fossero da Virgilio recitati e pubblicati dapprima colla lezione «Nola iugo», ma che poscia, avendo egli chiesto ai Nolani di poter portare l'acqua nella prossima sua campagna, e i Nolani questo favore non avendogli accordato, il poeta offeso per ciò, quasi a toglier via dalla memoria degli uomini il nome della loro città, lo espungesse dai versi suoi sostituendovi ora che poi sempre si lesse in quel luogo. Qui Gellio soggiunge che egli non si mette punto in pena per sapere se il racconto sia vero o falso, e noi faremo altrettanto. Notiamo però che uno scrittore del secondo secolo, basandosi sull'autorità di scrittori anteriori, accenna nel modo più esplicito a possessioni che si credette Virgilio avesse nei dintorni di Nola, cosa che niente distoglie dal creder vera[91] singolarmente trattandosi di un uomo che tanto soggiornò in quella regione. Ora, la leggenda pone il giardino maraviglioso di Virgilio a non molta distanza da Nola, cioè presso Avella[92] alle falde del Monte Vergine, rannodandosi così dopo dieci secoli alla notizia che desumiamo da Aulo Gellio, nella quale trova un precedente che le serve di spiegazione[93]. Quanto alle qualità speciali che a quel giardino attribuisce la leggenda, non è impossibile che l'idea ne provenga da un orto di piante medicinali che ivi esistesse realmente, come solevano trovarsene anche nel medio evo[94].

Su questo fatto ho voluto trattenermi alquanto, poichè a me sembra sia uno di quelli che meglio provano la permanenza continua del nome di Virgilio nelle tradizioni del popolo di quelle contrade, anche per quelle epoche nelle quali la storia e i documenti non ci dicono nulla intorno a ciò. Molte leggende medievali presentano lo stesso fenomeno. Preparate ed elaborate di lunga mano nell'oscurità, esse si presentano nella letteratura ad un tratto belle e formate. Questa di Virgilio è più notevole, poichè la storia ci fa assistere al primo contatto di quest'uomo col popolo napoletano, e alle prime profonde impressioni da lui lasciate fra questo, di mezzo al quale il suo nome dopo vicende di secoli rivien fuori, come dal crogiuolo di un chimico, tutto trasmutato e coronato dall'aureola della leggenda. In questa leggenda non si ravvisa più, è vero, il poeta augusteo, la più preziosa gemma della poesia romana, ma ben vi si ravvisa ciò che più interessava il popolo napoletano, cioè un ingegno altissimo e d'eterna rinomanza, che avea in modo invidiabile onorato la città di Napoli, ponendola talmente in cima ad ogni suo affetto che volle esserle vicino anche nella tomba. Quindi è che la parte più antica della leggenda debba essere l'idea di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli; e realmente questa idea accompagna le più antiche notizie che noi possediamo di un Virgilio leggendario napoletano, quella cioè di Giovanni di Salisbury relativa alla mosca di bronzo, e quella più antica di Alessandro di Telese il quale parla di Napoli e della Calabria, date da Augusto in feudo a Virgilio. Con questa idea prima e fondamentale, in cui veramente la leggenda ha le sue radici, si collega un fatto curioso del tutto degno dell'erudizione medievale. Seneca nel sesto delle questioni naturali parla, in sul principio, di un fortissimo tremuoto che desolò la Campania sotto il consolato di Regolo e di Virginio, soggiungendo che mentre altre città della Campania ne soffrirono grandemente, Napoli non fu che «leniter ingenti malo perstricta.» Ora, è certo che vi fu chi in questo passo di Seneca lesse Virgilio in luogo di Virginio e, ignaro di ciò che fosse un console ai tempi del mantovano, ne dedusse che Virgilio fu «console di Napoli.» Il padre Giordano, abate di Montevergine, che raccolse nel 1649 le tradizioni e le cronache del suo monastero, seguita ancora a dire che, essendo Virgilio andato a Napoli, Augusto lo fe' console, e che ebbe per collega nel consolato Regolo, e parla poi dell'eruzione del Vesuvio, citando il luogo di Seneca summenzionato[95]. Vedendo che Alessandro di Telese, cioè un ecclesiastico che viveva nel Sannio a poca distanza da Napoli, parla di questa città come feudo di Virgilio, possiam supporre che a questa idea non fosse estraneo quel tal passo di Seneca, il quale, frainteso da qualche monaco dell'Italia meridionale, sarebbe venuto ad afforzare l'idea popolare del protettorato di Virgilio su Napoli.

