Questo sdoppiamento della maschera dello Zanni nei due tipi dello sciocco e dell'astuto bergamasco corrisponde alle due correnti positiva e negativa della satira contro il villano; ma la satira non è diretta contro gli abitanti della città di Bergamo, ma contro i facchini che da molti paesi delle montagne bergamasche, quasi fino ai giorni nostri, avevano monopolizzato il lavoro manuale nei porti delle città marittime. Del resto se potessero esistere ancora dei dubbi sull'origine bergamasca degli Zanni della Commedia dell'Arte, basterebbe ricordare quanto si legge su di essi nelle Memorie di Carlo Goldoni[208]. Questi, parlando dell'ostilità da lui incontrata nel pubblico quando aveva per la prima volta iniziato nelle sue Commedie la soppressione delle Maschere, che avevano formato per due secoli la più grande delle attrattive per il popolo, ci conferma quanto abbiamo visto espresso dal Flögel[209] e dal Sand sulla fama che ai suoi tempi godeva la popolazione bergamasca, da cui furono tolti i due Zanni, Brighella ed Arlecchino, e ci dà su essi questi interessanti particolari: «Brighella rappresenta un servo raggiratore, furbo e briccone. Il suo abito è una specie di livrea, e la sua maschera bruna dimostra con caricatura il colore degli abitanti di quelle alte montagne bruciate dagli ardori del sole. Vi sono Comici di questo impiego che han preso il nome di Finocchio, di Fichetto, di Scapin, ma è sempre il servitore istesso, ed il medesimo Bergamasco. Gli Arlecchini prendono ancora altri nomi, e si chiamano Traccagnini, Truffaldini, Gradelini, Mezetini, ma sempre gli stessi stolidi, e gli stessi Bergamaschi...... e la coda di lepre che fa l'ornamento (del cappello) è ancor oggi l'ordinario fregio dei contadini di Bergamo.» Dalle parole del Goldoni ci pare che risulti assai chiara l'origine e l'intento satirico di questa maschera dello Zanni, rappresentante sulla scena la caricatura dei Bergamaschi valligiani che s'inurbavano nelle città marittime in cerca di lavoro; e da questa maschera ripetono certamente la loro origine tutti i numerosissimi servi della Commedia popolare italiana. Anche gli abitanti della Cava, che sulla fine del secolo decimoquinto ed il principio del decimosesto sono colpiti dalla satira nelle farse napoletane, come ha osservato giustamente Benedetto Croce[210], devono la reputazione che loro è fatta in quei componimenti alla immigrazione che gli industri abitanti della Cava facevano nella città di Napoli. Se più tardi questo tipo caratteristico di servo nella Commedia popolare in Italia, originato da questo intento satirico, venne avvicinato al tipo del servo della tradizione classica quale lo incontriamo nella commedia erudita, ciò dipende dai rapporti frequenti che intercedono in ogni tempo fra i due generi letterari, popolare e classico; ma ci pare omai indubitato che la maschera dello Zanni debba ritenersi originata sulla fine del secolo decimoquinto od al principio del secolo successivo.
Recentemente il Toldo[211], in uno studio sugli antecessori di Figaro, del servo che vince coll'astuzia i tranelli tesigli dal suo potente signore, ha svolto con abbondanza di particolari l'idea del Lenient, già da noi più addietro ricordata, dimostrando cioè, con un esame minuzioso delle farse francesi in cui il servo ha una parte importante, come il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato nei fabliaux, presenti già assai bene delineati quei caratteri particolari e distintivi del servo che incontriamo nelle farse e nelle commedie popolari francesi. Egli osserva giustamente: «Les types des fabliaux devinrent, par conséquent, des personnages du théâtre, et le vilain se transforma dans le valet et le badin de ces pièces.» E su questo punto, sul quale noi avremo occasione di ritornare, siamo con lui completamente d'accordo. Ma venendo il Toldo a parlare poi (pag. 154-198) degli Zanni nella Commedia italiana, è in piena contraddizione con quanto aveva detto antecedentemente, accogliendo la vecchia opinione che essi provengano dalla commedia latina, e che siano pervenuti alla Commedia dell'Arte passando attraverso alla elaborazione classica della Commedia erudita[212]. Il voler continuare a credere Pulcinella derivato dal Maccus latino, dopo quanto hanno dimostrato lo Scherillo ed il Croce, che sono concordi nel ritenerlo una maschera satirica dei villani di Acerra, è altrettanto assurdo, quanto il credere lo Zanni derivato dal Sannio, etimologia, come la chiamò giustamente Anton Maria Salvini, più ingegnosa che vera. L'Agresti, rivendicando l'originalità del servo nella Commedia italiana del cinquecento, nota come i drammaturghi di quel secolo respingessero spesso chiaramente l'accusa di plagio che poteva essere loro mossa riguardo ai personaggi introdotti sulla scena, e ricorda le parole caratteristiche del servo Corbolo nella Lena:
Or l'astuzia
Bisogneria d'un servo, quale fingere
Ho veduto talor nelle commedie.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,
Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,
Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]
Ma crediamo di esserci omai dilungati di troppo dal nostro argomento, e domandiamo venia al cortese lettore di questa digressione. Abbiamo creduto opportuno di accennare a questa immigrazione dei facchini bergamaschi nelle città marittime, per poter spiegare l'apparizione quasi contemporanea di queste due maschere, del villano cioè e del facchino, sul principio del secolo decimosesto. In una Epistola del primo quarto di detto secolo, nella quale sono riferite notizie interessanti sopra un convito di studenti in Padova, incontriamo la prima apparizione di queste due maschere: «Approssimada l'hora de la cena fo vestidi 6 da maschere, li quali non erano stati visti in quella congregation: uno grando da m.º Francesch, uno da fachin, dui da villani senza volto et dui da matello agilissimi.....»[214].