M'acculattorno a mezzo del Carroccio.
Ricorderemo per ultimo i Cartelli per Mascherate del Fagiuoli dove sono derise la semplicità e la gelosia dei villani che conducono le loro mogli in città a vedere le feste carnovalesche; ma in queste poesie rusticali del Fagiuoli, come nel Lamento di Cecco da Varlungo del Baldovini si cercherebbe invano quel senso della misura nella satira che costituisce il pregio principale delle prime poesie di questo genere da noi studiate.
CAPITOLO V. LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA COMMEDIA.
Dopo di avere ricercato i primi elementi costitutivi del tipo del villano nei diversi componimenti che abbiamo passato in rassegna, parleremo ora di altri componimenti che hanno più stretta relazione colla Commedia rusticale, e in generale con tutte le produzioni di forma drammatica nelle quali è fatta larga parte alla satira contro il villano. Il D'Ancona[222] e lo Stoppato[223] hanno già dimostrato come nei componimenti minori della letteratura popolare della fine del secolo decimoquinto si debbano ricercare i primi rudimenti delle commedie rusticali; e noi avremo occasione, parlando delle produzioni drammatiche dei Rozzi, di accennare alle prime forme di questo genere, composte per essere recitate nei trattenimenti e nei conviti. Particolarmente interessanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare sono le parole che si leggono dopo il titolo in molte di queste produzioni, come nella nota Contenzione del Giambullari e in molti inframessi degli antecessori dei Rozzi[224], da cui si apprende che esse erano rappresentate.
Il D'Ancona, nel suo magistrale lavoro sulle origini del nostro teatro, ha dimostrato come le scarse reliquie di produzioni drammatiche che ci sono pervenute dal medioevo non ci autorizzino a supporre quanto lo Stoppato aveva cercato di assodare, che cioè, durante quell'epoca di tenebre, abbia continuato ad esistere accanto al dramma religioso un dramma popolare indipendente; perchè tali reliquie si possono considerare tanto come ultimi resti del teatro popolare latino quanto come inizio informe e rudimentale del teatro popolare italiano[225]. In tanta incertezza di cognizioni su questo argomento, noi incliniamo a credere che le origini del tipo del villano quale lo vediamo tratteggiato nella commedia rusticale debbano ricercarsi, nelle loro prime manifestazioni, in quei componimenti satirici dell'età media che noi siamo venuti passando in rassegna. Abbiamo già avuto occasione di ricordare quanto il Toldo ha cercato di dimostrare studiando il carattere del servo nel medio-evo, come cioè il villano dai fabliaux passi coi medesimi tratti caratteristici nella farsa nel secolo decimoquinto, rappresentandovi la parte del servo e dello sciocco; passando in rassegna molte di queste farse, egli ha dimostrato come in esse il villano conservi assai bene delineato il suo carattere di rappresentante del debole che lotta coll'astuzia contro il forte, e come nel Badin della farsa francese si incontri già quella ingordigia che diverrà poi la caratteristica dello Zanni della Commedia dell'Arte. Già prima il Lenient[226] aveva rilevato l'importanza di questo tipo del teatro popolare francese, paragonandolo al parassita del teatro classico latino e diffondendosi a parlare dello sviluppo grandissimo che, come è noto, ebbe in Francia la maschera del Badin, come pure quelle del Sot e del Fol[227]. Questo tipo entra assai presto negli intermezzi che si introdussero, con un processo uguale a quello con cui la parodia penetra nell'epopea, nei misteri e