ed era il cantore dell'impero universale. Ma Virgilio era anche colui che allegoricamente avea cantato la vita contemplativa, e in ordine a questa avea inteso quel più perfetto ordinamento della società umana. Sarebbe dunque tanto ingiusto il dire che Virgilio in Dante non rappresenta altro che l'idea dell'impero, quanto lo sarebbe il dire che la Divina Comedia non contenga nulla di più che l'idea politica di Dante. Come personaggio storico Virgilio deve essere ed è posto in istretto rapporto coll'idea dell'impero; ma questa idea che a Dante risulta da ragioni di alta speculazione, Virgilio deve contenerla anche in quanto egli è simbolo, poichè, secondo Dante, la ragione la prudenza, il sapere, l'intelligenza umana debbono necessariamente riconoscere la legittimità dell'impero romano e la perfezione di quel grande ideale di società civile ch'ei concepisce.

Se si chiede sino a qual punto la tradizione medievale precorresse a Dante nel porre Virgilio in rapporto coll'idea imperiale, troviamo che anche qui la mente eccelsa del nostro poeta non ha trovato prima di sè che elementi, già esistenti bensì oscuramente nelle coscienze, ma ancora affatto privi di una formula determinata. L'idea dell'impero, come abbiam veduto, non venne mai meno nel medio evo e fu l'obbiettivo di molti principi. Niuno avea però raccolto e sviluppato quell'idea, come fece Dante, in una teoria politica avente le sue radici in una vasta speculazione di obbietto universale che include anche la storia dell'umanità. Invano adunque si cercherebbe un altro scrittore del medio evo presso di cui Virgilio e l'idea imperiale si mostrino così storicamente e filosoficamente congiunti, come presso Dante[546].

Qui dobbiamo fermarci. Quanto pel nostro tema abbiam trovato da dire sul Virgilio dantesco, ormai l'abbiam detto. Procedendo più oltre verremmo ad occuparci troppo esclusivamente di Dante, perdendo di vista quei rapporti del suo Virgilio colla tradizione che ci hanno condotto a studiare questo personaggio del suo immortale poema.

CAPITOLO XVI.

Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e sopratutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli. Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di cui si solleva, c'è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata, e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è cosa interamente sua e senz'altro esempio. Altri non arrivarono allora a concepire Virgilio così com'ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere che in questo suo personaggio c'è assai più e meglio di quanto il nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali. Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di correttivo un'altra personificazione del Virgilio medievale, anch'essa ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente chiusa di questa parte del nostro studio un'occhiata a questo Virgilio del Dolopathos, opera di una mente di volgare levatura e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi nel reale e vivo sentimento classico del risorgimento.

Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un tal Giovanni monaco dell'abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers conoscente dell'autore[547]. La favola narrata in questo libro è, in poche parole, la seguente: — Dolopathos, re di Sicilia del tempo di Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch'ei manda a Roma ad istruirsi presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e singolarmente nell'astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos; costui sposa un'altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di una grande sciagura e, perchè possa uscirne salvo, gl'impone di serbare assoluto silenzio finch'ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende impegno di farlo parlare, lo mena seco e, usata ogni arte inutilmente, finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella ottiene che l'esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio, narra anch'egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi rivela tutto e la regina vien bruciata viva. — Poi il racconto seguita fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e la conversione di Luciniano, che muore santo.

È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito popolarissimo racconto dei Sette Savi, di origine indiana, del quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e di occidente[548]. Però mentre tutti gli altri testi occidentali si rannodano assai strettamente l'uno all'altro, il Dolopathos per varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno, ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi perduto, il Libro di Sindibâd[549], quest'ufficio è dato a Sindibâd, come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma che aveva in oriente; mantenendo l'unità del savio precettore e riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato, sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca, come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso del poema[550]. È tanto reale la conoscenza ch'egli ha di Virgilio che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata appunto secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto diede a Dolopathos[551] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali dei Sette savi, ne' quali Virgilio non ha parte, l'imperatore è un Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un'epoca del tutto imaginaria. Anche il nome greco di Dolopathos, di cui vien dichiarato il significato e la ragione[552], è inventato dall'autore e dà prova della sua cultura, come pare la cultura e la condizione di monaco rivelansi nel citar S. Agostino[553] e nel dare al libro una chiusa di significato religioso.

Benchè però questo poema sia evidentemente opera di un uomo di scuola, esso è per natura, concetto e tendenza opera del tutto romantica, e quindi quanto l'autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto orientale essendo pretta invenzione sua, invano si cercherebbe in questa un rigore storico assai conseguente. Egli sa che Virgilio è di Mantova, e crede suo debito farlo morire in questa patria sua, ma colloca Mantova in Sicilia. Nondimeno non chiama Sicilia Napoli, come altri autori del suo tempo, e sa che Palermo è la principale città di quel paese. Ma i diritti della ragione storica ei non li rispetta che fino ad un certo punto. Nel suo poema si parla di «vecchio testamento»[554] fra pagani, prima che Cristo sia venuto, e si parla pure di vescovi, monaci e abati, come si parla di duchi, conti e baroni e come si fa Augusto imperatore di Romania e re di Lombardia e Dolopathos un principe feodale. Proporzionato a questo concetto intieramente romantico è il tipo di Virgilio, ma ridotto a tale, secondo risultava dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo. Per ispiegarlo non c'è bisogno di pensare alle idee di provenienza popolare e indipendenti dalla scuola, che costituiscono la leggenda del Virgilio mago, comunque quel concetto scolastico così ridotto si approssimi già assai al concetto che risultava da quelle. Virgilio è qui il grande maestro di tutta la sapienza profana; altro difetto non ebbe che quello di esser pagano, ma fu tale quanto meno si poteva esserlo prima di Cristo; solo mancò a lui la conoscenza dell'unità di Dio; fu uomo di specchiato costume e grande filosofo; niuno fu più celebre di lui, niuno più onorato da Augusto[555]; dinanzi alla sua parola autorevole inchinavansi re e imperatori; non altri v'ebbe che fosse più dotto, non altri che più valesse in poesia; egli era il «chierico» per eccellenza:

A icel tans à Rome avoit

I. philosophe, ki tenoit