Questa iscrizione, con due versi d'aggiunta:
«Post hunc quisque sciat se ruiturum
Et iam nulla mori gloria tollat.»
è da Elinando, in un suo sermone, attribuita a Virgilio[204]. Secondo una leggenda riferita nel Victorial di Gutierre Diaz de Games (XV sec), quell'obelisco fu fatto da Salomone, il quale volle che nella palla fossero riposte le sue ossa. Quando Giulio Cesare morì, Virgilio andò a Gerusalemme e chiese quel monumento agli Ebrei, i quali credendo burlarsi di lui, gli dissero che glielo darebbero purchè ei sborsasse loro una certa somma giornalmente, finchè l'obelisco non fosse arrivato a Roma. Ma Virgilio si burlò invece di loro, poichè fece colle sue arti in modo che l'obelisco in una notte passò da Gerusalemme a Roma: e così le ossa di Giulio Cesare presero il posto di quelle di Salomone[205].
Queste leggende che trovansi così isolate e sparpagliate non aggiungono gran cosa alla fisionomia del Virgilio mago; sono un effetto di quanto in questo tipo è già fissato da leggende più stabilmente connesse col nome del Mantovano; effetto di cui potrebbero moltiplicarsi gli esempi senza aggiungere gran che di essenziale al nostro studio. Però questo tipo leggendario, quale lo abbiamo descritto fin qui, non può ancora dirsi completo. Un personaggio così accetto e familiare al mondo romantico non poteva in tanto varia attività sua e in tanta celebrità dei suoi fatti rimanere del tutto estraneo al bel sesso. La leggenda infatti non lasciò per lui una lacuna che sarebbe stata tanto anormale, ed ora noi dobbiamo rivolgerci a quella parte di essa che mostra appunto Virgilio alle prese col sesso femminile.
CAPITOLO VIII.
Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti. L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale. Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa. Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata, beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro poeta che grida:
«Ora si va con motti e con iscede
A predicare, e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»