Nel resto d'Italia la leggenda virgiliana non si diffonde nella letteratura che nel secolo XIV, mescolando però all'elemento originale e indigeno l'elemento ascitizio e straniero, pei noti rapporti delle nostre lettere d'allora colla produzione letteraria forestiera. Taluni autori toscani però la conoscono, allora e prima, come quelli che furono a Napoli e dal popolo di quella città poterono udirla. Boccaccio che ben conosceva Napoli, nel suo commento a Dante (1373) parlando delle opere maravigliose fatte da Virgilio in quella città, non ne cita che tre, già ben note: cioè la mosca e il cavallo di bronzo e le facce di marmo di porta Nolana. Egli nota che Virgilio visse molto più a Napoli che a Roma e che ivi recossi da Milano[264] perchè avendo l'ingegno pronto alla poesia, avea saputo essere i poeti «nel cospetto d'Ottaviano accetti.» Prima di lui Cino da Pistoia[265] alludeva alla mosca maravigliosa nei versi satirici contro Napoli che il Ciampi non ha intesi:

«O sommo vate, quanto mal facesti

A venir qui; non t'era me' morire

A Pietola colà dove nascesti?

Quando la mosca, per l'altre fuggire,

In tal loco ponesti

Ov'ogni vespa doveria venire

A punger quei che su ne' boschi stanno.»

Il poeta popolare fiorentino Antonio Pucci, nel XIV secolo, fra gli altri appunti d'ogni specie che raccoglieva in un suo zibaldone di cui si hanno due MS. in Firenze[266], notava parecchie delle maraviglie che la leggenda attribuiva a Virgilio, la mosca, il cavallo, il castello posto in bilico sull'uovo, il giardino, due doppieri e una lampada sempre ardenti, la burla della donna, e la vendetta, la testa che parlava, e la relativa storia della morte del poeta, e quanto credevasi sull'efficacia delle sue ossa. Egli però, come molti romanzatori stranieri, colloca il sepolcro di Virgilio a Roma. È noto che questo cantastorie italiano conobbe e adoperò i prodotti dei cantastorie forestieri[267]. Egli però non parla di arti diaboliche, ma attribuisce le maraviglie virgiliane all'«arte della stronomia.» A conoscenza dei riposti segreti della natura le attribuisce, nello stesso secolo, Gidino da Sommacampagna, alludendo ad esse in un suo sonetto a Francesco Vannozzo[268], nel quale cita l'autorità:

«Dell'eccellente fisico Marone