[224]. Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, Le-Monnier, 1882, vol. I, pag. 289 e seg.

[225]. D'Ancona, Op. cit., vol. I, pag. 60.

[226]. Lenient, Op. cit., pag. 322.

[227]. E. Picot, La sottie en France, in Romania, VII, pag. 236. Vedi pure Marius Sepet, Observations sur le Jeu de la Feuillée d'Adam de la Halle negli Études Romanes, Paris, Bouillon, 1891, pag. 69.

[228]. Bruno Cotronei, Le Farse di G. G. Alione, Reggio Calabria, Siclari, 1889.

[229]. A. D'Ancona, Il Teatro mantovano nel sec. XVI, in Giorn. St., V, pag. 27; F. Torraca, Studi di Storia lett. napoletana, Livorno, Vigo, 1884, pag. 271; Giorn. Stor., X, pag. 177; Camerini, I Precursori del Goldoni, pag. 180.

[230]. Il D'Ancona (Op. cit., vol. I, pag. 600), ricorda come «ultima immagine delle feste popolari, onde celebravasi il Natale, e della parte che riserbavasi in esse a' pastori» l'uso dei pifferari abruzzesi la vigilia di Natale di andar suonando colle cornamuse alle Madonne di Roma; assai più importante come attestazione del perdurare della Sacra Rappresentazione nei giorni nostri è il trovare, specialmente nel Piemonte, riprodotta nelle feste del Natale assai fedelmente la Sacra Rappresentazione della Natività. Non è qui il luogo di stabilire un confronto minuzioso tra l'antica e la recente Rappresentazione, solo ci preme di rilevare come si sia perfettamente conservata anche ai giorni nostri la satira contro i villani che vi hanno parte come comico intermezzo; e diciamo villani, anzichè pastori, perchè chi voglia studiare attentamente il carattere di Nencio, Bobi e Randello dell'antica Rappresentazione, e il pastore Gelindo della Rappresentazione odierna, può capacitarsi che i costumi loro attribuiti si addicono meglio ai villani che ai pastori. Fra le molte stampe che conosciamo di queste riproduzioni della Natività, nota ai giorni nostri sotto il nome di Pastore Gelindo, ricorderemo la seguente: La Natività di nostro Signore Gesù Cristo e la strage degli Innocenti, Rappr. sacra, Novara, 1839. Vi abbiamo l'Angelo che fa il prologo: nel primo atto Gelindo, che parla in dialetto rustico piemontese, dovendo partire per Betlemme per il censimento, fa alla moglie Alinda mille ridicole raccomandazioni: avendo incontrato S. Giuseppe e la Madonna che egli non conosce, fa a S. Giuseppe mille complimenti sul suo buon gusto nella scelta della moglie, e canta alla Madonna uno «stranot». Nel secondo atto, Gelindo ritornato a casa e sentita la visione avuta dai pastori, li conduce a Betlemme; anche qui prima della partenza i pastori si mettono a mangiare, e succede una scena comica tra quelli che partono e quelli destinati a rimanere a casa: alla fine partono tutti insieme, e, giunti alla capanna, depongono ai piedi del Messia i loro umili doni. Nel quarto atto, Gelindo, ritornato in città a vendere dei latticini, ne offre ai Re Magi che egli non conosce, e si arrabbia contro alcuni monelli che lo avevano derubato della sua merce: «Ant el Sittà el bsogna peu dila, o j'è dla gran burbaja: ant el terri in son nent chsi dà a la scroccarìa...».

[231]. Palermo, I Manoscritti Palatini, Firenze, 1860, vol. II, pag. 435 e seg.

[232]. D'Ancona, Op. cit., II, 521.

[233]. Mazzi, Op. cit., I, cap. X.