Gervasio non parla nè del cavallo di bronzo nè del palladio di Napoli, nè delle mura di questa città fatte da Virgilio, ma oltre alle due faccie di pietra della porta Nolana, delle quali non parla Corrado, egli è anche il primo a farci sapere che Virgilio «per arte matematica» seppe fare in modo che nella grotta di Pozzuoli non potesse mai aver luogo insidia nè agguato veruno, e che sul Monte Vergine egli pose un giardino nel quale trovavasi ogni sorta d'erbe dotate di proprietà medicinali. Fra queste, soggiunge, trovasi l'erba Lucia che tosto venga toccata da una pecorella cieca, le rende la vista.

Se si volesse stare a quanto asserisce Roth[26] nel suo interessante articolo intorno a Virgilio mago, anche Alessandro Neckam sarebbe stato a Napoli, e quindi avrebbe raccolto quanto racconta di leggende virgiliane dalla bocca del popolo napoletano. Il fatto è però che Neckam non solo non dice di aver visto egli stesso la mosca maravigliosa, conforme crede Roth, ma di questa non parla neppure. Vero è che il trattato De naturis rerum non era ancora stato posto in luce[27] quando Roth scriveva, e che questi non avea potuto procurarsi la dissertazione assai rara di Michel, nella quale il passo di quell'opera relativo a Virgilio mago trovasi riprodotto per intiero[28].

Le notizie che abbiamo sulla vita di Neckam sono così scarse[29] che è difficile stabilire in un modo positivo se ei fosse o no a Napoli. Nel poema De laudibus divinae sapientiae, scritto da lui in vecchiaia, egli parla della sua ripugnanza ai lunghi viaggi, alle nevi del Moncenisio, ed alle vie percorse da Annibale, e dice che non ha nessuna voglia di andare a Roma, allegando ragioni punto onorevoli per la capitale del cristianesimo[30]. Da ciò sembra potersi congetturare che Neckam non venisse mai in Italia. La data della sua opera De naturis rerum è incerta. Considerando però che egli nacque nel 1157 e morì nel 1217, che la sua opera si trova già nota verso la fine del XII secolo e che egli cita in essa altri suoi lavori di lunga lena[31], si può asserire con tutta verosimiglianza che quest'opera dovesse essere scritta nel penultimo decennio di quel secolo. Da ciò si rileverebbe che le leggende virgiliane aveano a quell'epoca già cominciato a rendersi note in Europa anche indipendentemente dagli scritti di Gervasio e di Corrado. Ma, come vedremo, la leggenda era nata a Napoli già prima della venuta di costoro, ed altri visitatori di questa città doveano averla diffusa.

CAPITOLO III.

Dopo avere escluso Neckam dal novero degli autori che impararono a conoscere le leggende virgiliane nel luogo stesso dov'erano nate, è tempo che ci occupiamo di esaminarle quali esse sono in questo più antico loro periodo storico, affine di determinare la vera natura e le ragioni dell'esser loro. I lettori avranno già notato che Virgilio, in questa più antica forma della leggenda, apparisce come protettore della città di Napoli, e che le opere maravigliose a lui attribuite consistono principalmente in talismani. Oltre alle tradizioni dell'antichità, oltre alle idee diffuse nel medio evo in Europa da popoli di stirpe semitica, la credenza nei talismani fu certamente rinvigorita nell'Italia meridionale dalla dominazione bizantina. Infatti come molte opere di tal genere furono a Napoli attribuite a Virgilio, così in Costantinopoli molte ne furono attribuite ad Apollonio Tianeo. Com'è naturale, certi monumenti della città eran quelli che dovean farne le spese. Così il famoso tripode di bronzo, di cui si vede una parte tuttora nell'ippodromo, fu per lunghi secoli considerato come un talismano. La leggenda[32] diceva che a tempo di Apollonio Tianeo Bizanzio fosse visitata dal flagello dei serpenti e che quindi fosse colà chiamato quel savio, onde allontanasse quella piaga. Costui elevò una colonna sulla quale era un'aquila che teneva nei suoi artigli un serpente, e d'allora in poi quegli animali scomparvero. Ai tempi di Niceta Coniate († 1216)[33] questa colonna coll'aquila esisteva tuttora; fu distrutta però, come tanti altri monumenti, quando la città cadde in potere dei latini. Ma la leggenda, che non si distrugge così facilmente, rimase, e fu applicata al nobile residuo dell'antico tripode, il quale appunto è costituito dalle spire di tre serpenti avviticchiati assieme. Inoltre le leggende costantinopolitane raccontavano anch'esse che Apollonio bandisse le mosche dalla città con una mosca di bronzo, e le zanzare con una zanzara di bronzo, e così pure gli scorpioni ed altri insetti[34]. La credenza poi a talismani di questo genere era ben lungi dal limitarsi a Napoli ed a Costantinopoli. A' tempi di Gregorio di Tours (VI sec.) la troviamo anche a Parigi. «Si diceva, ei narra, che anticamente la città fosse stata consecrata per preservarla dagl'incendi, dai serpenti e dai topi. Nel nettare la chiavica del Ponte-Nuovo, per togliere via il fango che l'ostruiva, non ha guari vi si trovò un serpe e un topo di bronzo[35]; furon portati via di là, e d'allora in poi innumerevoli topi e serpenti si videro, e cominciò la città a soffrire incendi»[36].

