In un MS. del Mirabilia, del XIII secolo, trovasi a proposito del monte Viminale, l'aggiunta: «di dove Virgilio preso dai Romani, invisibilmente se ne andò a Napoli; ond'è che si dice vado ad Napulum.» Questa rozza etimologia si riferisce al nome di una strada, che chiamasi tuttora Magnanapoli (corruz. di Balnea Pauli) e che conduce al Viminale. La leggenda virgiliana che le serve di base non è altro se non il seguito dell'avventura della cesta e dell'estinzione dei fuochi. Come quest'ultima parte dell'avventura abbiamo veduto essere un racconto d'antica data, riferito prima al mago Eliodoro, dopo di lui a Virgilio, e poscia anche a Pietro Barliario tuttora noto al nostro popolo meridionale, così anco il seguito di quella avventura, al pari di altri fatti attribuiti a Virgilio ed a Barliario, era già stato appropriato ad Eliodoro. Costui, diceva la leggenda, per sottrarsi alla pena meritata, si mise a disegnare sulla parete con un bastoncello una nave colle sue vele e i suoi marinari, e per arte diabolica cambiato il disegno in nave reale, vi si pose dentro e fuggì di Sicilia[277]. Così di Virgilio si disse che anch'egli dopo aver fatto quel brutto tiro alla donzella che lo aveva burlato, fu posto in prigione, da cui però seppe liberarsi disegnando sulla parete un vascello, che divenuto reale e sollevatosi in aria, trasportò da Roma a Napoli lui e tutti gli altri carcerati[278]. Questo fatto che ricorre anche nella leggenda di Barliario[279], lo troviamo applicato a Virgilio, non solo nel Mirabilia ma anche nella cronica mantovana detta Aliprandina perchè scritta in versi da Bonamente Aliprando nel 1414, della quale appunto qui dobbiamo parlare.

In nessuna delle tre città principali che si collegano alla vita di Virgilio questi lasciò le impressioni che lasciò in Napoli. Mantova presso alla quale egli nacque, ma dove non istette, a quanto sembra, che poco, non diede alcun prodotto fantastico intorno a lui. Nel medio evo senza dubbio Mantova non dimenticò mai di esser patria di Virgilio, e come vediamo da Donizone[280], alcune località di quei dintorni portavano il nome del poeta o si congiungevano con questo come abitate o frequentate da lui. Ma ciò si riferiva, a torto o a ragione, alle reali memorie biografiche del poeta e non includeva in alcuna guisa l'idea di una sua attività miracolosa. Se Mantova coniò moneta colla sua effigie[281], se gli eresse una statua[282], ciò fu un omaggio a lui reso dalla classe istruita del paese, nel quale è impossibile riconoscere la presenza di tradizioni fantastiche relative al poeta. Una prova di questo che io asserisco è appunto il poema in terzine che sopra ho menzionato[283]. La rozzezza della composizione e le assurdità in esso accumulate mostrano nel modo più evidente che se Mantova avesse avuto tradizioni leggendarie speciali intorno a Virgilio, l'autore sarebbe stato uomo da conoscerle e da riferirle scrupolosamente. Ma in esso non troviamo assolutamente nulla di simile. Egli parla di Virgilio come di una delle glorie mantovane, e ne tesse una biografia in parte desunta da quella di Donato, ed in parte dalle leggende virgiliane dell'epoca, estranee a Mantova. Incomincia dal parlare, seguendo l'antico biografo, del babbo e della mamma di Virgilio, e del sogno fatidico avuto da questa, dopo il quale:

«La donna fece l'animo giocondo

E quando venne lei al partorire

Nacque il figlio maschio tutto e tondo.»

Poi parla delle fattezze, degli studi e delle opere di Virgilio, delle terre da lui perdute, ma che poi riacquistò, facendosi conoscere da Ottaviano mediante il famoso Nocte pluit tota etc. etc.

Dopo aver parlato della profezia del Cristo, viene l'Aliprando a narrare l'avventura del paniere, la vendetta, e la prigionia del poeta, il quale da questa si libera nel modo che ho detto di sopra. Aggiunge che in viaggio, Virgilio per procurarsi vivande mandò uno spirito a prenderne dalla mensa di Ottaviano, il quale vedendole sparire:

«. . . . senza mancamente,

Disse: Virgilio questo ha fatto fare;

E della beffa rallegrò la mente.»