«Formantem (video) aereas muscas Virgilium»[43].

Non altra mosca Virgiliana trovasi mai menzionata se non quella di Napoli, alla quale certamente si riferisce questo anonimo come pure esplicitamente Giovanni di Salisbury; e Giovanni è il solo a narrare per quale occasione fosse fatta da Virgilio quella mosca; non lo crederei però autore di quel racconto, il quale, come ognun vede, è ideato nello spirito delle moralizzazioni del Gesta Romanorum e simili, e si può attribuire a qualche chierico napoletano che volle dare un edificante involucro storico alla superstizione popolare su quella mosca. Questa mosca, della grandezza di una rana, che secondo Corrado trovavasi su di una porta fortificata, poi passò ad una finestra nel castel Capuano e poi in castel Cicala (chiamato in seguito castel Sant'Angelo, e diroccato dai preti di Santa Chiara), dove perdette la sua efficacia. La Cronica di Partenope cita un tale Alessandro il quale dice d'averla veduta. Nel testo oggi noto di Alessandro Neckam della mosca non è parola.

Le due facce di pietra nella porta Nolana, che, come dice un vecchio scrittore napoletano[44], «chiamavasi di Forcella» esistevano realmente, e questo scrittore, che è lo Scoppa, dice di averle vedute nel portico di quella mentre era ancor fanciullo, prima che il re Alfonso II d'Aragona lo demolisse e le trasferisse in Poggio Reale. Il cavallo di bronzo esisteva anch'esso; Eustazio da Matera sulla fine del sec. XIII ne parlava nel suo poema, oggi perduto, Planctus Italiae[45], e nel 1322 trovavasi ancora nella corte della primaziale di Napoli. Il tempo e la barbarie l'avean guasto; il popolo però diceva che i manescalchi, ai quali quel cavallo avea fatto danno, gli sfondarono il ventre, talchè venne a perdere la sua efficacia e quindi parve giusto che i preti della primaziale, per farlo servire a qualche cosa, lo trasformassero in campane nel 1322. Altri dice fosse distrutto per toglier di mezzo la superstizione popolare ad esso relativo[46]. Rimase la testa che si conserva tuttora nel museo nazionale di Napoli e che può darci un'idea delle proporzioni colossali di quella notevole opera d'arte[47]. Il racconto della statua che Virgilio contrappose al vento che veniva dalla parte del Vesuvio, par fondato sulla real presenza di una qualche statua che desse, in qualche modo, motivo a quella leggenda. Scoppa dice che essa trovavasi nella porta già chiamata Ventosa poi Reale «dove (soggiunge) rimangon tuttora alcune statue di marmo»[48]. Quanto al palladio di Napoli, di cui parla Corrado, esso certamente dovette essere quel ch'ei dice d'aver visto e toccato, cioè un modello della città posto in un fiasco di cristallo. Sono note queste curiosità che anche oggi sbalordiscono il volgo, nè v'ha di che maravigliarsi se nel medio evo producevano l'impressione di cose fatte con arti soprannaturali, e se vi si annettevano idee telesmatiche. Forse quel cimelio andò perduto fra le mani degl'imperiali. Fatto è che in seguito la leggenda ad esso sostituisce un uovo[49] posto in un fiasco di vetro, questo stesso riposto in un recipiente di ferro. Questa forma della leggenda, assai posteriore, si sostituì alla prima dopo che l'antico castello fabbricato nel 1154 da Guglielmo I, ed ampliato da Federigo II, ebbe mutato il suo nome di Castello marino o di mare[50] in quello di Castel dell'uovo. Non si conoscono, a mia notizia, documenti che adoperino quest'ultima denominazione prima del XIV secolo. Negli statuti dell'Ordine dello Spirito Santo, fondato nel 1352 da Luigi d'Anjou, esso è chiamato «Castellum ovi incantati»[51]. In un MS. napoletano della metà del secolo XIV si parla di questa leggenda sull'autorità di Alessandro Neckam, il quale però non ne dice nulla[52]. Alla denominazione e alla leggenda si riferisce pure la iscrizione enimmatica, anch'essa del secolo XIV, che ci ha conservato la raccolta Signorili[53]:

«Ovo mira novo sic ovo non tuber ovo,

Dorica castra cluens tutor temerare timeto.»

