L'Aliprando mescolando com'ei fa la leggenda e le notizie storiche, ci conduce ad occuparci della biografia virgiliana che porta il nome di Donato. Come io già feci notare nella prima parte di quest'opera[290], questa biografia contiene interpolazioni di diverso genere, le più di origine affatto letteraria, taluna di origine popolare. Quanto v'ha di estraneo all'attività propria e reale del poeta, si riduce ad un racconto nel quale Virgilio figura come un savio che principalmente si fa notare da Augusto per la sua abilità in fatto di mascalcia. Generalmente la ricompensa che Augusto gli facea dare consisteva in pane, trattandolo come uno stalliere qualsivoglia. Avendo egli un giorno perfettamente indovinato da quali genitori provenisse un cavallo. Augusto che avea qualche dubbio sulla propria origine, volle mettere il talento di lui alla prova, interrogandolo su di ciò. Virgilio rispose ch'ei doveva essere figlio d'un fornaio, e richiesto da che lo deducesse, soggiunse ch'ei se ne accorgeva dalle ricompense che aveva da lui ricevute. Ognun vede che qui trattasi piuttosto di una risposta più o meno spiritosa, che di un fatto in cui Virgilio figuri come mago. Il solo rapporto che vi troviamo coll'idea fondamentale della leggenda, è la sapienza quasi soprannaturale del poeta per la quale anche in fatto di mascalcia sa cose che altri non avrebber saputo. Da ciò il Roth argomenta che questo racconto possa essere stato introdotto nella biografia di Virgilio in Italia, da qualche napoletano, nella prima metà del XII secolo. Noi invece crediamo che ciò sia accaduto in epoca assai più recente. Il Roth nota egli stesso che l'aneddoto non s'incontra in esemplari di Donato anteriori al XV secolo, e che in un codice di Berna del X secolo esso manca affatto; di più, lo stesso aneddoto ricorre attribuito ad un savio greco nel Novellino (seconda metà del secolo XIII)[291] e ricorre pure nelle Mille ed una notte[292]. Noi aggiungiamo che Buonamente Aliprando, il quale fa tanto uso di quella biografia, ignora affatto l'aneddoto, e che questo non si incontra attribuito a Virgilio in veruno scrittore anteriore al secolo XV, che parli o no di Virgilio mago; mentre se, come crede il Roth, fra questo racconto e il cavallo di bronzo della leggenda napoletana ci fosse qualche rapporto, l'aneddoto dovrebbe pur trovarsi presso gli scrittori che riferiscono leggende virgiliane. Dopo tutte queste considerazioni a me par difficile persuadersi che l'aneddoto possa essere stato introdotto nella biografia virgiliana prima del secolo XV[293]. Comunque sia, certo è che esso sta da sè, e che quella biografia mentre si è ingrossata con racconti d'origine puramente letteraria, pochissimo ha subìto l'influenza delle leggende d'origine popolare. Piuttosto essa ha servito, come abbiam veduto, a dar qualche notizia a taluni scrittori di leggende virgiliane, i quali ne hanno fatto uso adattandola ai loro intenti. In qualche altra biografia del poeta scritta in latino per uso scolastico, in questa ultima epoca del medio evo, si ritrova anche più apertamente l'idea del mago e dell'astrologo, ma senza grandi sviluppi. In una biografia latina inedita che già ebbi occasione di citare[294], Virgilio è detto grande mago, medico e astrologo, e viene descritta la mirabile Salvatio Romae a lui attribuita.

