«Que fist à Sanson Dalida
quant le livra aux Philistins,
n'à Hercules Dejanira
quant le fict mourir par venins?
une femme par ses engins
ne trompa-elle aussi Virgile
quant à uns panier il fut prins
et puis pendu emmy la ville?[209]»
E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec. XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere d'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in un Fabliau[212] quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213]. Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare tedesco[215] e d'uno francese tuttora vivente[216].
La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli Atti di S. Leone taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218] e in un aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme, ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir). Poi nella Image du monde tutta la seconda parte dell'avventura è narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla, nè sottrarvisi.