«Que quant aucuns l'uef remuait

Toute la cité en crolait.»

Il Cleomadès invece dice che eran due castelli in mare, fondati ciascuno su di un uovo, e che una volta vi fu chi si volle provare a rompere uno di quegli uovi, e tosto un castello andò giù; rimase però l'altro, che è ancora visibile sul suo uovo a Napoli:

«Encor est là l'autres chastiaus

Qui en mer siet et bons et biaus:

Si est li oes, c'est vérités,

Seur quoi li chastiaus est fondés.»

L'idea della Salvatio Romae fu ravvicinata ad una vecchia idea nota già anche fra gli orientali, che cioè ci fosse modo di fare degli specchi nei quali si potesse vedere tutto quello che avveniva a grandi distanze. Uno di questi specchi si diceva esistesse in cima al faro d'Alessandria, postovi, secondo Beniamin di Tudela[144], da Alessandro, e con esso si poteva vedere fino alla distanza di più di 500 parasanghe tutti i bastimenti da guerra che venissero contro l'Egitto[145]. La Salvatio Romae si cambiò in uno specchio consimile che a Virgilio si trova attribuito nel Roman des sept Sages, nel Cleomadés e nel Renart contrefait[146]. Ma disgraziatamente, come ogni cosa mortale, lo specchio maraviglioso doveva finire anch'esso, e il Roman des sept Sages ci dice come finì. Un re straniero, ungherese, cartaginese, tedesco, pugliese, secondo le varie versioni, non potendo soffrire d'essere tenuto così in soggezione dai Romani accettò l'offerta che tre cavalieri gli fecero di abbattere quello specchio. Venuti a Roma costoro, sotterrarono oro in più luoghi e si spacciarono per «trovatori di tesori.» L'imperatore avido di ricchezze, volle provare il loro sapere, e fecero bella figura trovando l'oro che avean messo essi stessi sotterra. Quando videro l'imperatore bene invogliato, dissero che un gran tesoro doveva trovarsi sotto il pilastro dello specchio, e subito furono incaricati di cercarlo. Dopo aver disfatto il piedistallo, posero sotto lo specchio puntelli di legno ai quali poi di notte diedero fuoco e fuggirono. Così lo specchio cadde in mille pezzi. Il popolo romano indignato per la perdita di una cosa tanto preziosa, onde punire l'avidità dell'imperatore lo condannò a ingoiare oro fuso. — Questo racconto, di cui la fine rammenta un aneddoto ben noto della storia romana, esisteva indipendentemente da Virgilio e dallo specchio maraviglioso. Lo ritroviamo nel Pecorone, nella novella che porta il titolo seguente: «Chello et Ianni di Velletri si fingono indovini per vituperare il comune di Roma. Sono ricevuti alla corte di Crasso, per cui scavano certi danari che avean nascosi in diversi luoghi. Gli dicono poi che sotto la torre detta del Tribuno v'è un gran tesoro. Crasso la fa mettere in puntelli ed essi vi appiccano il fuoco. Intanto si dilungano da Roma, e la mattina cade la torre con grande uccisione di Romani.»[147] Virgilio e lo specchio maraviglioso non hanno luogo in questa versione, nella quale trattasi soltanto di un monumento, detto la Torre del Tribuno, in cui «erano intagliati dal lato di fuori, di metallo, tutti coloro che ebbero mai triumfo o fama, et era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma.» Questa novella è in rapporto assai stretto con un curioso racconto riferito da Flaminio Vacca[148], archeologo del XVI secolo, il quale attribuisce la cosa ai Goti.

Divenuto che fu Virgilio mago per bene, non solo si attribuirono a lui parecchie maraviglie che si raccontavano di Roma, ma gli furono applicati ancora racconti già riferiti ad uomini a cui toccò la stessa sorte. Uno di questi, com'è notissimo, era il papa Silvestro II, o Gerberto, che colla rinomanza di magia pagò il torto che ebbe di occuparsi di meccanica e di matematica in un tempo in cui ciò in un ecclesiastico, e più in un papa, pareva uno scandalo. Fu tanto più facile confondere la leggenda sua colla virgiliana, che molti degli scrittori notissimi che riferivano questa, riferivano anche l'altra; tali sono, per esempio, Gervasio di Tilbury, Elinando e quindi Vincenzo di Beauvais, Alberigo ecc. Un esempio di questa confusione l'abbiamo nei poemi che ho già citati.

Leggesi nel Mirabilia, che dov'è la chiesa di Santa Balbina in Roma fu il mutatorium Caesaris e che ivi fu un candelabro fatto della pietra chiamata asbestos, il quale una volta acceso e posto all'aria, non poteva essere spento in alcun modo, secondo dice etimologicamente quel vocabolo greco. Questa leggenda è applicata a Virgilio nell'Image du monde, colla sola differenza che il candelabro è cambiato in due ceri ed una lampada inestinguibile. Nel Cleomadés e nei Sette Savi[149] però esso è mutato in un fuoco sempre ardente, dinanzi al quale trovavasi la statua d'un arciere pronto a scoccare la freccia contro di esso, e questo arciere portava una scritta in ebraico che diceva: Se alcun mi tocca, io ferirò. Uno sfaccendato che probabilmente non sapeva l'ebraico, toccò un giorno la statua, la freccia scoccò, il fuoco si estinse, nè mai più d'allora in poi si riaccese. Questa leggenda che qui è applicata a Virgilio[150] avea già servito per Gerberto. A proposito di costui dicevasi che nel Campo di Marte a Roma era una statua la quale teneva teso l'indice della mano destra e portava scritto in fronte: hic percute. Nessuno avea saputo capire il senso di questa iscrizione, ma Gerberto l'indovinò. Quando il sole trovavasi allo zenit della testa della statua, egli osservò dove cadeva l'ombra dell'indice, e, segnato il luogo, di notte andò con un servo a farvi scongiuri, e la terra spalancandosi diedegli adito ad un sotterraneo pieno d'ogni sorta di tesori. In questo era una sala nella quale di sopra a uno scudo raggiava un carbonchio, profondendo una luce maravigliosa. Una quantità di cavalieri tutti d'oro erano schierati nei portici all'intorno, e rimpetto al carbonchio era un fanciullo coll'arco teso. Appena si toccasse qualcosa di questi tesori, tosto i cavalieri facean risuonare le armi. Il famiglio che avea menato seco Gerberto, non resistendo alla voglia di portar via qualcuna delle tante belle cose che vedeva, tolto un piccolo coltellino lo intascò. Allora subito dall'arco del fanciullo scoccò il dardo, si spense il carbonchio, e se vollero uscire, convenne riporre il coltellino al posto[151]. — La prima parte di questo racconto, cioè il fatto della statua e del tesoro, trovasi anch'essa attribuita a Virgilio, con qualche variante, da Ians Enenkel[152]. Altri testi però riferiscono tutto il racconto, senza attribuirlo nè a Gerberto nè a Virgilio, ma ad un clericus qualsivoglia[153]. Notiamo per ultimo che questa leggenda non è che una variante del racconto di Zobeide nelle Mille ed una notte[154].