Gittando uno sguardo su tutto questo che abbiamo notato intorno alla leggenda virgiliana in Italia, noi possiamo conchiudere che nel nostro paese essa non prese mai quelle proporzioni a cui giunse all'estero. La parte di essa che meglio trovò passo fra noi, fu l'avventura della cesta che, raccomandata dalla morale o dal burlesco, fece il giro dell'Europa. All'infuori di questo racconto, che, come abbiam visto, riconosce un'origine affatto separata dal resto della leggenda, il Virgilio mago e diabolico è fra noi un'eco vaga di quanto ripetesi al di fuori, piuttostochè un tipo riccamente caratterizzato come lo è altrove. Nel XIV secolo, mentre la leggenda avea avuto fuori quello sviluppo che abbiamo veduto, l'autore della Cronica di Partenope non ne sa gran cosa di più di quello se ne raccontava a Napoli prima che la leggenda si diffondesse in Europa. Boccaccio conosce appena due o tre fatti della leggenda napoletana; l'Aliprando, infine, sul principio del secolo XV non ha del Virgilio mago che una idea mal determinata e rozzamente contradittoria, mentre ignora la massima parte della leggenda, tanto napoletana che estera. Nè la Cronica inoltre nè l'Aliprando, nel narrare fatti leggendari, perdono mai di vista il Virgilio poeta, contrariamente a ciò che vediamo accadere presso tanti altri all'estero. Nel XVI secolo poi troviamo un fatto che mostra come in Italia poco piacesse veder mescolato il nome del poeta a quelle fiabe. L'anonimo scrittore dei Compassionevoli avvenimenti di Erasto nel rifare il testo del Roman des sept Sages che avea sott'occhio, riferisce bensì il fatto del fuoco inestinguibile e l'altro dello specchio maraviglioso che in quello trovava, ma in pari tempo sopprime il nome di Virgilio ed a Roma sostituisce Rodi. E veramente ben si può intendere come poco potessero quei racconti prosperare fra noi, quando si rifletta come fra noi appunto avesse luogo in quell'epoca il risorgimento degli studi classici. Quanto meglio si venivano studiando gli antichi scrittori con metodo serio, e nella realtà dell'esser loro, svincolandosi dalla cieca ammirazione tradizionale, tanto più si veniva dissipando l'aureola fittizia o leggendaria di cui il medio evo ne avea attorniato il nome. È chiaro adunque che essendo noi stati i primi a rialzare accesa la face del sapere, le leggende virgiliane dovean bruciarsi le ali fra di noi, e tenersi a distanza, solo in piccola parte circolando timidamente, a mala pena protette dalla superstizione, o dal burlesco.

CAPITOLO X.

Ed ora possiamo farci a dir qualcosa in succinto dell'ultima fase per cui passò la leggenda all'estero. Come abbiamo già detto, quest'ultima fase doveva essere una specie di sintesi delle antecedenti, e come la risultante di esse; e tale fu realmente. Riunite e sviluppate in un'ampia biografia, trovansi le leggende virgiliane nella cronica liegese di Jean d'Outremeuse intitolata Myreur des histors[295]. Questa cronica è una compilazione tolta da molti scrittori (di varie epoche fino al sec. XIV) che l'autore stesso nomina in principio e da molti altri che non nomina; particolarmente in ciò che concerne la storia antica, è un enorme guazzabuglio d'ogni sorta di leggende e di fantasticherie innumerevoli. La biografia di Virgilio trovasi in essa mescolata con altri racconti che l'interrompono a quando a quando, poichè l'autore non dimentica che, scrivendo una cronica, prima sua guida devono essere le date; ed a queste tiene talmente che, non avendole, le inventa; il che, trattandosi per lo più di leggende, gli avviene nella massima parte dei casi. Nondimeno lasciando a parte tutte le date immaginarie che la legano e la mescolano al resto, quella biografia può benissimo considerarsi come un lavoro staccato che l'autore ha composto separatamente prima di distribuirne le varie parti nella cronica secondo le date. E questo lavoro è curiosissimo a più d'un riguardo.

L'autore ha avuto sott'occhio l'Image du monde principalmente, ed oltre a questa altri testi francesi e latini nei quali si parlava di maraviglie virgiliane. Egli ha cercato di riunire più fatti leggendari che potesse, talvolta anche dando come fatti diversi due o più versioni di uno stesso fatto[296]. Altri fatti ha aggiunto del suo, altri ha sviluppati con un lavoro di fantasia che poteva esser meglio impiegato. In tutto questo però egli ha cercato di tener più lontano che fosse possibile il personaggio reale, e si è guardato bene dal fare come l'Aliprando ed altri, che mescolano le notizie tratte da Donato alle leggende. Il Virgilio ch'egli ci presenta offre tre differenti aspetti, tutti e tre leggendari, cioè il mago, il profeta di Cristo, il galante. L'esclusione di ogni fatto storico è tanto più notevole che essa è fatta di proposito, poichè l'autore era senza alcun dubbio uomo da conoscere le poesie e le antiche biografie virgiliane, e nel suo lavoro si vede chiaro ch'egli s'è dato da fare per accumular più notizie che poteva. Se poi egli ha tenuto ad allontanare ogni idea che rammentasse in modo troppo preciso il personaggio storico, ha anche rincarato sul personaggio leggendario, spingendo al massimo grado tutto quanto potesse caratterizzarlo nei tre aspetti summentovati.

