Et fugientem multo tremore cusinum

Et negromantem portans candela de sevo

Cum gropis, spagum, carbonem, zessumque biancum

Implentemque domum cum signis atque figuris

Sepeque dicentem «Nihil timete sodales»[146]

La Maccheronea dell'Odasi deve aver goduto certamente di una grande popolarità, e la nostra novella non è forse che una delle molte varianti che molto probabilmente saranno nate sopra questo argomento, appena entrato nel campo della tradizione popolare. Basterà che ricordiamo la burla che Viluppo, nella commedia di questo nome del Parabosco, fa ad un baro che si finge negromante, burla che troviamo ripetuta nella novella nona della prima giornata dei Diporti del medesimo; il negromante sconfessa innanzi ai finti diavoli la propria arte magica, e ritornato a casa, si accorge che l'autore della burla gli aveva sedotto la moglie. Così pure ricorderemo la novella IV della Cena II del Lasca, in cui la vittima è Gian Simone Berrettajo. Nè ci deve stupire il vedere lo speziale diventare qui autore della burla, perchè si capisce come nei primi anni del secolo decimosesto che segnano l'epoca del maggior fiorire di queste operette anonime popolari, non poteva certo un tale soggetto non invogliare qualche scrittore a valersene per la satira contro il villano, che era in quel tempo diventata un «motivo» alla moda; così le accuse a cui abbiamo già accennato della crocefissione di Gesù Cristo, dopo aver formato nei secoli antecedenti tema di esecrazione sulla bocca dei cantastorie ecclesiastici contro i Giudei, furono poi esclusivamente dirette contro i villani. In una novella del Malespini[147] è narrata pure una burla spiritosa, per quanto poco pulita, che Baccio di Valdarno, un tipo di scroccone che si accosta molto alla figura caratteristica del Gonnella, fa ad un Villano che era entrato con un cesto di capponi nella bottega di un barbiere; essendosi questi assentato per un momento, Baccio fingendosi il garzone del barbiere, insapona il mal capitato villano persino negli occhi, e fugge col canestro, lasciando la sua vittima a difendersi dal barbiere che lo percuote, incolpandolo di una sudiceria commessa dallo stesso Baccio. Ma sarebbe troppo lungo e inopportuno ricordare qui tutte le novelle in cui possiamo incontrare la satira negativa contro il villano, e a noi pare che da quelle che siamo venuti passando in rassegna risulti già evidente e completo il tipo del villano quale era concepito dai novellieri; tipo stereotipato di sciocco, avido, ingrato quale lo vedremo tratteggiato nelle commedie rusticali, e nella commedia dell'arte. Per noi era importante il seguire le vicende del nostro eroe nella novellistica perchè in essa vanno formandosi man mano e delineandosi sempre più i caratteri dei personaggi che diverranno poi tipici nella commedia popolare. Quanto poi alla satira positiva nella novella[148] ben poco abbiamo da notare sul villano. In una raccolta di facezie e di motti del secolo XV e XVI[149] il villano è nuovamente rappresentato come astuto e confonde colle sue pronte ed argute risposte i suoi avversari; questa raccolta è per noi in particolar modo interessante perchè vi troviamo spesso eloquenti conferme delle tristi condizioni dei villani in quel tempo. «Il marchese Nicolò di Ferrara andando a uccellare un giorno et sopravenendo una gran piova..... si ridusse al coperto in casa d'un contadino..... al quale la precedente nocte era nato un figliuolo maschio. Scavalcato il marchese, il contadino gli disse: Buon pro faccia, signore. — O di che? — Stanotte è nato un asino a tuo signoria. — In che modo? — Stanotte ho avuto un figliuol maschio. — Gli uomini sono asini? — In questo paese sì, perchè noi sopportiamo tante gravezze, et facciamo tante fazioni per te, che in effetto tutti ci possiamo chiamare asini. — Il Marchese, visto con quanto animo et buon modo l'havea decto, fece exempte lui et tutti e suoi figliuoli»[150]. Nella medesima raccolta incontriamo la novella tradizionale in cui si dimostra che la malizia dei villani è superiore anche a quella degli avvocati. «Uno doctore promisse a uno contadino, che gli insegnerebbe piatire (se gli desse uno ducato) per modo che sempre opterebbe la causa. Il contadino quel promisse. Il che il doctore disse: Niegha sempre et vincerai. Chiedendo poi il ducato il contadino neghò di avergnene promesso»[151]. Chiuderemo questa nostra rapida rassegna delle novelle satiriche contro i villani, riproducendo qui in riassunto una novella pubblicata dal Passano[152] che si ricollega alle Novellette diaboliche del secolo decimosesto pubblicate dallo Zambrini; il Passano non vuol dire donde l'abbia tratta, e potrebbe anche darsi che essa sia stata una sua spiritosa invenzione. Ad ogni modo noi la riferiamo, perchè ci pare che la satira contro l'ingordigia e l'ingratitudine del villano che fa perdere la pazienza anche al diavolo[153] sia trattata assai finamente e corrisponda a concetti simili a quelli che abbiamo visto espressi in alcune novelle del Rinascimento. Il Diavolo, che aveva scommesso di vedere un uomo contento, si avvicina a un contadino che stava lavorando in un campo e si lagnava della fatica, e si mette a lavorare per lui. Il contadino domanda allora di avere dallo sconosciuto benefattore anche la semente; il diavolo acconsente e crede di aver soddisfatto il villano, ma questi gli osserva che le intemperie avrebbero forse guastato il raccolto. Il diavolo gli consegna allora una scatola in cui stanno chiusi il sole e la pioggia; ma all'epoca del raccolto trova il contadino intento a guardare con occhio invidioso il campo dei vicini, che avevano approfittato dei doni racchiusi nella scatola, spaventato all'idea che la quantità straordinaria del prodotto ne diminuisse il prezzo. Satana gli mostra infine che i granelli di grano si sono mutati in oro puro, e il Villano dice: «Oh! mio Dio, quanto denaro dovrassi spendere per farlo controllare e marcare!» La novella finisce qui e non ci dice cosa abbia fatto il diavolo dell'incontentabile villano.

