Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi tal quale nel Çukasaptati, libro di novelle indiano, e nella storia di Ardschi Bordschi Chan, libro mongolico d'origine indiana (Sinhâsanadvâtrinçat)[245]. In Europa però esso era già noto da tempi assai antichi; trovo in Macrobio un aneddoto (desunto certamente da antichi scrittori latini) il quale, ad eccezione dell'elemento amoroso, è del tutto simile a questo[246]. Come astuzia di donna galante, circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano[247], nelle novelle di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nel Mambriano del Cieco da Ferrara[248], nel Patrañuelo di Timoneda ecc. ecc.[249]. Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le dita alle donne adultere»[250]. Il racconto così attribuito a Virgilio e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora in Santa Maria in Cosmedin e chiamasi Bocca della verità. È un antico mascherone da fontana, o da sbocco d'acqua piovana, di cui il Mirabilia dice che era considerato come una bocca che pronunziava oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo di Bocca della verità dato anche alla piazza adiacente e che di certo[251] risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto alla Bocca della verità, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio. Infatti nella versione tedesca del Mirabilia fatta nel XV secolo, è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e dell'aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[252].

CAPITOLO IX.

Tutti questi racconti che andavano attorno col nome di Virgilio, erano già, come ognun vede, assai numerosi; e chi avesse voluto riunirli assieme, ordinarli, sviluppare certi dati o supplire a certe lacune con un po' di fantasia, c'era da tessere tutta una biografia romanzesca dell'illustre mago. Ed infatti non mancò chi ciò facesse. Prima però di parlare di quest'ultimo e definitivo stadio della leggenda virgiliana, credo opportuno gittare uno sguardo su quel che essa era divenuta nel paese in cui avea avuto la sua prima origine, cioè in Italia ed a Napoli specialmente. I lettori avranno notato che ad eccezione di quelle udite a Napoli da Gervasio e da Corrado, tutte le altre leggende furono applicate a Virgilio fuori d'Italia; e quantunque queste fossero riferite in iscritti letterari molto conosciuti e letti nel medio evo, pur nondimeno ben poche di esse penetrarono presso gli scrittori italiani. Il più notevole documento napoletano che noi abbiamo intorno alle leggende virgiliane è la Cronica di Partenope[253] attribuita nella prima edizione falsamente a Giovanni Villani, e poi anche a «Bartolomeo Caraczolo dicto Carafa, cavaliere di Napoli» il quale però propriamente non è e non si professa autore che della seconda delle tre scritture di cui si compone questo curioso zibaldone di storia napoletana compilato verso la metà del sec. XIV. La prima e la più antica di quelle scritture è opera di un ignoto napoletano che la compose probabilmente poco dopo il 1326; essa consiste in una raccolta di narrazioni relative alle antichità sacre e profane di Napoli, ricavata da fonti diverse, anche da tradizioni orali, senza alcuna critica e con mescolanza di favole e leggende di varia specie, fra le quali sono pure le virgiliane[254]. Quantunque napoletano, il rozzo autore non si è tenuto soltanto a quel che di Virgilio dicevasi a Napoli ai tempi suoi, ma ha riferito nel suo scritto tutto quanto ha trovato in Gervasio ch'ei cita, e nell'opera di un tale Alessandro. Se questi fosse Alessandro Neckam, dovremmo dire aver egli letto il De naturis rerum in un codice mutilo e interpolato, oppure in un estratto incompleto e variato, presso qualche altro scrittore[255].

