Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in un testo latino del XIII secolo[221] e nella Cronica universale di Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nel Renart contrefait e in un gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche fra le Rimur islandesi ve ne ha una[223] che narra lo sfregio e la vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura, come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte, con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313) riferisce quel fatto a proposito del Pecado de Luxuria. Più tardi però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de Santo Pedro nel suo Carcel de amor diceva, propugnando la causa delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici» l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224]. Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentato dall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più altri[227].
In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica, dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il nome di Torre di Virgilio dato in Roma alla torre dei Frangipani[229] e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca del Mirabilia del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo ameno del Berni annovera[231] fra le antichità che «pellegrini o romei» andavano a vedere a Roma:
«E la torre ove stette in due cestoni
Virgilio spenzolato da colei.»
Enea Silvio nel suo De Euryalo et Lucretia (1440), cita la prima parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però, fra le altre mille, figura essa nella Murtoleide:
«Possa come Virgilio in una cistola
Dalla fenestra in giù restar pendente.»
Nei testi a stampa dell'antico poemetto italiano Il padiglione di Carlomagno leggesi la seguente ottava:
«Ancora si vede Aristotil storiare
E quella femmina che l'ingannò,