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Ch'a l'è icsì blan, icsì sgüràt e net,
Che m' spreghi el fos el cül d'un carboner,
Con quele beli spalli da zerlet,
Ch'à fà giazzà le predi di zener[169]...
Questi ultimi componimenti ci porgono ocasione di parlare dell'introduzione della lingua rustica nella nostra letteratura, essendo evidente, come noi verremo dimostrando, che questa imitazione della lingua dei contadini, iniziatasi nella Toscana per quel nuovo indirizzo della poesia popolareggiante a cui Lorenzo per primo aveva dato una impronta artistica, venne poi largamente favorita nelle altre regioni dall'inurbarsi dei contadini e dei montanari nelle città principali. Vedremo pure come in questa nuova forma di esplicazione della satira contro i villani si debbano ricercare le prime traccie e i primi elementi costitutivi della maschera degli Zanni a cui è fatta tanta parte nella Commedia improvvisata, e che pur presentandosi sdoppiata, o per meglio dire, frazionata nelle molteplici figure del servo, si può far risalire al tipo dello sciocco, Arlecchino, e a quello dell'astuto, Brighella, che riflettono le due correnti di satira contro il villano di cui abbiamo più volte parlato. Il primo esempio, a nostro ricordo[170], di riproduzione della lingua rozza e ripiena di infantili storpiature dei contadini della Toscana, si può vedere nella risposta che Bentivegna del Mazzo, marito della Belcolore (Decam., Giorn. VIII, Nov. II), dà al Prete di Varlungo, e nella novella dodicesima del Sermini. Questo nuovo genere di componimenti, nei quali la corrente satirica contro i villani trovava una delle più indovinate esplicazioni, deve essere stato accolto con grande favore dai Fiorentini, e la poesia rusticale, anteriore alla Nencia, pubblicata dal Carducci, deve considerarsi certamente come l'unico saggio pervenutoci dei numerosissimi prodotti di questa fioritura rusticale iniziatasi dopo l'esempio del Boccaccio. Del nuovo impulso dato dal Magnifico colla Nencia da Barberino alla imitazione della lingua rusticale nella poesia popolareggiante, abbiamo già parlato più addietro; poco ci resta da aggiungere per quanto riguarda la Toscana. Dopo Lorenzo de' Medici assistiamo a una straordinaria diffusione di questo nuovo genere letterario, non solo in Toscana, dove lo troveremo coltivato su larga scala e quasi esclusivamente dalla Congrega dei Rozzi di Siena, che nelle commedie rusticali riflette fedelmente quell'antagonismo speciale che noi abbiamo cercato di rilevare fino dalle prime pagine di questo nostro studio, ma anche a Napoli, e sopratutto poi nell'Italia settentrionale. Alla poesia rusticale è accordato il medesimo favore con cui erano state accolte qualche tempo prima in tutta Italia le poesie popolareggianti di Leonardo Giustiniani. La poesia rusticale non è solo presa ad esempio dai numerosi imitatori del Magnifico, dal Pulci, dal Berni, da Gabriello Simeoni, dal Bronzino, dall'Allegri, dal Malatesti, dai due Cicognini, dal Bracciolini, dal Lippi, dal Forteguerri, dal Moniglia e dal Fagiuoli, per non ricordare che i principali; ma s'introduce, come vedremo parlando della satira contro il villano nella Commedia, nella Sacra Rappresentazione, nella Farsa e nella Commedia Rusticale. Ma di questo avremo occasione di intrattenerci più oltre; ora crediamo opportuno, prima ancora di parlare dell'espandersi di questo nuovo genere letterario nelle altre parti d'Italia, di tentare di mettere in evidenza un fatto particolare e caratteristico di quel tempo, da cui, secondo noi, ebbe grandissimo incremento, specialmente nell'Italia settentrionale, il diffondersi di questo nuovo gruppo di componimenti satirici contro i villani nella letteratura italiana del secolo decimosesto. Vogliamo parlare delle frequenti e periodiche immigrazioni dei facchini dalle valli bergamasche nelle città principali, dove monopolizzavano il lavoro manuale e si univano in numerose corporazioni che godettero privilegi e che continuarono a mantenersi fiorenti fino quasi ai giorni nostri. Negli scrittori del secolo decimosesto sono assai frequenti gli accenni a questa presenza nella città dei sobrii, forti e laboriosi montanari bergamaschi. Il Folengo così ne parla[171]:
. . . . . . . . . . Cernebas mille fachinos
Per sex marchettos humeris imponere somas.
Ut Cato noster ait: nemo sine crimine vivit,
Si Bergamaschi damnantur crimine quoquo,