Quanto trovasi in Gervasio ritrovasi presso a poco in questa Cronica e, ad eccezione di alcune poche aggiunte fatte nello stesso spirito del rimanente, la leggenda rimane in essa tal quale l'abbiamo trovata a Napoli nel XII secolo. Virgilio vi figura come gran benefattore di Napoli nel tempo in cui era «consiliario et quasi rectore o vero maistro di Marcello» eletto da Ottaviano «duca de li napolitani.» Da lui furono fatti gli acquedotti, le fontane, i pozzi, le cloache di Napoli; egli istituì il Gioco di Carbonara[256] simile al Gioco del Ponte in Pisa, che cominciò come esercizio guerresco con finti attacchi, e finì con baruffe micidiali. Al novero dei soliti talismani si aggiunge una cicala di rame che scacciò tutte le cicale da Napoli, e un pesciolino di pietra posto nel luogo che serbò il nome di «preta de lo pesce», il quale attirava pesci in abbondanza[257]. Anche la leggenda relativa al Castello dell'Ovo che abbiamo veduto tanto trasmutata all'estero, rimane quel che era prima, cioè l'idea di un talismano che serviva come di palladio alla città. Il fatto narrato da Gervasio intorno alla richiesta di quell'eccentrico inglese è riferito, con qualche variante di nessun rilievo, anche nella Cronica. Come poi quel tale trovò il libro di segreti sotto il capo di Virgilio, così Virgilio stesso lo trovò, «secondo che se legge ad un chronica antiqua», (che non sappiamo qual possa essere, ma certamente napoletana) sotto il capo di Chironte in una grotta dentro Monte Barbaro, di dove egli andò a trarlo in compagnia di un certo Filomelo o Filomeno[258]. Quantunque questo libro chiamisi di negromanzia, e quantunque di negromanzia e di magia talvolta si parli nella Cronica a proposito delle opere virgiliane, pure l'autore ci fa in più luoghi capire chiaramente che per ciò egli intende quanto si può operare conoscendo la «mirabile influenza de le pianeta.» E realmente mai nulla di diabolico è da lui attribuito a Virgilio, del quale parla sempre col più grande rispetto e non cessando di chiamarlo «esimio poeta.» La grotta di Pozzuoli non è più soltanto, per le arti del poeta, protetta contro ogni misfatto, ma il poeta stesso l'ha fatta fare, non però col mezzo de' diavoli, come poi si disse altrove, ma per «Geometria.»

Certo, trovandosi il sepolcro di Virgilio sulla via Puteolana, appunto all'ingresso di quella grotta, s'intende ch'essa dovesse essere il centro delle tradizioni virgiliane. Più tardi lo Scoppa, riferendo quanto trovava di leggende virgiliane nella Cronica di Partenope, aggiunge a proposito della grotta di Pozzuoli «non ignoro che alcuni, appoggiandosi all'autorità di Plinio, sostengono a spada tratta che Lucullo e non Virgilio la facesse. Io però sto a quel che dicono le nostre croniche, imperocchè in fatto di antichità va creduto ai più antichi, particolarmente quando sono del paese.» Ed infatti quanto volgare fosse a Napoli quest'opinione lo mostra non solo il nome di Grotta di Virgilio, ma il fatto eziandio del Petrarca, il quale, com'egli stesso racconta, fu seriamente interrogato su tal proposito da re Roberto, e rispose: «non ho a mente aver mai letto che Virgilio facesse il tagliapietre[259]

Da tutto ciò possiamo conchiudere che la leggenda esisteva a Napoli ancora nel secolo decimoquarto e nel decimoquinto, e che in essa non c'è ombra di quel Virgilio diabolico e innamorato che trovammo altrove. Un sol fatto pare venuto dal di fuori, ed è la leggenda che troviamo nella Cronica di quattro teste di morto poste da Virgilio in Napoli, le quali rivelavano al Duca quel che si faceva in tutto il mondo. Questa leggenda ha per fondamento l'idea della Salvatio Romae e dello specchio maraviglioso, combinata con quella della testa parlante che vedemmo attribuita a Virgilio come a Gerberto, e può credersi venuta dal di fuori.

