A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma. La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata. Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile. La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero il fuoco e Virgilio fu vendicato.
Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità, altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone, Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza. Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:
«Par femme fut Adam deceu
et Virgile moqué en fu,
David en fist faulx jugement
et Salemon faulx testament;
Ypocras en fu enerbé,
Sanson le fort deshonnoré;
femme chevaucha Aristote,
il n'est rien que femme n'assote»[207]