nelle sacre Rappresentazioni. Il Barbazan ci dice appunto: «La représentation des Mystères était interrompue par différents entr'actes, dans lesquels un fol, c'est-à-dire un baladin, disait de lui-même tout ce que lui venait à l'esprit, et faisait diverses sortes de tours. Ces entr'actes sont marqués en marge par ces mots: Hic Stultus loquitur.» L'influenza del teatro popolare francese in Italia che si manifesta con tanta evidenza nelle Farse dell'Alione[228], deve aver avuto un raggio di esplicazione molto più vasto di quanto comunemente si crede; abbiamo già visto nel Convito di studenti padovani a fianco della maschera del villano e del facchino quella del «mattello», e abbiamo pure altre notizie della presenza del matto sul nostro teatro[229]. Anche se nell'Italia non si ebbero, per ragioni speciali, i sots come s'incontrano invece nel nord dell'Europa, è certo però che la presenza del badin nelle farse francesi deve aver contribuito molto, per analogia, all'introduzione delle parti ridicole tanto nella Sacra Rappresentazione come nelle prime manifestazioni del teatro popolare italiano. Data la costante preoccupazione della Chiesa di allontanare il pubblico dagli spettacoli profani dei buffoni di piazza, era naturale che nelle concessioni che successivamente si facevano nel dramma sacro allo spirito popolare che andava risvegliandosi, si riflettessero le correnti e le nuove forme più caratteristiche di esplicazione di detto spirito. Al fatuo ed allo sciocco dovette succedere molto presto nella Sacra Rappresentazione quella riproduzione satirica della vita rusticale che noi abbiamo visto accolta con tanto plauso nella letteratura popolare e popolareggiante. Lorenzo de' Medici e i suoi imitatori, tra i quali forse il meno noto e quello che più largamente ed efficacemente contribuì a diffondere i vari generi letterari a cui il Magnifico dava un'impronta artistica col suo ingegno multilaterale è Bernardo Giambullari, col nuovo indirizzo dato alla poesia rusticale concorsero validamente a rendere bene accetti negli inframessi del dramma sacro i villani; il Giambullari anzi li aveva forse per il primo introdotti, colla Canzona de' saeppolatori, anche nelle mascherate carnevalesche. Dello stesso Giambullari è quella Contenzione di Mona Costanza e di Biagio, in cui è detto: «e puossi fare in commedia» parole che unitamente a quelle che si leggono in parecchie composizioni degli antecessori dei Rozzi «opera dilettevole, e da recitare per trattenimenti di conviti, veglie e feste» ci dimostrano chiaramente come quei Contrasti, che sono da considerarsi come le forme rudimentali del nostro teatro popolare, andassero mano mano assumendo vera forma drammatica. Crediamo inutile di ripetere qui i numerosi accenni che si conoscono della frequenza di questi frammessi di contadini nella Sacra Rappresentazione, di cui hanno fatto menzione il Palermo, il D'Ancona ed il Mazzi; ricordiamo soltanto quanto lasciò scritto il Borghini: «Al tempo de' nostri padri non si faceva commedia che buona parte del riso non dipendesse da un frammesso di contadini. Oggi come cosa bassa e vile, e riso sciocco, è pure dimessa, e sono successi i Bergamaschi e Zanni e i Veneziani che, in verità sono poco meglio, per non dir peggio.» Già nella Sacra Rappresentazione assistiamo a quella differenza di trattamento tra i pastori ed i villani della quale abbiamo già avuto occasione di parlare; mentre i pastori sono dipinti con quella purezza idillica che incontreremo nell'egloga e nel dramma pastorale, i villani sono perpetuamente rappresentati come