Però il maraviglioso, essenziale ed integrante elemento dell'invenzione romantica, aveva una sua assai ricca suppellettile nella quale un posto notevole occupava l'idea e il tipo del mago, sì ovvio in que' romanzi, sorgente poco finamente poetica invero[17], ma pure speciosa ed efficace in tempi di tanta credulità, di avvenimenti fantastici, sovrumani e sorprendenti. È chiaro che ogni mago è un sapiente; non però ogni sapiente è mago; i due tipi esistono distinti e indipendenti uno dall'altro. Il mago è propriamente un accrescitivo del gran sapiente, in certo senso è anche un peggiorativo, come caratteristica morale; v'ha però un'idea intermedia secondo la quale la magia in certi limiti e con certi mezzi appare cosa lecita e di ragione puramente scientifica. Ma, conviene avvertirlo, l'idea del mago ha la sua origine fuori della scuola e della disciplina scientifica propriamente detta. Chi domandasse se di per sè solo il tipo scolastico di Virgilio, dovesse senz'altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l'antico savio si cambi in mago è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe il Virgilio mago. Accadde bensì assai volte che uomini studiosi di matematica, meccanica, astronomia, astrologia, fisica che sono le risorse della così detta magia bianca, o naturale, passassero per maghi ed anche per maghi diabolici come accadde per Gerberto, per Alberto Magno e simili; ma la tradizione ed anche la leggenda letteraria che fece Virgilio onnisciente non dimenticò mai il suo primo essere di poeta e come vediamo in Dante non lo ridusse mai ad un fisico, astrologo, matematico capace di operar prodigi e fabbricar talismani ed altre simili opere magiche. Perchè ciò si producesse conveniva che su Virgilio esistesse un'idea speciale già elaborata presso il popolo indipendentemente dalla letteratura; ed infatti le indagini sull'origine di quella leggenda rivelano chiaro che l'idea di Virgilio taumaturgo e mago è di origine del tutto popolare, benchè accettata poi nella letteratura per gli elementi affini che trovava già preparati in questa. La paternità di quell'idea spetta ad un volgo italiano.
Uno dei caratteri pei quali il popolo italiano, anche nel medio evo, dà segno della sua superiorità storica e civile dinanzi agli altri popoli d'Europa, è l'essere esso quello che fra tutti gli altri più scarseggia di produzione fantastica. Il romantismo, in quanto è invenzione narrativa, poco si ebbe da noi, e in questo, come anche nella cavalleria che è un suo movente principale, l'Italia mostrasi in una condizione che può dirsi passiva; subisce per fatto d'infiltrazione inevitabile, ma dal poco che produce in quell'ordine vedesi chiaro esser quello cosa poco sua, e poco omogenea alle sue tendenze attive. Insieme a tanti altri romanzi venuti dal di fuori e allora sparsi dappertutto, ebbero qualche voga anche qui i testi francesi della Storia Troiana; ben poca ne ebbe il Romanzo d'Enea[18]. Virgilio, Ovidio e altri antichi furono presto tradotti in volgare[19] prosa italiana, senza grandi cambiamenti, salvo la giunta delle solite moralizzazioni, singolarmente per Ovidio. Guido da Pisa scrivendo i fatti di Enea mostrava invero talvolta in alcune espressioni l'influsso di certe idee del suo tempo, ma era lungi dal fare un'opera romantica, e non deviava dalla narrazione virgiliana che sull'autorità di altri antichi. La fantasia ebbe più remore qui che altrove, sia pel prevalere di facoltà più elette e più razionali nella tempra dell'ingegno italiano, sia perchè la cultura tradizionale, comunque molto abbassata anche in Italia, avesse qui più salde radici che altrove e più che altrove fosse cosa domestica. L'Italia nel medio evo, benchè vinta e dilaniata e anche imbarbarita, moralmente e idealmente figura sempre come un centro storico e civile, e di questo essere suo non si perde mai la coscienza fra gli italiani[20]. Perciò mal si cercherebbe qui ciò che può solo trovarsi in paesi nei quali meno fortemente e meno immediatamente agiva il peso di grandi ricordanze storiche, tanto universalmente intese come tali da non potere esse in alcuna guisa acquistare natura e forma epica. Con questo non s'intende dire che il popolo italiano fosse sfornito di leggende; ebbe anch'egli le sue aventi per soggetto l'antichità, e il passato e i primordi delle varie città italiane. Può credersi che col procedere degli studi storici fra noi, concepiti in quella più larga maniera che è loro propria oggidì, molte di queste leggende finora dispregiate, saranno messe a luce e accresciuta così la conoscenza, troppo insufficiente, che oggi abbiamo di tal materia. Però rimarrà sempre vero questo fatto, del resto ben naturale, che l'impressione fantastica prodotta dalle memorie dell'antico mondo romano, fu assai più vivace e feconda fra i barbari che fra gli italiani. Si può senza gran fatica provare che il numero delle leggende relative all'antichità romana nate in Italia è assai minore di quelle nate in suolo straniero, e che anzi non poche di quelle che si ritrovano in Italia, singolarmente nella letteratura, furono qui introdotte dal di fuori.
