E il Garzoni[172]: «I Fachini... nati nelle montagne del Bergamasco, ove sono tratti fuor del tinaccio, come tanti gazotti della Gabbia, et mandati fuor della vallata a beneficio di tutto il mondo, che si serve di loro, come di asini, o di Muli da somma..... Sono i fachini fra loro di più sorte, come le cerase sul frutto, e massime nelle città grosse; come in una Venetia... Sono primieramente quasi tutti montanari, overo di Valtolina, overo di Valcamonica, e non sono grossi di aspetto, ma di dentro sono così grossi di legname, che gente più tonda quasi non si trova di cotesta, benchè qualch'uno riesce in quella sua grossezza alle volte sottile, per le gran burle, che ricevono communemente dalla gente, e perchè ogni poco, in loro pare assai, essendo per natura tondi come un fondo d'una botte, e grossi come il brodo de' macaroni, e versando di loro una stolida opinione appresso a tutti. Nel parlare non sono differenti dai gazzotti, anzi hanno una lingua tale, che i Zani se l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo e diletto a tutta la brigata essendo ella di razza di merlotti nella pronunzia e in tutto il rimanente... Nella città di Bologna e Ferrara sono i spassi dei signori scolari, quando al tempo del carnevale[173] fanno la barriera del porco cinghiaro, et de fachini armati, ove allhora si veddono quei poveri babbioni, e turlulù con un'armatura indosso, et un elmo in testa con la visiera chiusa cercar con un pestone di legno in mano d'uccider il porco, e darsi mazzate fra loro alla cieca che dànno da ridere e da sgrignare a gli altri, e da piangere a sè stessi... stentano tutto l'anno in Milano, in Vinetia, in Roma, in Napoli, in Ferrara, in Mantova e in mille altri luoghi d'Italia...» Dai brani che abbiamo riportato del Folengo e del Garzoni appare già chiaramente, prima ancora che lo vediamo confermato da altri documenti, che questa invasione sistematica dei facchini bergamaschi nelle varie città d'Italia dava luogo a quella reazione che suole avvenire in tutti i tempi e in tutti i paesi verso gli artigiani di un altro paese che vengono colla loro attività a portare una seria concorrenza nel lavoro manuale in un dato luogo; senza contare che in quel tempo erano vivacissime e assai frequenti le invettive che si scagliavano tra loro le città vicine. Quella satira contro i villani che abbiamo visto tanto accetta nelle città, trova in questo nuovo fatto come un filone inesauribile per una nuova esplicazione nei numerosi componimenti popolari satirici contro i Bergamaschi, e la lingua rustica bergamasca o facchinesca ha nell'Italia settentrionale il sopravvento su quella delle altre città, e diventa poi caratteristica dei due tipi principali di Zanni nella Commedia popolare scritta e in quella improvvisata. Dal Garzoni sappiamo pure che i facchini bergamaschi si recavano anche nel Mezzogiorno d'Italia, dove la loro presenza avrà pure contribuito a rendere bene accolta la satira contro i Bergamaschi; satira che viene diffondendosi coll'introduzione della lingua rustica bergamasca, la quale venne disputandosi il primato colla senese, colla pavana, colla norcina e colla cavaiola. Così in Milano dalla immigrazione dei facchini del Lago Maggiore trasse origine la fondazione dell'Accademia della valle di Blenio[174] nella seconda metà del secolo decimosesto, composta da bizzarri ingegni che poetavano in quella lingua rustica ed a cui si devono molti componimenti satirici, che si fingono scritti dai Fechin dol Lagh Mejò; è inutile ricordare come nella poesia popolare milanese duri ancora questa tradizione nelle Bosinate che continuano ad esser composte anche ai giorni nostri. Sono numerosissime le poesie popolari satiriche che ci sono pervenute sui Bergamaschi, e di un buon numero di esse ha dato notizia lo Stoppato[175]; ricorderemo qui, tra le molte altre che conosciamo, una Canzone alla Villotta [Miscell. Marc., 2213, 9] del secolo XVIº:
Bergamaschi son tondi e gros
de natura desdegnos
e cavalcan a redos
e portan i scudi pelos
Nella Desperata: Testamento: et transito de Gratios da Bergem per Venturina de val Lugana [Miscell. Marc., 2213, 14] di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, il villano innamorato, dopo di essersi lamentato della crudeltà della sua amante, decide di por fine ai suoi giorni; ma poi, come Cecco da Varlungo nel Lamento del Baldovini, quando deve mandar ad effetto il suo triste proposito, trova che è meglio sopportare con rassegnazione la sua disgrazia:
Voref mazam, ma non voref fam mal
che se indovini a forà la ventrada
el insiraf po fò ol malìtial
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