La scena dei fatti di Virgilio riman sempre Roma e Napoli, ma la sua origine non è italiana: Virgilio era figlio di Gorgilio re di Bugia in Libia. Partito in cerca d'avventure, arrivò nel regno dei Latini dove il re, che era zio di Giulio Cesare, tanto gli parlò di Roma, che s'invaghì d'andarvi e vi andò. Tedioso però ed inutile sarebbe riferire qui tutta la farragine di bizzarre e balorde fantasticherie che trovansi ammassate in questa biografia. Noterò solamente quanto può servire a mostrare il rapporto di essa colle leggende che già conosciamo, in modo generale. — Tutto quanto abbiamo riferito intorno a Virgilio mago era più che sufficiente a caratterizzarlo con colori assai vivi come tale, e quindi Jean d'Outremeuse non avea bisogno per questo lato di aggiungere gran cosa a quanto aveva raccolto da varie parti. Nondimeno egli alcune cose ha aggiunto, talune delle quali non servono che ad aumentare in qualche modo il grandioso del genere di vita che la magia dovea procurare a Virgilio. Così, fra le altre, nuova è l'aggiunta di certi desinari che dà il mago, nei quali, per divertimento degli invitati, egli fa eseguire dai suoi folletti ogni sorta di giuochi e di beffe ridicole[297].

Molto più notevole è lo sviluppo che Jean d'Outremeuse ha dato all'idea di Virgilio profeta di Cristo. Abbiamo veduto altrove come e quando nascesse questa idea, di origine non popolare, ma poi divenuta tale. Alle leggende relative a Virgilio mago essa veramente non si mescolò che poco[298], quantunque non mancassero taluni contatti da noi già notati; ma Jean d'Outremeuse, che in questo genere faceva di ogni erba fascio, s'incarica di mescolarcela per bene. S'era detto che Virgilio nel riferire le parole della Sibilla avesse servito di testimonio alla fede, senza saperlo; ma s'era anche detto da qualcuno ch'egli coi noti versi della quarta ecloga intendesse realmente profetare il Cristo. Jean d'Outremeuse va più oltre, e siccome non pare che ami parlare dei versi del poeta, come quelli che ricorderebbero il personaggio reale, egli non rammenta nè quei versi nè la Sibilla, ma introduce Virgilio a fare ogni sorta di sermoni ai Romani ed anche agli Egiziani, nei quali non si contenta di predire la venuta di Cristo, ma entra in tutti i particolari della vita e morte del Salvatore, spiega l'unità di Dio, la trinità e tutti gli articoli del Credo, e così converte molti alla fede che dovea venire. Tutto ciò non gl'impediva di fare il mago; ma quando la famosa testa gli predisse la sua morte prossima, allora mandò in malora tutti i folletti che lo servivano, e s'umiliò dinanzi a Dio facendo il suo atto di fede, scrisse un libro sulla dottrina cristiana, diede un ultimo desinare per congedarsi e inculcar nuovamente le credenze cristiane, si fece anche battezzare in modo provvisorio, e finalmente si dispose a morire tenendo dinanzi un libro di teologia e stando seduto su di un seggiolone, sul quale di sua mano avea scolpito tutti i fatti del nuovo testamento, dall'Annunziazione all'Assunzione. E così rimase che neppur parea morto, finchè venuto San Paolo in cerca di lui e tiratolo pel manto, cadde in cenere. L'apostolo pianse credendolo morto pagano, ma si consolò leggendo il libro ch'ei lasciò scritto.

Come all'idea del profeta, così Jean d'Outremeuse ha saputo dare grande sviluppo all'avventura della cesta che, amplificata e modificata, costituisce il fondo di tutta la parte galante della sua biografia virgiliana. Poche donne furono così perdutamente innamorate quanto fu di Virgilio, che pur non avea mai veduto ma di cui molto avea inteso parlare, la bella Febilla figlia di Giulio Cesare. Tanto cocente ed irrefrenabile fu questo amore, che posto da banda ogni riguardo, chiamato a sè Virgilio, l'imperiale donzella gli fece la seguente troppo disinvolta dichiarazione: «Sire Virgile, dites-moy se vos aveis amie; car se vos me voleis avoir, je suis vostre por prendre à femme ou estre vostre amie; s'il vos plaiste.» Virgilio rispose che veramente, quanto a prendere moglie, non era ne' suoi desiderî, ma che l'amerebbe volentieri, se così le piaceva. Così incominciò fra loro una tresca amorosa che durò a lungo. Intanto Virgilio operava prodigi, e col crescere della sua fama, cresceva in Febilla a dismisura l'amore e la voglia di chiamarsi sua legittima consorte. Ogni volta però che Febilla toccasse questo tasto, e ciò accadeva sovente, Virgilio rispondeva che pel momento aveva altro a pensare, «ilh moy convient penser à outres chouses», e che i suoi studi non gli permettevano di ammogliarsi; se però un giorno gli venisse questa voglia, essa sarebbe la preferita. Ma quel giorno non arrivava mai, e Febilla insisteva; e Virgilio duro. Finalmente stanca di vedersi rimandare alle calende greche, un bel giorno inventò una favola del babbo che aveva tutto scoperto e minacciava terribili punizioni. Non l'avesse mai detto! Virgilio che la sapeva più lunga di lei, rispose che raccontasse ad altri quelle fandonie, e che di matrimonio egli non ne voleva sapere; però se le piacesse, volentieri continuerebbe la loro relazione come prima. Febilla sdegnata finse accettare, meditando vendetta; disse che il padre, per impedire ogni rapporto fra loro, voleva rinchiuderla in una torre; ch'essa però gli proponeva di farlo entrar dalla finestra, facendolo tirar su in una cesta. E qui ha luogo il fatto che già conosciamo, ma in modo ben diverso. Jean d'Outremeuse s'è accorto di ciò che abbiamo notato, che cioè il Virgilio mago della seconda parte del racconto mal si poteva accordare col Virgilio beffato della prima; quindi ha introdotto in questa una variante che toglie la contradizione. Virgilio, secondo il suo racconto, s'accorse della trappola che gli era tesa, ma per fare che a Febilla succedesse come ai pifferi di montagna, finse di non accorgersene, e nella cesta fece entrare uno spirito che animava un fantoccio di sembianza affatto eguale alla sua. Lo spirito recitò benissimo la sua parte, e quando il giorno dipoi l'imperatore, chiamato a punire lo scellerato seduttore di sua figlia, sguainata la spada, diede un gran colpo sul capo al supposto Virgilio, rimase tutto sconcertato vedendo uscire dalla ferita, in luogo di sangue, un fumo puzzolente e così denso che i Romani si trovarono al buio come di notte.