Napoli che da Giustiniano fino a metà del sec. XII mantenne quasi costantemente intatta, quantunque non senza molti e grandi travagli, la sua indipendenza, fu in condizione di serbare meglio che altre città italiane le tradizioni antiche. L'abbassamento però della cultura, nei secoli della barbarie, non fu meno grande là che altrove, talchè gl'illustri nomi antichi serbati vivi nella memoria del popolo letterato o illetterato, con una coltura così ridotta, trasformaronsi allora tutti nelle menti di ogni grado, contornandosi di leggende. Già invero a metà del IX secolo si osserva qualche progresso sulla ruvida barbarie dei tempi anteriori; in taluni duchi quali Sergio e Gregorio III in taluni vescovi quali Atanasio I ed altri ecclesiastici si riscontrano segni notevoli di studi anche profani; nè senza sorpresa nelle tenebre del X secolo troviamo in questa Napoli medievale, tanto oscura per noi, il duca Giovanni III che, pieno di nobili istinti, come un piccolo Carlomagno, ama e predilige gli studi latini e anche i greci, si procaccia da ogni parte, anche da Costantinopoli, libri così sacri come profani nelle due lingue, e Giuseppe Ebreo, e Dionigi e la storia di Alessandro Magno in greco e nella traduzione latina e Tito Livio e altri scrittori, storici, cronografi ecc., chiamando anche alla sua corte, e ben ricompensando, dotti e scrivani che traducessero e copiassero opere greche[96]. Quanto poi fosse vivace il sentimento patrio dei Napoletani allora, qual vanto menassero della loro romanità, del nobile passato della antica città loro «non ad altra seconda in Italia che a Roma»[97] lo mostra l'enfatico elogio di Napoli in cui prorompe l'autore della Vita di S. Atanasio nell'esordio del pio suo scritto. Questo sentimento che traluce pure in tutta la più antica leggenda virgiliana ed è la più manifesta prova dell'essere essa essenzialmente napolitana, è il lievito che colà pone in moto le menti dei rozzamente colti e degli incolti, generando leggende sull'antica storia di Napoli romana; poichè anche gli uomini iniziati allora agli studi profani, lo erano poi tanto poco e così malamente che a fraintendere i nomi e i fatti e i monumenti antichi, a travisarli secondo le loro imaginazioni, a crear fantasmi su di essi ed a crederci poi, eran facilmente pronti quanto qualsivoglia dei più incolti. Un saggio ne dà lo stesso autore della Vita di S. Atanasio quando scrive: «La qual città quanto egregia sia lo mostra Marone Mantovano nei chiari versi dell'epitafio che morendo dettava per sè, quando la chiama Parthenope, cioè vergine, da certa fanciulla nubile che un tempo vi abitava. Per ultimo Ottaviano Augusto ordinò che fosse chiamata Napoli, cioè dominatrice di nove città (ἐννεάπολις) o come alcuni vogliono Città Nuova, il che è tanto assurdo da stentare a crederlo, poichè come si possa chiamare nuova una città tanto antica che se ne ignora l'origine, non è facile intendere, tanto più che non si ritiene fondata da lui»[98]. In questo cumulo di strafalcioni va notata la favola di Ottaviano che dà il nome a Napoli, la quale mostra come già la leggenda virgiliana dovesse esistere a Napoli nel X secolo, almeno in quanto concerne i favolosi rapporti fra Virgilio, Ottaviano, Marcello quali son presentati più tardi da Alessandro di Telese, da Giovanni di Salisbury, dalla Cronica di Partenope ecc. Infatti l'abate del monastero di San Salvatore presso Telese, il quale, quantunque vivesse in tempi più avanzati, non era men grosso in fatto di cultura classica dell'anonimo hagiografo napoletano del X secolo, non fa che ricordare nella dedica a re Ruggero il fatto di Virgilio che ebbe da Ottaviano per due versi in premio Napoli e la Calabria, come cosa ben nota; e doveva già esserlo certamente anche all'autore della Vita di S. Atanasio, poichè l'interesse leggendario di Ottaviano per Napoli va sempre accompagnato all'interesse suo per Virgilio ch'ei fa signore di quella, e ne è anzi nello sviluppo della leggenda una conseguenza. Altrettanto va detto di Giovanni di Salisbury il quale riferisce con un fertur la leggenda napoletana della mosca maravigliosa, ove intervengono Ottaviano e Marcello; leggenda pur questa che da tempo assai più antico deve essere stata messa in corso fra i rozzi chierici napoletani che, ai tempi certamente del ducato, aveano immaginato Marcello fatto da Augusto «duca dei napoletani.»