Vecchie tradizioni del paganesimo parlavano anche esse di mosche e d'altri insetti perseguitati da esseri superiori all'uomo. Così, delle mosche dicevasi ch'esse erano state bandite dal tempio di Ercole nel foro boario, e da una montagna dell'isola di Creta[37]. «Le cicale presso Reggio son mute, dice Solino[38], ciò che non è in alcun altro luogo, e questo silenzio è cosa tanto più miracolosa che quelle dei Locresi vicini si fan sentire anche più delle altre. Granio ci fa sapere il perchè: un giorno ch'esse facevano strepito mentre Ercole dormiva in quei luoghi, il Dio ordinò loro di stare zitte, e così d'allora in poi quel silenzio prese ad essere permanente.» Il cristianesimo, che tanto dovette concedere alle antiche credenze pagane, ebbe poi anch'esso non solo santi che scomunicarono mosche ed altri insetti, come san Bernardo, san Goffredo, san Patrizio ecc., ma anche formole di anatema ufficialmente stabilite per questi casi[39].

Non è da credere che a Napoli la credenza in questi talismani fosse semplicemente allo stato di racconto, senza un qualche oggetto a cui si riferisse[40]. Certamente anzi essa dovette nascere dalla presenza di opere di arte, sia antiche, sia bizantine, alle quali il popolo, come a Costantinopoli, attribuisse un'origine telesmatica. Una volta poi così avviata potè la fantasia popolare, od anche quella degli scrittori, amplificar la cosa, aumentando il novero dei talismani «che c'erano un tempo ed ora non esistevan più.»

Principale, e forse uno dei più antichi fra questi talismani, pare essere stata la mosca di bronzo. Uno scrittore anteriore a Corrado e Gervasio non solo ne parla, ma ci riferisce anche per intero la leggenda ad esso relativa. Questi è Giovanni di Salisbury che conosceva bene Napoli e l'Italia come colui che nel 1160 diceva di aver già passato le Alpi dieci volte e di aver percorso due volte l'Italia meridionale[41].

Quest'uomo veramente superiore, pieno d'ingegno e di spirito, ci racconta l'aneddoto seguente: «Dicesi che il poeta mantovano interrogasse Marcello mentre era fortemente intento a fare strage d'uccelli, se gli piacerebbe meglio che fosse fatto un uccello col quale si acchiappassero tutti gli uccelli, o una mosca che esterminasse tutte le mosche. Avendo Marcello parlato di ciò con Augusto, per consiglio di lui prescelse che si facesse una mosca che scacciasse da Napoli le mosche, e liberasse la città da questa piaga. E il desiderio fu compiuto; dal che si riduce che al proprio piacere è da preferire l'utile dei più»[42].

I nomi di Marcello e d'Augusto posti così in rapporto con Virgilio potrebbero forse a prima giunta destar dubbio circa l'origine popolare di questa leggenda applicata a quel tal talismano. Notiamo però che la leggenda popolare napoletana considerava appunto Marcello come governatore di Napoli, e Virgilio come suo ministro. Nella Cronica di Partenope della quale parleremo a suo luogo, i fatti di Virgilio sono riferiti «in nel tempo quando Octaviano ordenao Marcello duca de li Napoletani.» È questo il lato pel quale la leggenda napoletana si mostra connessa, come vedremo colla leggenda letteraria sorta sulla antica biografia del poeta. — L'autore anonimo di una poesia satirica contro gli ecclesiastici, dell'anno 1180, allude anch'egli alla mosca di Virgilio col verso: