Gervasio di Tilbury narra quanto segue: «Ai tempi di Ruggero re di Sicilia un tal uomo dotto, inglese di nazione, si presentò al re chiedendo gli fosse dato qualcosa dalla generosità di lui. E pensando il re, chiaro di stirpe e di vita, che a lui questi richiedesse un qualche beneficio, rispose: — chiedi tu stesso il beneficio che vuoi ed io volentieri tel farò. — Imperocchè colui il quale chiedeva era un sommo letterato, forte assai ed acutissimo nel trivio e nel quadrivio, grandemente operoso negli studi fisici, e grandissimo astronomo. Disse dunque al re ch'ei non chiedeva efimeri piaceri, ma bensì ciò che agli uomini sembrerebbe cosa da poco, le ossa di Virgilio, dovunque potessero trovarsi dentro i confini del suo regno. Il re annuì, e il dotto, fornito di lettere regie, recossi a Napoli dove Virgilio in molte cose avea esercitato il suo ingegno. Presentate ch'egli ebbe le lettere, il popolo si preparò ad obbedire, e ignaro del luogo della sepoltura, facilmente promise ciò che gli parve dover credere impossibile. Finalmente però il dotto, guidato dall'arte sua, ritrovò le ossa nel loro sepolcro, nel bel centro di un monte, là dove neppur la menoma apertura o fenditura ne dava segno veruno. Si scava in quel luogo, e dopo lunga fatica si discopre un sepolcro nel quale si trova intero il corpo di Virgilio, e sotto al capo di questo un libro nel quale era scritta l'arte notoria[68] con altre scritture relative agli studi di lui. Si tolgon via le ossa e la polvere, e il dotto estrae il volume. Il popolo napoletano ponendo mente alla speciale affezione che Virgilio avea portato alla città, e temendo che, sottratte via le sue ossa, la città intiera ne venisse a soffrire un danno enorme, preferì eludere l'ordine regio piuttostochè, obbedendo, occasionare la rovina di una sì grande città. Imperocchè credeva che Virgilio appunto per ciò avesse posta sua sepoltura nel recesso segreto del monte, affinchè col portar via delle sue ossa non venisse meno l'efficacia degli artifici suoi. Il duca dei napoletani con una schiera di cittadini, riunite assieme le ossa e postele in un sacco, le recarono nel Castel di Mare dove dietro a certe spranghe di ferro si mostrano a chi voglia vederle. Interrogato il dotto che cosa avrebbe voluto fare delle ossa, rispose che per mezzo di uno scongiuro egli avrebbe fatto sì che quelle, dietro sua richiesta, rivelassero a lui tutta l'arte di Virgilio; diceva anzi ch'ei sarebbe soddisfatto se avesse potuto averle a sua disposizione per soli quaranta giorni. Contentandosi però di portar via il libro soltanto, ei se ne andò, e noi per mezzo del venerabile Giovanni da Napoli[69], cardinale del tempo di Papa Alessandro, vedemmo alcuni estratti di esso libro e con esperienza concludentissima ne facemmo la prova

Questo strano racconto di Gervasio trovasi riprodotto da Andrea Dandolo[70] verso il 1339 e trovasi pure nella Cronica di Partenope che lo ha anch'essa da Gervasio, e in Andrea Scoppa che lo ha dalla Cronica di Partenope. All'infuori di Gervasio, l'unico scrittore contemporaneo che alluda ad un fatto di questo genere è Giovanni di Salisbury, il quale nel suo Polycraticus dice di aver conosciuto un tal Lodovico «che (dic'egli) io vidi trattenersi a lungo nelle Puglie, onde dopo molte vigilie, lunghi digiuni, e moltissime fatiche e sudori, come prodotto di un siffatto inutile e triste esilio, riportare in Gallia le ossa, piuttostochè il senno, di Virgilio»[71]. È assai probabile che, come crede Roth, qui trattisi della stessa persona di cui parla Gervasio, sapendosi che Giovanni di Salisbury fu a Napoli appunto a' tempi di re Ruggero, e non formando grave difficoltà l'espressione in Gallias, di cui egli si vale parlando di un uomo che Gervasio qualifica di Anglus[72]. Il Roth però vuol vedere in questo fatto la principal circostanza che mise in moto sul conto di Virgilio la fantasia dei napoletani, e qui mi duole di non poter approvare l'opinione di questo dotto uomo.

