certo dire' resuscitato el zolla

l'accenna [de] gir in sala et va in cucina.

Nei componimenti in lingua rusticale dei vari dialetti dell'Italia settentrionale, di cui avremo occasione di parlare, s'incontrano frequentemente queste descrizioni caratteristiche di innamorate rustiche, ma per non dilungarci troppo ci limiteremo a ricordare soltanto alcuna delle principali per dimostrare con quanto favore fosse accolto questo nuovo genere di produzioni nella letteratura popolareggiante di quel tempo. Come altri ha già osservato[167], si potrebbe far entrare in questa classe di ritratti comici femminili anche quello che fa il Ruzzante delle donne padovane nella prima delle sue Orationi; basterà però che citiamo soltanto alcune frasi del Ruzzante perchè si veda chiaramente come la parodia della musa campagnuola a cui la fine intelligenza del Magnifico aveva dato una impronta artistica, sia già venuta, nelle mani del commediografo popolare padovano, perdendo sensibilmente di delicatezza di contorni, e come sia più ammissibile lo stabilire, in questo campo, un confronto tra il Beolco e gli imitatori del Magnifico, anzichè direttamente colla Nencia, in cui, come abbiamo già osservato, la caricatura è tanto più efficace quanto meno si scopre. Ma sentiamo il Ruzzante: «E comenzando de sotto in su, e da i piè, potta, mo che bie' peazzón larghi... E po' quelle belle gambe grosse... quelle cossonazze? Haiu me' vezù la vostra Rebelintia de qui bieggi cieffi, e ramonazzi de nogara, de qui ch'ha quella scorza gnaliva, viva, frisia da morbezzo, ch'è gruossi com'è uno a travesso?... Mo ben, cussì è le so cossonazze, e cussì dure in tel pizzegare. Va po' pi in su, quelle so belle neghe, bianche e ronde, sprecisamen con è un porco ben grasso, co' l'è pelò da fresco..... con quelle spalazze da portare ogni gran carga... con quelle brazze da faiga, e man da baile[168], con quel voltonazzo reondo, nuorio, bianco e rosso, che ghe perderae fette da persutto inverzellò, o ravi de quiggi bianchi e russi.....». Citeremo da ultimo un saggio di queste bizzarre descrizioni di bellezza femminile di una di quelle numerose poesie in lingua rustica bergamasca che ebbero tanta voga nella prima metà del secolo decimosesto:

Quand ò molt bè compris el vos faciù

Ch'a v'ò sminà dal co' fin ai calcagn,

Quei ug che par do büs lazzabotù,

Cun la mascherpa in serc, per do' compagn

El nas che m' fa somià 'l cül d'ün capú,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Quand consideri bè quel vos stomèc,