L'autore della Cronica sì è guardato bene dall'aggiungere alcun che di suo alla leggenda, per renderla più fantastica o per meglio farla spiccare. Quantunque rozzo, egli è scrittore ed ha una certa coltura che lo distingue dal volgo illetterato; vuol essere storico, e come tale nel narrare le leggende virgiliane, non solo ricorda il Virgilio reale della scuola e della poesia, ma applicando a questo Virgilio quelle leggende compila ed anche affetta di compilare da libri, non mai riferendosi alla tradizione popolare vivente, a lui ben nota. Alessandro Neckam, come abbiam visto, è da lui citato di seconda mano e quindi anche a sproposito facendogli dire quel che non da lui ma da altri fu detto; Gervasio di Tilbury, malamente e indirettamente conosciuto, sia dall'autore sia da altri che poser le mani in questa Cronica, diviene Santo Gervasio Pontefice ed i suoi Otia Imperialia i Responsi (vuol dire Riposi) Imperiali. Prevale però la conoscenza delle fonti indigene sia citate, sia adoperate senza citarle, quali una anonima Cronica antica, l'oggi perduto Planctus Italiae di Eustazio da Matera, ed anche Alessandro di Telese e la Vita di S. Atanasio, o forse altri a noi ignoti, dai quali fu desunto quel che si narra di Virgilio e Ottaviano e Marcello e l'elogio di Napoli «signora di nove città» ecc.[260]. Ma registrate o no presso altri scrittori, le leggende qui riferite vivevano ancora, se non tutte, certo in gran parte nella tradizione popolare napoletana quando dapprima la Cronica fu scritta, e poi quando da numerose mani fu variamente trascritta e per ultimo quando con assai libertà di ricompilazione fu stampata. Traluce chiarissima la vivente leggenda là dove l'autore vuol farla da critico, correggendo l'errore volgare della gente grossa, benchè in verità ei non si mostri ben fino. Così, certamente popolare e vivente da antica data era la leggenda da lui riferita circa la grotta di Pozzuoli costruita da Virgilio che ivi presso ebbe la sua sepoltura; il popolo però aggiungeva che Virgilio quella prodigiosa opera facesse in un sol giorno, e questo pare poi troppo allo scrittore, il quale pur riferendo seriamente tutto il resto, fa qui una riserva: «E la preditta grotta, lo grosso popolo tene che Virgilio fatta la avesse in uno dì; e questo non è possibile se no a la divina potencia, quae de nihilo cuncta creavit»[261]. Così pur si vede che la leggenda circa il Castel dell'Uovo, mantenuta dal nome stesso che questo portava, seguitava ad esistere nella tradizione; ma che quel telesma virgiliano preservasse la città o il castello, non si credeva più nè si poteva dopo gli avvenimenti dal XII sec. in poi; quindi l'autore circa tal credenza si limita a riferire che v'era stata già fra «gli antiqui napolitani.» Quando la Cronica fu messa a stampa sulla fine del XV sec. col titolo promettente di «nobilissima et vera antica cronica» malgrado la falsa attribuzione nel titolo stesso a Giovanni Villani, e quando fu poi nel 1526 riprodotta, qualche passo fu soppresso, altro fu aggiunto raffazonando liberamente; ma che la leggenda seguitasse ad esistere e molto ancora si narrasse oralmente dal popolo su Virgilio oltre a quanto nella Cronica è riferito, si rileva chiaramente dalle seguenti parole onorevoli pel buon senso italiano che a nome dell'antico autore furono aggiunte in ossequio alla verità dall'Astrino che preparò la Cronica per la stampa nel 1526[262]: «Io potria del dicto Virgilio dicere molte altre cose le quali ho sentito dicerese de tale uomo, ma perchè in maior parte mi pareno favolose e false, non ho voluto al tutto implire la mente de li homini de sogni; et perchè molte cose sono state dicte de sopra de Virgilio a le quale io scriptore de quelle meno che gli altri credo, prego ciascuno lettore me habbia per excusato, perchè non ho voluto fraudare la fama de lo ingeniosissimo poeta, o vera o falsa, et la benivolenza la quale ipso portava a questa inclita cità di Napoli. Ma la verità de tutte le cose, la cognobbe et conosce solo Dio; questo ben dirò, che io non scrivo cosa falsa nè fabolosa che de quella lo lectore non sia facto accorto.»

Le leggende napoletane non si diffusero che poco e lentamente nell'Italia superiore: esse però erano ben note, anche fuori di Napoli, nell'Italia meridionale. La più antica menzione che io ne conosca fra i nostri poeti volgari trovasi in un componimento di Ruggeri Pugliese che non crederei posteriore alla prima metà del XIII secolo:

«Aggio poco senno alla stagione,

E saccio tutte l'arti di Virgilio»[263].