Le leggende nate in Italia hanno per soggetto talvolta antichi fatti storici o mitologici, più spesso antichi monumenti, e spesso ancora d'antico non hanno che i nomi dei personaggi che in esse figurano. Molti nomi illustri dell'antica Roma rimasero fluttuanti nella memoria del popolo, segregati dai fatti coi quali la storia li mostrava uniti, ma pur non del tutto sprovvisti di certe caratteristiche distintive procedenti dalle loro caratteristiche storiche, concepite queste com'era capace di farlo la mente limitata del popolano o della narratrice casalinga, di cui Dante dice che:
«.... traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava colla sua famiglia
De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma.»
Attorno a questi nomi la fantasia popolare aggruppava racconti favolosi, comunque originati, attenendosi però alla special categoria d'idee popolari a cui ciascun nome per sua natura apparteneva. Quindi è che anche divenuti personaggi leggendari serbano un carattere ben distinto fra loro Cesare, Catilina, Nerone, Traiano, e simili. Nondimeno, siccome il numero dei tipi rappresentati dalle leggende è limitato ai soli ideali più spiccanti che il popolo è capace di concepire, da ciò viene che più nomi s'incontrino sotto una data categoria, come quella del savio, del mago, del tiranno ecc., e siano quindi compartecipi delle leggende a quella appartenenti, le quali talvolta all'uno, talvolta all'altro dai narratori vengono riferite.
Uno dei più luminosi esempi di quanto qui si dice è la leggenda virgiliana, di cui in questa parte del nostro lavoro vedremo come nascesse a Napoli e come di là poi si divulgasse nelle letterature d'Europa, assai più e prima fuori d'Italia che in Italia. Essa era originariamente in Italia un prodotto del tutto plebeo, estraneo ad ogni moto poetico e letterario, una credenza popolare di natura superstiziosa, fondata su ricordi locali, sul fatto della lunga dimora di Virgilio in Napoli, la presenza e la celebrità del suo sepolcro in quella città. Si riferiva a luoghi di Napoli, ad immagini, a monumenti che la decoravano, ai quali si credeva che Virgilio avesse dato un potere telesmatico. Questa credenza era rimasta propria di quel popolo, ingenuamente ritenuta da esso, senza essere espressa in alcuna forma che avesse carattere poetico o artistico in alcuna maniera; poco se ne sapeva nel resto d'Italia e poco ad essa si badava qui, mentre da forestieri che visitavano Napoli era raccolta e trasportata dalla sfera plebea alla sfera letteraria e colta, e passava contemporaneamente in opere volgari e romantiche, ed in opere latine di natura dotta. Nell'una e nell'altra sfera essa trovava Virgilio già ridotto ad un tal tipo di savio da poterla facilmente comportare. E dal XII secolo in poi, ossia dall'origine della poesia e prosa romanzesca di proprio nome, incontrasi quindi nei monumenti letterari una nuova fase del nome virgiliano che ha vari momenti e vari accrescimenti, e tutta una sua storia che deve servire di soggetto alla presente parte del nostro libro. Questa fase ha la sua natura in questo distinta dalle altre già da noi studiate, ch'essa procede originariamente da idee su Virgilio nate e sviluppatesi, non propriamente nella scuola, ma fra il popolo, benchè per la natura generale del pensiero, che si riconosce naturalmente in ogni strato della società, potesse esservi e vi fosse realmente certa proporzionalità ed anche continuità fra il concetto popolesco e l'ultimo concetto letterario del poeta. Non la diciamo popolare perchè rimasta estranea alle lettere e ai dotti, chè anzi ne dovremo desumere la storia da una moltitudine di scritti che in massima parte non hanno carattere di scritti popolari; ma perchè nata dal popolo, alimentata con idee popolesche. Senza questo, per quanto corrotta e imbarbarita, la tradizione letteraria a quella leggenda non avrebbe potuto condurre, nè difatti trovasi traccia di questa nelle epoche della più grande barbarie, prima del XII secolo, prima cioè che ci fosse chi dalla plebe napoletana l'attingesse e le desse adito nella letteratura.