Quella stessa idea che presentando Virgilio come protettore benefico di Napoli avea fatto attribuire a lui quei talismani e le mura della città, e la città stessa, dovea fare a lui attribuire i salutari bagni di Pozzuoli che godettero di molta celebrità nel medio evo, per le loro virtù medicinali[54]. L'uso di porre nei bagni di questo genere delle iscrizioni[55] indicanti le malattie a cui potevano essere utili, particolarmente quando le sorgenti eran varie, non lo troviamo soltanto in quei di Pozzuoli, ma anche in altri bagni celebri dell'epoca, come, p. es., in quelli di Bourbon l'Archambault[56]. Beniamin di Tudela (morto nel 1173) parla[57] di una sorgente di petrolio che trovavasi in vicinanza di Pozzuoli, e parla anche dei bagni medicinali ivi esistenti e visitati da moltissimi malati; non dice nulla però di Virgilio. Riccardo Eudes[58] nel suo poema, composto nel 1392, mentre parla anch'egli delle iscrizioni, non dice nulla di Virgilio. Così pure La Sale in un trattato di morale citato da Le Grand d'Aussi[59], così Burcardo[60] che visitava quei luoghi nel 1494, ed altri. Che questi ed altri scrittori non parlino di Virgilio, prova che l'attribuzione di quei bagni al Mantovano era un fatto tanto esclusivamente popolare che o non giunse a loro notizia, o, se pure, non ne tenner conto come di fola puerile. Certamente non potè ignorarla, ma non ne fece caso Pietro da Eboli[61] che nel suo poemetto su quei bagni non ne dice parola, mentre il suo protettore ed amico Corrado di Querfurt, più credulo di lui e prono a fantasticare col popolo, raccoglieva e seriamente riferiva la leggenda, come fecero altri della stessa tempra quali Gervasio, Elinando e il napoletano autore della Cronica di Partenope. La leggenda popolare aggiunse alla realtà della cosa il nome di Virgilio e l'idea che quei bagni fossero utili per ogni malattia. Il benefico Mantovano avrebbe voluto così principalmente provvedere ai poveri onde potessero dispensarsi dai medici «li quali (come dice la Cronica di Partenope[62]) senza alcuna charità domandano essere pagati.» I medici però che, come dice a tal proposito un vecchio poema francese, «ont fait maint mal et maint bien»[63] non trovavano in ciò il loro tornaconto, e particolarmente i celeberrimi della scuola salernitana videro talmente diminuire gli affari, che recatisi di soppiatto ai bagni virgiliani disfecero le iscrizioni; sicchè i poveri malati non seppero più da dove rifarsi. Ma Dio punì coloro, soggiunge la leggenda, poichè nel ritorno furon colti da una così furiosa tempesta che «annegaro intra Capre et la Minerva escepto uno lo quale manifestò questa cosa[64]. Questo fatto, anche narrato da Gervasio e Corrado, lo è pure da Burcardo e da altri che non mescolano al racconto il nome di Virgilio. La favola dandosi l'aspetto della storia riferiva anche un preteso istrumento notarile del 1409, nel quale si asseriva essersi trovata in Pozzuoli presso al luogo detto Tre Colonne la seguente iscrizione:

«Sir Antonius Sulimela, Sir Philippus Capogrossus, Sir Hector de Procita, famosissimi medici salernitani supra parvam navim ab ipsa civitate Salerni Puteolos transfretaverunt, cum ferreis instrumentis inscriptiones balneorum virtutum deleverunt et cum reverterunt, fuerunt cum navi miraculose submersi»[65].

Da quanto siamo venuti dicendo fin qui i lettori avran potuto farsi un concetto di ciò che era la leggenda virgiliana nell'origine sua. C'è un'idea prima e fondamentale, ed è questa, che Virgilio non solo abbia vissuto a Napoli, ma abbia avuto in mano il governo di quella città, o almeno per le alte sue relazioni in corte, abbia avuto parte a quel governo, ed in ogni caso abbia spiegato il più grande amore pel pubblico bene dei napolitani. Inoltre, esistevano in Napoli parecchi monumenti d'arte, antica o medievale, ai quali il popolo napolitano, come accadeva fra altri popoli altrove, attribuiva qualità maravigliose e telesmatiche. Abbiamo veduto di quale aureola di sapienza fosse stato decorato il nome di Virgilio presso i letterati del medio evo. Il popolo napoletano per la idea che universalmente si aveva di questo suo protettore, non poteva attribuire quei talismani ad altri che a lui.

Il mago propriamente detto non è ancora sorto. Quantunque Corrado parli di una ars magica o di magicae incantationes per mezzo delle quali Virgilio sarebbe riuscito a fare quei talismani, è chiaro che ciò va inteso in senso benigno di magìa naturale, o di cognizione dei più riposti segreti della natura[66]. Infatti la credenza d'allora portava che mediante certe combinazioni meccaniche, astrologiche e matematiche si potesse riuscire a produr cose maravigliose. Tutto ciò si considerava come affatto indipendente da arti diaboliche, e non rendeva necessariamente odioso il personaggio a cui si attribuiva, tanto meno quando le sue arti tendessero a bene. E realmente, come abbiamo veduto, Virgilio apparisce nella prima forma della leggenda non solo come innocuo, ma come grande benefattore, e nessuno degli scrittori che riferiscono le idee del popolo napoletano intorno a lui parla di arti diaboliche. Gervasio attribuisce le opere virgiliane ad una ars mathematica o vis mathesis. Boccaccio, il quale visse in un'epoca in cui, come vedremo, la leggenda avea già cambiato natura, non teme di offendere la fama del poeta da lui tanto venerato, dicendo che quelle tali cose furono da lui operate a Napoli «con l'aiuto della strologia», essendo egli «solennissimo strologo»[67], idea che già vedemmo anticamente sostenuta fin da Servio e da altri.

Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materiali dal concetto che i letterati d'allora si formavano di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei racconti. Siccome però quel concetto era universale e la leggenda è di origine esclusivamente napoletana, si può domandare come mai il nome di Virgilio fosse così familiare al popolo di Napoli, che questi se lo trovasse così alla mano quando volle dare un autore ai talismani a cui avea preso a credere. E questa è appunto l'ultima e più semplice formola a cui si riduce il problema dell'origine di queste leggende. Prima però di farci a dire la nostra opinione intorno a ciò, è d'uopo far parola di un fatto che non possiamo qui lasciar passare inosservato.