Non contento di ciò, Virgilio se ne andò da Roma portando via il fuoco, ma mosso dalle preghiere dell'imperatore e del popolo romano, si piegò a far la pace. Non potè tenersi però dal fare un altro brutto scherzo alla povera Febilla, poichè dispose in modo coi suoi incanti che tutte le donne che trovavansi in un certo tempio, si mettessero a proclamare ad alta voce ogni loro segreto; e fra queste era Febilla, che pare ne raccontasse delle belle. Intanto ha luogo la morte di Giulio Cesare, a cui succede Ottaviano, a dispetto della vedova che pretendeva il trono toccasse a lei. D'accordo colla figlia Febilla, essa cerca il modo di sbarazzarsi di Ottaviano e di Virgilio, grande ausiliare di lui. Ma Virgilio, che tutto sa e tutto prevede, organizza col mezzo dei suoi spiriti una nuova burla, che qui per brevità non raccontiamo, in seguito della quale le due donne, credendo avere ucciso Ottaviano e Virgilio, s'accorgono d'avere ucciso due mastini. Virgilio che però alla burla volea far seguire la punizione, va su tutte le furie quando sa che le due colpevoli si son dileguate per opera del senato, e, nell'ira, abbandona Roma per sempre, portando via il fuoco e facendo sapere ai Romani che se ne vogliono avere vadano a procurarsene sulla persona di Febilla. Costei costretta a sottoporsi a quel supplizio, muore di vergogna e di rabbia. E qui finiscono i rapporti di Virgilio col sesso femminile, secondo il Mireur des histors. Della Bocca della verità parla anche Jean d'Outremeuse, ma dell'aneddoto a questa relativo non fa parola.

Come i lettori avranno già osservato, Jean d'Outremeuse non ha fatto che amplificare più che ha potuto i vari dati della leggenda, riducendola ad un assieme più compatto, ritoccandone e rafforzandone i tratti principali. Ma questa sua versione rimasta confinata in una cronica voluminosa e di poco grido, mentre come sintesi ci offre il quadro di tutto uno stadio della leggenda, rimane un'opera individuale affatto sprovvista di conseguenze nella vita della leggenda stessa che non ne subì l'influsso. Infatti il libretto popolare relativo a Virgilio, che troviamo notissimo e diffuso in Europa fin dal secolo XVI, ha un carattere affatto diverso da questa versione, colla quale non ha in comune che alcuni racconti attinti alle stesse sorgenti. Basta un leggero esame per accorgersi che questo libro è nato certamente in Francia[299]. Non se ne conoscono manoscritti, ma non pare che la sua composizione sia anteriore all'invenzione della stampa, e la più antica versione stampata che se ne conosca è la versione francese, intitolata: Les faits merveilleux de Virgille, della quale esistono più edizioni rarissime del principio del secolo XVI e due stampe moderne, anch'esse assai rare[300]. La popolarità di questo libretto fu tale che passò tradotto a varie nazioni. Se ne conoscono a stampa tre traduzioni, inglese[301], olandese[302] e tedesca[303], oltre ad una inedita islandese[304]. Come accade nelle traduzioni dei libri popolari, queste presentano delle varianti, ma di poca entità, come quelle che se aggiungono un racconto o ne sostituiscono talvolta uno ad un altro, non alterano punto il carattere generale del romanzo.