Le opere dotte dell'ultimo medio evo, repertori, riassunti, enciclopedie, manuali o altri simili lavori scritti in latino o in volgare, mescolano ogni cosa con una assenza di critica tanto strana quanto strano è lo sfrenato moltiplicarsi delle produzioni fantastiche d'allora. C'è di tutto; tutto il detritus medievale di idee classiche, cristiane, e romantiche, mito, storia, leggenda, romanzo, tutto posto alla pari. Il Novellino che diverte le brigate, il Gesta romanorum che le edifica con racconti moralizzati stranamente, Vincenzo di Beauvais col caos del suo Speculum historiale, e tanti altri in tante opere di erudizione, parlano egualmente di Cesare, di Arturo, di Tristano, di Alessandro, di Aristotele, del Saladino, di Carlomagno, di Merlino senza distinzione di sorta, e con serietà eguale per tutti. Gualtiero Burley in un'opera che non vuol punto essere un romanzo, nelle Vite de' filosofi, scrive gravemente anche la vita di Virgilio che è filosofo perchè mago, perchè conoscitore di riposti segreti della natura. Così non v'ha libro di que' tempi in cui non possiamo aspettarci di trovare leggende virgiliane. In una epoca di credulità universale, il popolo non è soltanto quello che non ha parte alla cultura e al moto letterario; quantunque nel medio evo il numero della gente colta fosse assai minore di quello fu ed è dal risorgimento in poi, la distanza che allora separava l'animo dei colti e degli incolti era assai meno grande di quella che separa queste due classi nei tempi moderni.
Se difficile sempre riesce cogliere l'esatto punto di separazione fra le creazioni poetico-fantastiche popolari e le letterarie, ciò, più che in ogni altra età, si sente nel medio evo, e sopratutto in quelle peripezie che allora subiscono gli antichi nomi storici nel passare che fanno, già assai fantasticamente tramutati, dai letterati e dai semicolti al popolo, e nel tornar poi anche più tramutati da questo a quelli. Fra la tradizione letteraria tralignata e creatrice essa pure di leggende e i fantasmi popolari v'è continuità senza dubbio, poichè non altrimenti che pel tramite letterario, direttamente o indirettamente, i grandi nomi storici possono giungere e rimaner presenti all'animo delle plebi. Ma pur deve avvenire che entrando quei nomi in un ambiente intellettuale diverso, sian diversamente ideati ed acquistino un nuovo carattere per tratti fantastici novelli di indole affatto popolesca, comunque motivati od occasionati da quanto già imaginarono menti più colte ma non tanto nè così finamente da riuscir per certi lati molto superiori all'animo popolare. Chiaro esempio di tal fatto è il carattere diverso con cui si presenta il nome di Virgilio in queste due parti dell'opera nostra, le quali quantunque diversamente intitolate, pure sono tanto connesse fra loro che nei fatti esposti nella seconda ognuno che ci abbia ben seguiti potrà riconoscere gli effetti e l'ulteriore sviluppo di quelli riferiti e studiati nella prima, e vedere in qual rapporto sia col Virgilio delle scuole e della tradizione letteraria del medio evo inoltrato questo Virgilio, non più poeta, ma operatore di magici prodigi, questo Virgilio di quella che noi crediamo dover chiamare leggenda popolare, che ora ci facciamo ad esporre narrandone la storia, investigandone le origini e le fasi diverse. A scansar equivoci e malintesi che con nostra sorpresa abbiamo veduto prodursi fra taluni cultori di questi studi[21] ricordiamo che il popolare si distingue dal letterario anzitutto per la natura e l'indole sua e de' vari elementi suoi, sia qualsivoglia la condizione di chi lo riferisce e vi crede od anche lo idea; tale leggenda, pur sublimata dal sommo dei poeti, come quella p. es. di Traiano e della vedova in Dante, sarà e rimarrà una leggenda popolare, quand'anche si riesca a provare che scaturì dalla fantasia di un chierico che la scrisse in latino, come popolari sono le leggende relative ai monumenti di Roma nel Mirabilia e tante altre, quantunque, riferite e credute da chierici, possano anche essere state originate in menti di quella classe.