uomini si abbandonavano a tutti gli eccessi, donde nascevano figlie che non conoscevano mai i loro padri, e che venivano a loro volta, sin dalla più tenera giovinezza, a ritrovare le loro madri nei misteri della dea.

A Pafo la dea era rappresentata da un cono in pietra bianca (Konnus, da cui si è fatto poi c...). Il culto di Venere si sparse da Cipro nella Fenicia, a Cartagine e su tutta la costa africana.

La Bibbia dice che i tempii di Cartagine come quelli di Sidona e di Ascalona erano circondati da tende, sotto le quali le Cartaginesi si consacravano a Venere fenicia.

S. Agostino ha precisato i principali caratteri del culto di Venere, constatando che vi erano tre Veneri in luogo di una: Quella delle Vergini, quella delle donne maritate e quella delle Cortigiane, dea impudica—dice egli—a cui la Fenicia immolava il pudore delle sue figlie prima che si maritassero.

Tutta l'Asia Minore aveva abbracciato con entusiasmo un culto, il quale deificava i sensi e gli appetiti carnali.