CAPITOLO IV. LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA POESIA POPOLAREGGIANTE.
L'ORIGINE DELLO ZANNI DELLA COMMEDIA DELL'ARTE.

Dopo di aver studiato le condizioni economiche dei Villani nel medio-evo e di aver esaminate le poesie popolari che potevano aiutarci in questa nostra ricerca, abbiamo seguito il nascere e il delinearsi del tipo del Villano prima nelle poesie satiriche, poi nella tradizione e nella novella in cui abbiamo visto manifestarsi la corrente satirica positiva, accanto alla negativa che aveva dominato quasi esclusivamente nel primo periodo. Prima che noi possiamo trovarci innanzi al tipo comico completamente formato del Villano quale lo incontriamo nella Commedia popolare, e da questa, per riflesso, nella commedia erudita o sostenuta, è necessario che noi ricerchiamo nella poesia popolareggiante alcuni altri lati caratteristici di questo curioso tipo comico. Possiamo osservare subito che in questo campo la satira contro il villano è quasi esclusivamente negativa, e che in tutto il periodo abbastanza considerevole del fiorire della poesia rusticale non troviamo nei numerosissimi componimenti che si riferiscono ai villani quell'influsso della saga marcolfiana che aveva contribuito, come abbiamo visto, a mutare, nella novella, la corrente negativa in positiva. Sarebbe assai malagevole il determinare con precisione il tempo in cui nacque la poesia rusticale e il periodo di formazione che dovette intercedere certamente dai primi tentativi[154] a quella forma classica a cui la troviamo assunta nella Nencia del Magnifico, il quale, seguendo l'esempio del Giustiniani che un secolo prima si era accostato alla Musa popolare, volle rendersi bene accetto ai suoi concittadini introducendo in Firenze questo nuovo genere di componimenti. Il D'Ancona, il Rubieri, il Burckhardt, il Gaspary, per non citare che i più recenti storici della nostra poesia popolare sono concordi nel rilevare il merito del Magnifico di avere, col suo poemetto rusticale, richiamato l'idillio a quel naturalismo che era completamente scomparso nella bucolica falsa e convenzionate che imperava in Italia dopo il Petrarca; non tutti però concordano nel determinare l'intento che si era prefisso Lorenzo dei Medici colla sua Nencia da Barberino, e in qual grado entri in essa la canzonatura, se non vogliamo chiamarla satira, verso il contadino innamorato. «Le poesie stesse dei culti imitatori, dice il D'Ancona[155], presentano del resto un doppio aspetto. Ve ne sono talune dove con ingenua malizia si fa quasi la caricatura o la parodia della musa popolare, ed altre in che il genere è sollevato alla dignità di forma letteraria. Alla prima categoria appartengono la Nencia da Barberino del Magnifico, e la Seca da Dicomano del Pulci... La caricatura c'è; ma condotta con elegante parsimonia, si contenta di muovere il sorriso, di eccitare la giocondità, senza far ridere alle spalle degli agresti cantori.» E il Rubieri[156]: «È bensì da avvertire che tra tutti questi imitatori, solo pochissimi, come qualche volta il Medici, quasi sempre il Poliziano e il Bronzino si prefissero di cogliere il poeta popolare nel bello e nel buono della sua ispirazione. Quasi tutti gli altri vollero più che imitare il poeta, rappresentare il contadino nella parte più comica delle sue abitudini e della sua parlata... Contraffecero, non imitarono, anzi più spesso parodiarono e adulterarono..... essendo più o meno trascesi nella caricatura, come il Medici, il Pulci, il Buonarroti, il Doni ecc.». Secondo il Burckhardt[157] invece: «l'oggettivismo del poeta (Lorenzo il Magnifico) è tale che si resta in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla.» Il Gaspary poi, e noi accettiamo il suo giudizio, parlando di quella strana serie di paragoni che colla Nencia del Magnifico vengono in uso nella descrizione delle bellezze della innamorata da parte dei villani nelle poesie rusticali, osserva: «Ciò nondimeno anche i rispetti popolari toscani possiedono già una certa idealità, mentre al contadino di