Abbiamo riportato qui queste atroci invettive contro i facchini bergamaschi, perchè ci sembrano una eloquente conferma di quanto noi abbiamo cercato di dimostrare riguardo all'origine della satira contro i villani; l'odio che vediamo espresso contro di essi non è un semplice esercizio accademico come quello che informa la letteratura misogina del medio-evo, ma un riflesso di quell'antagonismo economico che, purtroppo, anche ai giorni nostri, suole svilupparsi nei centri commerciali, a cui accorrono i nostri robusti e laboriosi montanari, tra gli abitanti della città e gli operai dei paesi vicini. Ma anche da un altro lato ci interessano al sommo grado queste feroci invettive contro i facchini bergamaschi, cioè per la grande importanza che possono avere nello studio della origine di una delle più note maschere della Commedia dell'Arte; vogliamo parlare dello Zanni, che venne più tardi sdoppiandosi nei due tipi del servo sciocco ed astuto, Arlecchino e Brighella, e più tardi ancora in una infinità di altri buffoni della scena, ma che nel periodo della sua origine doveva rappresentare, come vedremo, un tipo unico, quello del facchino bergamasco. Questa invasione di facchini bergamaschi, particolarmente nella città di Venezia, ci è confermata da molti altri documenti. Nella novella dello Straparola[178] in cui sono narrate le tradizionali disgrazie dei tre fratelli gobbi (Notte V, fav. III), si racconta come uno di essi, Zambù, figlio di Bertoldo, parte dalla Valsabbia, e si reca a Venezia in cerca di fortuna; appena arrivato in città, si mette a fare il facchino nel porto. Questo nome di Zambù ci porge occasione di intrattenerci a parlare dell'origine bergamasca della maschera dello Zanni. Lo Zerbini[179], passando in rassegna le varie opere scritte in dialetto bergamasco, ricordava che si hanno due traduzioni in bergamasco[180] dell'Orlando Furioso, una delle quali è la seguente: «Rolant Furius de Mesir Lodovic di Arost stramudat in lengua bergamascha per ol Zambô de Val Brembana indrizat al Sagnor Bartolamé Minchiô[181] da Bergem so patrô». Lo Zerbini parlava di questo Zambô come di un autore che veramente fosse esistito nel secolo XVI, ma assai più giustamente il Moschetti[182] crede che in questo nome si debba vedere una forma dialettale della maschera teatrale dello Zanni di val Brembana, che più tardi assunse il nome di Arlecchino. Siccome l'altra traduzione dell'Orlando è conosciuta sotto il nome del Gobbo di Rialto, il Pasquino veneziano, il Moschetti argomenta che questa statua a cui si affiggevano le satire e le caricature rappresentasse nel concetto dei Veneziani la maschera dello Zanni, la personificazione del tipo del facchino bergamasco. Per affermare l'origine bergamasca del Gobbo di Rialto, il Moschetti ricorda quanto gli si fa rispondere alla «disfida» che nel 1554 gli aveva mandato Pasquino, invitandolo a svelare il luogo di sua origine. Pasquino gli aveva detto: «Gobbo facchino del bando di Rialto... sei Bergamasco, Svizzero o Grifone? hai bocca da polenta o pur da gnocchi?» Il Gobbo risponde:
Da Bergamo a Venetia son venuto
. . . . . . . . . . . . . . . .
Non ti pensar, ben ch'io sia nato in villa
Fra due montagne in fondo ad una valle
. . . . . . . . . . . . . . . .
Di poca aiada mi contento e pasco
Da buon pitocco e da buon bergamasco.
In una delle molte operette di G. C. Croce[183] sullo Zanni, intitolata: «Disgratie del Zani. Narate in un Sonetto di dicisette linguagi. Come giungendo ad una Hosteria, alcuni Banditi lo volsero amazare, e poi fattoli dar da cena fa un contrasto con l'Hoste» lo Zanni, peregrinando attraverso i campi, giunge ad una casa e domanda ospitalità, ma ne è respinto ruvidamente da uno che gli grida:
Fachin poltron, ste no te to' de chi