rapaci ed ingordi, e interessanti sono solamente i lamenti ch'essi fanno sulla loro condizione miserevole, come nella Rappresentazione di Giuseppe, del Santo Onofrio, e del Sant'Ippolito[230]. La frequenza dei villani introdotti come intermezzo comico nella Sacra Rappresentazione, fu rilevata per primo dal Palermo. «I contadini poi, egli dice, si trovano per avventura più che gli altri messi in iscena, e dipinti per molto furbi e ingordi ai danni dei loro padroni....... non certo a fin di correggerli, chè da questi spettacoli troppo alieni erano i contadini, ma perchè in quel tempo i loro costumi davano più che altro materia a divertimento»[231]. Questi inframessi di villani nelle Sacre Rappresentazioni, se ci possono interessare come conferma della diffusione grandissima raggiunta in quel tempo dalla satira negativa, non presentano da nessun altro lato materia di studio, perchè contengono le solite accuse contro i ladrocinii ai quali i poveri contadini erano costretti a ricorrere per vivere; noi vedremo ripetute queste accuse, con una costanza degna di miglior causa, nelle Commedie rusticali e nella Sferza dei Villani da noi riprodotta in Appendice. Questi frammessi di contadini che incontriamo nella Sacra Rappresentazione, introdotti dapprima come comico intermezzo per sollevare l'animo degli spettatori dalla tragicità dello spettacolo che si rappresentava, incontrarono tanto il favore del pubblico, che vennero mano mano ampliandosi ed emancipandosi dalla Sacra Rappresentazione[232], assumendo il nome di Commedia o di Farsa[233] e iniziarono un nuovo genere di produzioni di carattere rusticale da cui trae origine il teatro dei Rozzi di Siena. Tra queste Farse ricorderemo, tra le molte che si conoscono[234], la Rappresentazione di Biagio contadino nella quale si narra una comicissima burla che alcuni buontemponi fanno ad un villano avaro, burla che ritroviamo già narrata dal Morlini, ripetuta poi dal Bernoni, e che ci prova come nel teatro popolare penetrassero, forse per mezzo della tradizione orale, elementi tratti dalla novellistica.
Abbiamo già avuto occasione di accennare alle farse Cavaiole che si rappresentavano in Napoli sulla fine del secolo decimoquinto e sul principio del successivo[235]; giustamente il Palermo ha combattuto l'idea che esse si ricollegassero alle Atellane, ed ha dimostrato come invece esse debbano considerarsi come un prodotto spontaneo locale ed «una imitazione naturale, esagerata più o meno, de' costumi ridicoli de' campagnuoli, e così di altre condizioni di cittadini».
Dove però questo nuovo genere di produzioni raggiunse il massimo sviluppo, in modo da diventare quasi esclusivo trattenimento, fu nella città di Siena per opera della Congrega dei Rozzi. Lo studio dei numerosi componimenti rusticali di questa Congrega di artigiani ci è facilitato prima di tutto dai diligenti lavori del Palermo e del Mazzi, e in secondo luogo dalla uniformità di queste produzioni che ci presentano sempre presso a poco i medesimi fatti compiuti da caratteri molto affini, e informati da uno stesso intento, la satira cioè contro i villani[236]. Questa Congrega dei Rozzi, la più prospera tra le molte che fiorirono in quel tempo a Siena, era composta di artigiani che si radunavano nei giorni festivi per recitare i loro componimenti drammatici, dei quali essi, come tutti i commediografi popolari, erano e autori e attori; godettero per molto tempo la protezione del Cardinale Alessandro Chigi, furono chiamati più volte a Roma da Leone X e alcuni di essi, probabilmente, si spinsero fino a Napoli.
