È noto come, all'infuori del nome di Ottaviano, lo stesso fatto siasi raccontato di altri maghi; e del resto anche esso ritrovasi nel libretto popolare che ho già citato, relativo a Pietro Barliario[284]. Delle opere maravigliose di Virgilio l'Aliprando non conosce che poche. Quelle ch'ei nomina si riducono alla mosca incantata, che, secondo quel ch'ei dice, era una mosca posta in un vetro, ed al Castel dell'ovo ch'ei dice fabbricato in mare da Virgilio. A queste però aggiunge una fontana d'olio[285] fatta dal poeta per uso del popolo napoletano. La morte di Virgilio è da lui narrata a tenore della biografia attribuita a Donato, e dopo avere aggiunto qualche notizia sulla sepoltura, conchiude con la seguente orazione funebre, capo d'opera d'eloquenza, ch'ei pone in bocca ad Ottaviano:

«Di scienza è morto lo più valente

Non credo che nel mondo il simil sia.

Prego Dio che grazia gli consente,

Che l'anima sua debba accettare;

Le sue virtudi non m'usciran di mente.

Ben mi dolgo. Non posso io altro fare.»

Ad onta però di questa orazione funebre e ad onta della predizione del Cristo, Virgilio presso l'Aliprando è un mago in piena regola, in ottimi rapporti con Satanasso, e munito del suo indispensabile libro magico. Giunto a Napoli dopo la sua fuga da Roma, s'accorse d'aver dimenticato questo libro, e mandò a Roma Milino[286] suo discepolo a prenderlo, raccomandandogli di non aprirlo; il che era lo stesso come dirgli: «aprilo.» Infatti postosi Milino in via, gli venne voglia d'aprire quel libro e, senza troppo lottare colla tentazione, l'aprì. Tosto una moltitudine di spiriti gli si fece innanzi, urlando: che vuoi? che vuoi? Allora Milino, per levarseli d'attorno, ordinò che selciassero tutta la strada da Roma a Napoli. — Questo racconto era una semplice ampliazione dell'altro che abbiamo già menzionato, relativo alla grotta di Pozzuoli, alla quale infatti lo riferisce Felice Hemmerlin che nel 1426 aveva visitato Napoli[287]. Con lievi varianti esso ritrovasi nella poesia, già citata, di Enrico da Müglin (XIV sec.)[288], e ad esso certamente allude Fazio degli Uberti quando, descrivendo il suo passaggio da Roma a Napoli, rammenta nel Dittamondo[289]

«quella fabbricata e lunga strada

che di Virgilio fa parlare assai.»