Lorenzo vengono in mente anche immagini ben triviali..... Così entra nella poesia un elemento comico; vi abbiamo il signore che si burla un poco di quella grossa gente di villa, ma si burla con moderazione e con garbo: è un sorriso mezzo nascosto, che accompagna l'esposizione e le dà più sapore[158]». A noi, che siamo venuti mano mano seguendo lo svilupparsi di questa corrente satirica nella letteratura contro il villano pare indubitato ed evidente che, non solo negli imitatori di Lorenzo de' Medici, ma anche nella stessa Nencia del Magnifico sia manifesto l'intento satirico contro la Musa dei campi, e che vi si veda quasi un riflesso di quell'astio della popolazione cittadina verso i contadini che abbiamo incontrato già più volte in altri componimenti e che vedremo più chiaramente espresso nelle Commedie rusticali. La cura speciale che metteva Lorenzo nel ricercare anche fra i componimenti letterari tutto ciò che potesse tenere continuamente distratti i Fiorentini dalla vita politica, perchè non s'accorgessero della tirannide medicea che andava per opera sua soffocando mano mano gli ultimi resti di libertà repubblicana, l'amore suo per la burla di cui ci fanno fede parecchie novelle e la felice disposizione del suo ingegno per la parodia satirica, ci fanno credere che egli colla Nencia, parodiando le ingenue espressioni della Musa popolare, abbia voluto anche favorire quella corrente satirica contro i villani che incontriamo in poesie popolari del suo tempo. Le immigrazioni continue dei contadini nella città, in cerca di miglior sorte per lo stato miserando in cui l'agricoltura languiva sotto il governo mediceo, e il più frequente contatto che avveniva tra la popolazione cittadina e rusticana per opera dell'estendersi dell'uso dei Fiorentini, arricchiti nelle industrie, di recarsi a villeggiare in campagna, dovevano certo contribuire a mantenere sempre più vivo quel contrasto tra la classe colta e l'ignorante da cui originò questa corrente satirica. Attorno a Lorenzo stava un eletto cerchio di ingegni che seguivano, compiacenti al loro protettore, l'indirizzo da lui dato verso ogni nuovo genere letterario[159]. Probabilmente tra questi poeti cortigiani era pure quel Bernardo Giambullari che ad imitazione del Magnifico scrisse e Laudi e Canti carnascialeschi, Ballatette e Poemetti satirici e che noi riteniamo possibile autore della Sferza dei Villani; il Giambullari, come è noto, scrisse anzi una canzone sulla morte della Nencia da Barberino, descrivendo la disperazione dello sventurato villano Vallera[160].

Che l'intonazione satirica contro i villani fosse nella Nencia la parte più accetta ai Fiorentini, è provato luminosamente, ci pare, dal fatto che a questo intento è dato sempre più maggiore sviluppo nelle imitazioni che i seguaci del Magnifico fecero della Nencia. Il comico in questo nuovo genere di poesia iniziato da Lorenzo de' Medici sta nel duro contrasto tra le espressioni erotiche dei contadini innamorati e la loro goffaggine, in quei paragoni della bella con le cose più volgari, a cui abbiamo già accennato; la satira non poteva a meno di manifestarsi nel contatto di una fine intelligenza con un materiale ingenuo sì, ma rozzo, quale era quello fornito dalla Musa popolare ch'essi volevano imitare. In Lorenzo de' Medici la satira, quantunque sensibilissima, non perde mai la coscienza della misura, e tutto al più il poeta ride come certi attori che devono rappresentare qualche volta, per il popolo che affolla nei giorni di festa il teatro, certe raffazzonature di romanzi in cui le soluzioni impreviste sono affidate al pietoso «Deus ex machina»; sorriso che sfugge al grosso del pubblico, ma è rilevato da uno spettatore scettico ed agguerrito contro certe ridicole catastrofi. Basterà che confrontiamo alcuni di questi ritratti di rustiche innamorate colle bellezze della Nencia cantate dal contadino Vallera, per convincerci dell'esagerazione sempre più manifesta e crescente in queste produzioni. La Nencia è:

Morbida e bianca, che pare un sugnaccio.