Il fatto narrato da Gervasio presuppone l'esistenza della leggenda. Non è punto impossibile che un eccentrico inglese si ponesse in capo di ottenere le ossa di Virgilio, onde cavarne, per mezzo di una operazione magica, quel tesoro di scienza riposta che il mondo attribuiva allora al poeta. L'avere però il popolo napoletano ricusato di dargliele, e la ragione stessa di questo rifiuto, mostra evidentemente che già il nome del poeta erasi reso celebre a Napoli per la protezione che le sue opere telesmatiche, e le sue ossa stesse porgevano alla città. L'idea che in quella occasione si scoprisse il sepolcro di Virgilio, e che questa scoperta facesse grande impressione sul popolo napoletano a me pare non resista alla critica, quantunque Gervasio pretenda che il popolo napoletano fosse, prima di quel fatto, «ignaro della sepoltura.» Infatti quando si rifletta alla colossale rinomanza ed autorità di Virgilio nel medio evo, è chiaro che questo solo fatto della scoperta del suo sepolcro, avvenuta, per soprappiù, in modo così strano, sarebbe stato un avvenimento tale da commuovere non solo i napoletani, ma tutto il mondo letterario d'allora. Invece noi troviamo intorno a ciò un silenzio generale non interrotto che dal solo Gervasio. Se poi esaminiamo da vicino il racconto di costui, a me pare possa rilevarsene che il fatto dell'inglese a cui allude Giovanni di Salisbury, si complicò con una leggenda intesa a dare spiegazione di un sacco pieno di ossa che si mostrava dietro una inferriata in Castel di Mare, come quello che si credeva contenesse le ossa di Virgilio, e nello stesso tempo questa leggenda servì ad autenticare od accreditare (come soleva farsi allora e dopo) un qualunque libro d'arti segrete, che Gervasio dice aver veduto, dando ad intendere che esso provenisse dal sepolcro di Virgilio. Non dimentichiamo che lo stesso Giovanni di Salisbury parlando di quel tal Lodovico da lui conosciuto, ce lo presenta nel suo aspetto reale, e quindi ridicolo, mentre Gervasio, che scriveva qualche decennio più tardi, ce lo presenta con circostanze evidentemente leggendarie, e che di più lo stesso Giovanni di Salisbury conosce già la storia della mosca di bronzo, vale a dire che il nome di Virgilio, indipendentemente dalle pazze voglie di quel tal messer Lodovico, trovavasi già in Napoli applicato a talismani. Quindi a me pare debba del tutto eliminarsi l'idea che nel fatto narrato da Gervasio stia la principal causa dell'origine o dello sviluppo delle leggende virgiliane in Napoli[73]. È noto poi nel modo il più positivo che l'idea del protettorato di Virgilio su Napoli e del governo da lui ivi esercitato è anteriore al re Ruggero, poichè ne fa esplicita menzione Alessandro di Telese nel 1136, dicendo che per quel distico «Nocte pluit tota» ecc. Virgilio ebbe da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[74].

Se da quel che narra Gervasio noi non deduciamo le conseguenze che ne deduce Roth, non esitiamo d'altro lato ad affermare che la presenza a Napoli del sepolcro di Virgilio è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano. Sia qualsivoglia l'autenticità di quello che oggi si crede essere il sepolcro di Virgilio, o di quello che forse nel medio evo passava per esser tale[75], è un fatto storico, sul quale non è possibile dubbio di sorta, che Virgilio volle esser seppellito a Napoli, e che ivi fu seppellito realmente, come dice la sua biografia, «sulla via puteolana a circa due miglia»[76]. Questa notizia deriva, molto probabilmente, nella Vita di Virgilio attribuita a Donato, dalla biografia del poeta scritta da Svetonio (98-138 d. Cr.) nel suo De viris illustribus, ed è confermata da altre notizie che mostrano come il sepolcro di Virgilio divenisse l'ornamento principale di Napoli, ed attirasse visitatori quasi come un tempio di una qualche divinità. Silio Italico, come abbiamo già notato altrove, era solito recarvisi come ad un tempio, adire ut templum, e Stazio chiama senz'altro il sepolcro di Virgilio un tempio. Nel V secolo Sidonio Apollinare considera ancora il sepolcro di Virgilio come vanto di Napoli[77]. È chiaro che il popolo napoletano, spettatore di questa specie di culto reso alla memoria del poeta, dovea, per lo meno, serbarne il nome nella mente. Le notizie ci mancano pel più fitto medio evo, poichè gli scrittori che avrebbero potuto darcene avevano allora la mente altrove. Da quello però che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre continuata del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano per ben molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il nome di Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri un po' colti visitassero la città. Nel X sec, cioè ne' tempi della più grande barbarie, l'autore della Vita di S. Atanasio tessendo un elogio entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua patria, ricorda Virgilio e la nota epigrafe da lui dettata per la sua tomba[78]. Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale Guilhem Augier per indicar Virgilio si limita a dire «cel que jatz en la ribeira — lai a Napols» ben sicuro che ognuno intenderebbe di chi volesse parlare[79]. Certo, non furono i Normanni che rivelarono o ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua antica romanità, l'esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico suolo[80].