Dai primi anni del secolo decimosesto fino al 1531, anno in cui fu costituita la Congrega, abbiamo un periodo di preparazione a cui appartiene un buon numero di produzioni degli Antecessori dei Rozzi; il periodo più fiorente della Congrega è nella seconda metà del secolo decimosesto, perchè nel principio del successivo incomincia a manifestarsi quella decadenza che doveva colpire un genere di produzione di carattere esclusivamente rusticale, e la satira contro i villani, che era stata l'unica ispiratrice del teatro dei Rozzi, viene a fondersi nella caricatura delle diverse regioni che incontriamo riprodotta nelle varie maschere della Commedia dell'Arte. Il Palermo non era del parere che nel Teatro dei Rozzi vi fosse stato un «cammino successivo d'arte», cioè che prima si fossero composti Dialoghi, poi Egloghe e poi Commedie, perchè le produzioni da lui esaminate apparivano composte contemporaneamente; ma noi crediamo che anche in esse vi sia stato un passaggio progressivo dai frammessi della Sacra rappresentazione al Dialogo, all'Egloga e da ultimo alla Commedia rusticale. Il fatto di trovare componimenti dell'un genere contemporanei a quelli di un altro, vorrebbe forse significare soltanto che si continuava a scrivere, per esempio, i Dialoghi anche quando si era già pervenuti nell'evoluzione artistica alla Commedia. È per noi però abbastanza evidente che le fonti del teatro dei Rozzi, più che un ampliamento di mascherate campagnuole, come vuole il D'Ancona, siano da reputarsi come strettamente collegate a quell'indirizzo nuovo segnato dal Magnifico colla Nencia e coi Canti Carnascialeschi, a cui appartengono pure molte composizioni popolari di Bernardo Giambullari che furono per lungo tempo credute opera dei Rozzi. Il Mazzi, avuto riguardo alla parte che spetta ai villani in queste Commedie dei Rozzi, le ha divise in tre classi: «l'Egloga e Commedia rusticale, che pone in scena quasi esclusivamente villani; l'Egloga e Commedia pastorale o di maggio, rappresentante Ninfe e Pastori, fra' quali, come episodio, alcun villano; e l'altra ove parlano cittadini e qualche villano al solito»[237]. Quantunque questi tre generi non si siano succeduti con ordine progressivo rigoroso, tuttavia noi possiamo vedere in essi tracciata la parabola discendente di questi componimenti rusticali, come avevamo visto l'ascendente iniziantesi coi frammessi della Sacra rappresentazione e coi contrasti e cogli altri componimenti popolari di forma imperfettamente drammatica. La Commedia rusticale in cui non s'incontrano che villani, perde molta parte dei suoi tratti caratteristici nella pastorale, dove i villani non entrano che come disturbatori degli amori idillici dei pastori, come più tardi nel dramma pastorale il satiro col quale i villani vengono a poco a poco confondendosi; e nella commedia cittadina, nella quale i villani entrano come episodio, vengono pure avvicinandosi al tipo del servo sciocco o astuto col quale li vedremo fusi nella commedia classica. Parlando delle Commedie rusticali dei Rozzi, il Mazzi dice: «Se noi vogliamo cercar in esse qualche merito, bisogna riconoscerlo solamente in quel tanto che ci hanno conservato di voci e modi popolari e contadineschi; non già nella pittura e rappresentazione dei villani; i quali posti in scena o ingordi e rapaci, o brutali e sensuali, o sciocchi e stupidi, o importuni e insolenti, o poltroni e vigliacchi, queste note appariscono troppo forti e sentite, perchè alcuno possa crederle, tali quali sono rappresentate, proprie dei villani senesi del secolo XVI, e non riconosca a prima giunta l'esagerazione e lo sforzo di far ridere alle loro spalle»[238]. E il Palermo: «Proprio dei Rozzi fu di rappresentarli, più che furbi o grulli, quali son sempre fatti dai Fiorentini, brutali invece e sfacciati: e forse ciò per colpire meglio il ridicolo, entrati una volta infelicemente a cercarlo nel disonesto.» Importanti per il nostro studio, più ancora che la satira contro i villani che manca di ogni senso di misura, sono gli accenni frequentissimi che incontriamo in queste Commedie alla condizione miserevole dei poveri villani, e non è raro il caso di vedere questi autori artigiani prendere le parti della gente di contado contro i soprusi a cui andava soggetta da parte della nobiltà e dei soldati spagnuoli. Così pure assai numerose sono le conferme di quell'antagonismo tra contadini e cittadini che abbiamo visto originato da condizioni economiche. Nell'Egloga rusticale Michelagnolo, il cittadino, da cui prende il nome il componimento, dice al villano Balestro:
Mich. Vatti con Dio che tu se' la volpaia
che chi dice un villano, un traditore