Tutta questa parte della leggenda virgiliana nella quale figurano insieme Napoli, Augusto, Marcello, Virgilio, mentre è per ispirito affatto napoletana e quindi popolare a Napoli come le leggende che la continuano di Virgilio taumaturgo, benefattore di Napoli, mostra col ricordo, che pur è storico, dei rapporti fra Ottaviano, Marcello e Virgilio d'esser nata fra il popolo letterato, fra il volgo dei chiostri e delle scuole monastiche medievali dell'Italia meridionale, animato da sentimento napoletano. Per questa parte ed in questo senso limitato, si può riconoscere l'origine prima letteraria della leggenda popolare napoletana su Virgilio. Infatti, come per ogni leggenda relativa all'antichità, si trova per questa un punto di partenza ed il movente primo nella tradizione letteraria delle scuole ed in qualche monumento superstite, cioè nella biografia del poeta letta e appresa nelle scuole e nel sepolcro del poeta, col suo epitafio, esistente a Napoli. La notizia che è nella biografia e nei commenti, del dono da Augusto fatto a Virgilio pei noti versi Tu Marcellus eris ecc. vien combinata colle parole dell'epitafio «Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope» intese con popolesca libertà e napoletanamente, e se ne cava fuori che Augusto diede per quei versi a Virgilio, oltre a molto danaro, anche la signoria di Napoli e della Calabria. Virgilio che, secondo la biografia stessa, molto amò vivere a Napoli e volle esservi sepolto, diviene il protettore di Napoli, che pure è amata da Marcello, il quale per volere di Augusto ne fu signore con lui, ed Augusto stesso molto amò Napoli a cui diede il nome ed anche mura e torri[99].

Queste idee storico-fantastiche procedenti dalla biografia del poeta, si collegano e si continuano colle idee popolari dei tanti benefizi fatti a Napoli dal sapiente Virgilio, non più poeta, ma taumaturgo. C'è di mezzo la superstizione comune ai letterati ed al popolo, della prodigiosa efficacia del sepolcro di Virgilio per la salute ed incolumità di Napoli. Che questa città per la sua forte cinta di mura e più ancora per la sua posizione fosse difficile a prendere ed anche imprendibile lo vide già Belisario[100] e lo dice poi e lo ripete più di uno scrittore del medio evo. Ma la superstizione popolare, certamente assai antica, attribuiva questa imprendibilità di Napoli alla presenza in essa di un palladio che la preservava, anzi di più d'uno, poichè ve n'era uno profano ed uno cristiano, v'erano le ossa di Virgilio, protettore antico e profano della città di Napoli, e quelle pure dei due suoi protettori sacri S. Agrippino e S. Gennaro. Gli scrittori medievali, generalmente ecclesiastici, ricordano più volentieri il protettorato dei santi, ma non ignorano e neppur sempre passano sotto silenzio la credenza popolare e laica del protettorato di Virgilio. L'autore della Vita di S. Atanasio per l'indole religiosa del suo scritto non ricorda che il protettorato dei due santi pei quali la città è imprendibile[101]; ma Alessandro di Telese che, quantunque ecclesiastico, narra le gesta di un principe laico, si sente più libero e laicamente dimenticando S. Gennaro, ricorda invece Virgilio[102]. Una propagine di questa idea è l'ampolla contenente un modello della città di Napoli che si credeva al tempo di Corrado di Querfurt Virgilio dicesse per servir di palladio ad essa. Ma anche allora viveva tuttavia la credenza che il principal palladio fossero le ossa di Virgilio, come si vede nella storia di quel tal Ludovico che le richiedeva e i napoletani gliele rifiutarono temendo ne venisse danno alla città.