Così non è impossibile che sia d'antica data l'idea popolare che il sepolcro di Virgilio fosse intimamente connesso col bene della città e l'altra da questa dipendente, che, come riferisce Corrado, le ossa di lui quando si ponessero all'aria suscitassero turbini e tempeste. E veramente abbiamo potuto notare che il sepolcro di Virgilio figura nelle più antiche leggende virgiliane, fra le quali notevolissima, da questo punto di vista, è quella dell'inviolabilità quasi sacra della grotta di Pozzuoli, vicino all'ingresso della quale scorgesi anche oggi il sepolcro creduto del poeta. Leggende di questo genere erano assai comuni anche ai tempi pagani. È noto come il possedere le ossa di Edipo fosse tenuto qual causa di prosperità dagli Ateniesi, e come la stessa cosa, per altre ossa, si credesse da altri popoli. Un'altra leggenda, relativa al colle che serviva di sepolcro ad Anteo, diceva che quando da questo toglievasi un poco di terra pioveva immediatamente, nè cessava di piovere finchè non si fosse rimessa al posto[81].

Il poeta che nato presso Mantova volle esser seppellito a Napoli molto dovette amare quella città in vita sua. E veramente da quanto ci resta di notizie autentiche intorno a lui rileviamo che molto egli visse colà, godendo in pace le agiatezze procurategli dall'eccelso suo protettore, e che in quell'incantevole soggiorno gran parte dei suoi versi immortali fu da lui composta. Come rileviamo da un passo della principale sua biografia, familiare era al popolo napoletano la sua figura dolce e modesta, e caratterizzandone il tipo e l'espressione in una parola, solean chiamarlo per soprannome Parthenias[82]. A me poi pare indubitato che il suo nome dovesse esser conservato anche da alcune terre da lui possedute in quelle contrade.

In prova di ciò è d'uopo richiami alla mente del lettore quel tal giardino che Virgilio, secondo la leggenda, ebbe sul Monte Vergine, del quale parla Gervasio dicendo che vi si trovavano erbe d'ogni sorta dotate di proprietà mediche. Il nome di questo monte ha subito vari cangiamenti. Oggi chiamasi Monte Vergine, ma in latino lo trovo chiamato nei documenti e negli scrittori Mons Virginis, Mons Virginum, Mons Virgilianus. Giovanni Nusco autore della Vita di san Guglielmo da Vercelli[83], fondatore della congregazione e della chiesa del Monte Vergine, dice che il monte chiamossi dapprima Monte Virgiliano, denominazione della quale egli stesso si serve esclusivamente. Questa asserzione è negata da Roth[84], il quale nota che in alcuni documenti contemporanei del Santo il monte è chiamato «Mons qui Virginis vocatur», e la chiesa «S. Maria Montis Virginis.» Che però, quando il monte cominciò a cambiar denominazione alcuni seguitassero a chiamarlo col nome antico, altri col nuovo, è cosa che non ha nulla di straordinario. L'autore della Vita di san Guglielmo fu anch'egli contemporaneo del Santo, come colui che fu ricevuto nella congregazione dei preti del Monte Vergine nel 1132[85] cioè dieci anni prima che san Guglielmo morisse, e sei anni dopo la consecrazione di quella chiesa. Quando egli tenendosi alle tradizioni locali seguita ad adoperare il nome di Monte Virgiliano, il voler porre in dubbio la sua autorità è un volersene sbarazzare ad ogni costo, tanto più che nella sua qualità di ecclesiastico e di aderente alla nuova congregazione, se non avesse trovato una tradizione ed un uso più forti di lui, certo avrebbe dovuto preferire il titolo di Monte della Vergine Maria al titolo pagano di Monte di Virgilio. Se poi alcuni devoti, in certi loro atti di donazione, si affrettarono ad adottare il titolo di Monte Vergine, la tradizione veniva tuttavia rispettata anche dalla suprema autorità ecclesiastica nel 1197, nella bolla di papa Celestino III, relativa a quel monastero, nella quale questo più d'una volta è chiamato «Monasterium sacrosanctae Virginis Mariae de Monte Virgilii»[86]. Non essendo punto strano che una località abbia più nomi ad un tempo, può essere che, oltre al chiamarsi Virgiliano, questo monte, prima di intitolarsi dalla Vergine Maria, si chiamasse anche Mons Virginum col qual nome appunto lo designa Gervasio. La presenza, probabile a' tempi pagani, del culto di Vesta e di Cibele in quei luoghi spiegherebbe ottimamente questa denominazione[87]. Comunque sia di ciò, il nome indubitato di Monte Virgiliano, e la leggenda napoletana e locale[88] che poneva ivi un giardino di Virgilio, non potrebbe meglio spiegarsi che colla reale esistenza di una possessione avuta da Virgilio in quei luoghi. Ora, stabilire positivamente che ciò fosse non si può, ma ben si può provare con tutta evidenza che appena un secolo e mezzo, e forse neppur tanto, dopo la morte del poeta c'era chi parlava di possessioni avute da lui in quei dintorni.

Aulo Gellio[89] dice di aver trovato scritto «in quodam commentario»[90] che quei versi

«Talem dives arat Capua et vicina Vesevo

Ora iugo, etc.»