III.

Il breve tragitto dalla stazione di Vittoria al palazzo di Cristallo offre la varietà d’un lungo viaggio. Si passa prima in mezzo ad altri treni rapidissimi sur un largo ponte, che è come una piazza sospesa sul Tamigi, sulla quale le rotaie s’incrociano tanto fitte da presentare una superficie quasi continua di ferro. Si passa accanto al grande parco di Battersea. Poi è un seguito di stazioni, di gallerie, di opifici circondati da centinaia di case d’operai, che formano come dei villaggi dentro la città: tutte le case d’una sola forma e d’un solo colore, ciascuna col suo piccolo orto, e sciami di bambini da ogni parte. Poi altri parchi, ossature di edifici enormi, abbozzi di piccole città che saranno finite e popolate fra mesi, magazzini, giardini, castelli, cimiteri, e fin dove arriva la vista, grandi mucchi di materiali da costruzione che predicono altre città di là da venire. Sotto i tunnel, sulle travi delle tettoie, fin sui comignoli, fin sugli alberi, fin sulle prode della via, una prodigiosa diffusione di annunzi ciarlataneschi, che fanno a soverchiarsi l’un l’altro come grida di venditori in un mercato, e danno al luogo l’aspetto fantastico d’un bazar che copra una intera provincia.

Chiesa e Piazza di San Paolo.

Finalmente si vede sulla cima d’un colle la mole enorme del palazzo di cristallo, che mostra a tutta la contea di Kent la maestà delicata delle sue vôlte trasparenti.

Dentro, è una sola immensa sala, un piccolo mondo. A primo aspetto non si raccapezza nulla. Da un cortile si riesce in un caffè, da un caffè in un bazar, da un bazar in un giardino, da un giardino in un museo. In mezzo ai cipressi, agli allori, agli aloè, alle palme, a tutte le piante pompose della zona torrida, allungano il collo le giraffe e levan la testa le statue di Michelangelo. Fra le sfingi d’un cortile egiziano, si vede lontano una casa greca col gruppo di Laocoonte e la Venere di Milo. Dalla casa greca s’entra in una casa romana, di qui si sprofonda lo sguardo nelle stanzine misteriose dell’Alhambra, e dall’Alhambra si vede dentro il cortile d’una casetta di Pompei. S’esce, si passa in mezzo a gruppi di leoni e di tigri che s’addentano, fra due file di aquile e di pappagalli, e si riesce in un cortile bizantino, dal quale, per una sfilata di porte, si vede un cortile d’una casa del medio evo, la sala d’un palazzo del Rinascimento, la cappella d’una chiesa gotica. Si va oltre fra i monumenti sepolcrali, le fontane, le porte istoriate, e tutti i capolavori della scultura moderna, e si giunge in mezzo a una folla di gente alla porta d’un teatro dove si rappresenta il Trovatore. Un po’ più oltre, da un lato si vede un’orchestra capace di tre mila artisti, sotto una mezza cupola, larga due volte quella della cattedrale di San Paolo; e dal lato opposto un palco scenico dove un professore dà lezione di matematica. Si passa davanti a teatri di commedia, a camere oscure, a circhi, si entra in un labirinto di grandi bazar in forma di templi e di chioschi, nei quali sono esposti i più splendidi prodotti dell’industria di tutti i paesi, dal Cairo a Birmingham e da Parigi a Pekino. Si trascorre per corridoi di biblioteche, in mezzo a lunghe file di pianoforti, di carrozze, di mobili, di vasi di fiori, e si va a smarrirsi fra gli alberi e le caverne d’un bosco popolato di stivaggi d’Africa e d’Oceania, sparsi alla caccia delle fiere, o raccolti a famiglie intorno ai focolari, o appostati dietro i sassi nell’atto di pigliarci di mira colle freccie. Si va su per una scala: ci si allungano davanti gallerie a perdita d’occhio, dove si possono far delle miglia in mezzo ai quadri ad olio, agli acquerelli, alle fotografie, ai busti d’uomini celebri. E sopra queste, altre gallerie a mille giri, dalle quali, guardando fuori, si abbraccia con un colpo d’occhio la bella campagna della contea di Kent, e guardando giù, tutto quel fantastico giro di sale, di giardini, di cortili, di teatri, di trattorie; la gente che sale, scende, e s’affolla ai teatri, e sparisce e riappare in mezzo alle piante e alle statue; e su quella prodigiosa varietà di forme, di colori e di spettacoli, su quel compendio di mondo sul quale s’incurva un cielo di cristallo, la luce del sole che irrompe e saetta da tutte le parti, gettando iridi, lampi e sprazzi di scintille d’argento lungo le pareti e le vôlte azzurrine.


Tornando a Londra mi seguì un caso che mi fece rimpiangere amaramente di non sapere l’inglese. Nel vagone c’era un signore che fumava la pipa: io accesi l’ultimo sigaro virginia d’una reliquia di mazzo che avevo portato da Parigi. L’avevo appena acceso, quando entrò una signora. Io faccio un atto come per domandarle se il fumo le dà noia; essa mi risponde qualche parola in inglese, che dall’espressione del suo viso mi pare che significhi:—Sì, mi dà noia.—Raccolgo tutta la mia forza di sacrificio e butto via il sigaro dal finestrino. Non era ancora cascato in terra che l’uomo della pipa mi afferra il braccio e mi fa capire in francese che la signora aveva risposto che anzi il fumo le piaceva. Io guardai il finestrino, la mia mano vuota, la signora che rideva, e venni men così com’io morisse.

Arrivato a Londra, andai all’abbazia di Westminster, la Santa Croce dell’Inghilterra.