Tutte queste idee e leggende volgari, germogliate già in antico tempo, cresciute e propagatesi lungo i secoli del ducato, rimasero lungamente cosa domestica dei napoletani, poco o punto trasparendo al di fuori. Colla caduta del ducato col sorgere di un'era affatto nuova sotto la monarchia normanna, coll'invasione brutale degli imperiali che smantellano la vecchia città virgiliana, l'operosum opus Virgilii come la chiama il cancelliere stesso di Arrigo VI, l'incanto fu rotto, violato il penetrale delle credenze patrie, spento il fuoco sacro di quel sentimento che le vivificava e le nutriva. Gli stranieri ai quali poco diceva il nome, tutto locale, di S. Gennaro e molto il nome universale di Virgilio, con avida curiosità e ingenua credulità, già convinti della illimitata sapienza virgiliana, le raccolsero e le propalarono, e mentre in Napoli trasformata, non più romana e quindi non più virgiliana, ne cessava la produzione e se ne affievoliva la ricordanza, si propagavano e diffondevano crescendo e snaturandosi per tutta Europa.

Qui avendo esaurito tutti i dati che abbiam potuto trovare per gittar luce sulle origini di queste leggende napoletane, sarà opportuno restringerne il risultato in poche parole.

Nella sua più antica forma questa leggenda ci offre due elementi distinti, cioè 1º il nome di Virgilio accompagnato dall'idea di uno speciale affetto da lui portato alla città di Napoli, ch'ei vivente beneficò colla sua sapienza, morto proteggeva dal suo sepolcro, 2º la credenza in alcuni pubblici talismani attribuiti a lui, che li avrebbe fatti per bene della città. Il primo di questi due elementi è esclusivamente napoletano; fondato, come abbiam potuto vederlo, su fatti reali e su tradizioni locali provenienti da questi, esso è certamente tanto antico da poter risalire fino all'epoca stessa in cui il poeta visse a Napoli ed ivi presso si fece seppellire. Il secondo elemento non è esclusivamente napoletano, ed è in ogni caso posteriore al primo, dal quale è realmente distinto come quello che fa parte delle molte leggende che nei secoli della barbarie nacquero intorno ad antichi monumenti. Il rapporto pel quale questi due elementi si son fusi assieme, sta in ciò, che l'idea medievale della infinita sapienza di Virgilio combinata colla antica memoria napoletana dell'affetto portato da lui alla città di Napoli, fecero che ivi a lui fossero attribuite opere credute d'utile pubblico, e considerate come prodotti di profonda e riposta sapienza, quali in altre città ad altri venivano attribuite. In questa prima forma della leggenda Virgilio non è mai presentato sotto un aspetto ridicolo, ed è affatto esclusa ogni idea di maleficio o di arti diaboliche. La leggenda infine è essenzialmente napoletana di sentimento e di origine, ed è popolare quantunque per taluna parte si connetta colla biografia del poeta e vi si scorga l'opera della fantasia di rozzi chierici napoletani.

Nello stabilir così le origini della leggenda, possiamo constatare come la natura stessa ch'essa presenta in questa prima sua fase, ben si accordi con queste sue origini e con certe osservazioni generali da noi già fatte. Virgilio in essa figura come conoscitore profondo dei segreti della natura e come tale che ne usa in pro del suo popolo prediletto. Piuttosto che il mago, egli è il dotto per eccellenza che sa fare cose inaccessibili ai comuni ingegni. Ond'è che nel trasformarsi della rinomanza di Virgilio noi scorgiamo una legge presso a poco identica seguìta egualmente e presso il popolo napoletano, che serbava memoria del suo vecchio amico, e presso i letterati che avean continuato a leggerne i versi per consuetudine, e ad ammirarli per tradizione. Dal che proviene che quelle tali leggende napoletane appena riferite nel mondo letterario, pel concetto che i letterati allora aveano di Virgilio, trovarono il terreno così ben preparato ad accoglierle che vi allignarono ed anche, propagandosi, vi tralignarono con una rapidità veramente sorprendente.

CAPITOLO IV.