Che circa il natural pose sua cura.»
In un bizzarro suo sonetto[269] di quel genere che poi prese il nome dal Burchiello, Andrea Orcagna, il grande artista del sec. XIV, dice
«E l'ampolla di Napoli s'è rotta»
certamente alludendo alla famosa ampolla di Castel dell'Uovo che da un pezzo avea perduta la sua virtù quia modicum fissa est, come scriveva già Corrado di Querfurt[270].
Se però i rapporti in cui la leggenda poneva Virgilio con la città di Napoli non aveano permesso che in questa s'introducesse quel personaggio parte ridicolo e parte anche odioso a cui Virgilio s'era ridotto altrove, la stessa cosa non aveva luogo pel resto d'Italia. Qualche eco della leggenda secondo la versione forestiera, noi ritroviamo a Roma nel nome di Virgilio annesso a qualche monumento o qualche località[271]. Così sappiamo che la Meta sudans fu chiamata dal popolo romano Torre di Virgilio[272], che questo nome diedesi agli avanzi della Torre dei Frangipani[273], e che il Settizonio fu chiamato Scuola di Virgilio[274]; su quest'ultimo leggesi nel curioso poemetto (XV-XVI sec.) intitolato Prospettiva milanese:
«Eravi di Virgilio un'academia
edificata nel più bel di Roma
et hor dintorno a lei vi si vendemia;
erano septe scole» ecc.[275].
Se queste denominazioni le poniamo assieme colla notizia dei guai che per parte della corte romana soffrì il Petrarca a causa dei suoi studi virgiliani, ci sarà facile indovinare che in Roma a quell'epoca il nome di Virgilio non fosse esente dalla taccia di magia nel più cattivo senso della parola. Notiamo però che tutto questo non va al di là del secolo in cui abbiamo veduto prodursi anche altrove, relativamente a Virgilio quella tale idea, ed è meramente una conseguenza di essa. Quando si pensi come in queste leggende virgiliane fosse mescolato il nome di Roma, come s'introducessero nelle guide di cui si servivano i numerosi visitatori di questa città, sarà facile comprendere come ciò bastasse a rendere noto ai Romani il nome di Virgilio mago, ed a fare che da essi o dai forestieri fosse applicato a monumenti e località di Roma. Infatti nei più antichi manoscritti del Mirabilia urbis Romae, che risalgono al secolo XII, Virgilio non è mai nominato, neppur come autorità come lo è p. es. il martirologio (i Fasti) d'Ovidio, e neppure come profeta del Cristo là dove è riferita la leggenda d'Ottaviano e la Sibilla. È più che probabile che se a quell'epoca il nome di Virgilio fosse stato annesso a qualche luogo della città, il Mirabilia ne avrebbe parlato. Dopo la diffusione della leggenda incomincia però questo nome ad introdursi nel Mirabilia, e quindi s'introduce a Roma; poichè credevasi, secondo le fantasie estere, che propriamente a Roma Virgilio avesse esercitato la negromanzia ed anche tenutone scuola. Nel XIV secolo infatti Hans Folz, il barbiere-cerusico-poeta di Norimberga, scriveva in certa sua burlesca novella, che un tempo «correva voce esservi a Roma un maestro dotto in negromanzia, detto Virgilio, che dava risposta a tutti i quesiti rivoltigli da ogni parte del mondo»; e narra pure di tre curiose risposte date da lui a tre curiose domande[276].