Entrando in quella chiesa, se si fosse soli, si chinerebbe la fronte sul lastrico.

Un Panteon di quella natura è un immenso argomento di marmo in favore dell’immortalità dell’anima.

Appena entrati, si alzano gli occhi agli altissimi archi acuti delle vôlte, poi si girano sul popolo di statue che ne circonda. Là gli uomini grandi sono accalcati, si pigiano, si nascondono. Fatti i primi passi, s’incontra Pitt, Palmerston, Robert Peel: avanguardia degna della legione. In un canto, Pasquale Paoli. I simulacri delle glorie supreme sono frammisti a quei delle glorie minori, e invece di oscurarle, le irradiano. È un Panteon divinamente democratico. I grandi principi dormono accanto ai grandi poeti. Vicino a Shakespeare v’è un pedagogo: Andrea Bell. Vicino a Newton, un portabandiere. Fra due ammiragli vittoriosi, Garrick, l’attore, che si presenta fra le cortine del palco scenico col sorriso sulle labbra. Fra una folla di ciambellani, di abati e di ministri, fra i quali si passa indifferenti, s’incontrano le immagini care e gloriose che fanno battere il cuore, come amici ritrovati in un paese sconosciuto: Gray, Milton, Goldsmith, Thomson, Thackeray, Addison, e l’ultimo, amato e compianto come i più grandi, Carlo Dickens. In mezzo ai capitani famosi che insanguinarono il mare e la terra, splende la gloria intatta e serena dei grandi benefattori: gli apostoli dell’abolizione della schiavitù; Hanway, il filantropo; Wintringham, il medico; James Watt, l’inventore della macchina a vapore. Accanto alla grandezza sfolgorante del genio, la grandezza austera delle anime integre, dei caratteri indomabili, delle lunghe vite spese in lavori pazienti e in sacrifizi ignorati. Ma che diversi pensieri in quelle cappelle rivestite di meravigliosi ricami di pietra, dove si cammina fra i sepolcri dei principi, fra i ricordi della potenza e delle sventure di sette schiatte di re! Se tutto il sangue che fece spicciare il pugnale o la scure dalle vene della gente sepolta fra la tomba di Enrico VII e quella di Edoardo il Confessore, si spandesse tutto a un tratto nel santuario, non rimarrebbe un palmo di marmo senza macchia. Maria Stuarda, Lord Stafford, il marito di Anna, duchessa di Somerset, decapitati; Tommaso Tyrme, assassinato; Aymer di Valenza, conte di Pembroc, assassinato; Tommaso di Woodstock, duca di Salisbury, assassinato; Riccardo II, assassinato; Edoardo V e il fratello duca di York, gli sventurati figli di Edoardo, assassinati; il duca di Buckingam, assassinato: Spencer Perceval, cancelliere del tesoro, assassinato; Nicola Bagenall, soffocato nella culla dalla nutrice. Dopo fatto il giro delle cappelle, colsi un momento che il custode guardava da un’altra parte, per sedermi sul vecchio trono dei re di Scozia; e poi battei la mano sulla pietra dove il patriarca Giacobbe posò la testa quand’ebbe la visione divina.


Chi non ha visto piovere a Londra, non ha visto Londra; ed io ebbi questo piacere la mattina che andai a vedere il tunnel sotto il Tamigi. Capii allora come con quel tempo, si possa esser presi dalla tentazione di tirarsi una pistolettata. Le case sgocciolano, come se sudassero; l’acqua non par che scenda soltanto dal cielo, ma che trapeli dai muri e dalla terra; i colori cupi delle case diventan più cupi, e pigliano un’apparenza oleosa; le imboccature dei vicoli sembrano imboccature di grotte; tutto par sucido, logoro, muffoso, sinistro; l’occhio non sa dove rivolgersi, che non incontri qualcosa di sgradevole; si senton dei brividi che fan l’effetto dell’assalto improvviso d’un malanno; si prova un senso molesto di stanchezza, un’uggia d’ogni cosa, una voglia inesprimibile di sparire come un lampo da questo mondo noioso.


Mentre pensavo queste cose, sparii davvero dal mondo, scendendo per una scala a chiocciola illuminata, che si sprofonda nella terra, sulla riva destra del Tamigi, di fronte alla Torre di Londra. Discesi, discesi, fra due pareti fosche, fin che mi trovai dinanzi all’apertura rotonda del gigantesco tubo di ferro, che ondeggia come un gran budello nel ventre enorme del fiume. L’interno di questo tubo si presenta come un corridoio sotterraneo, del quale non si vede la fine. È rischiarato da una fila di lumi a perdita d’occhio che mandano una luce velata, come lampade sepolcrali; vi è un’aria nebbiosa; vi si va per lunghi tratti senza incontrar nessuno; le pareti sgocciolano come i muri d’un acquedotto; l’intavolato si move sotto i piedi come il palco d’un bastimento; il passo e le voci della gente che viene incontro, mandano un suono cavernoso, e si sentono prima che la gente si veda; le persone, da lontano, paiono grandi ombre; v’è in fine non so che di misterioso che senza far paura mette in cuore una vaga inquietudine. Quando poi si è giunti nel mezzo, e non si vede più fondo nè di qua nè di là, e regna un silenzio di catacomba, e non si sa quanta strada rimanga da fare, e si pensa che s’è giù nell’acqua, nella profondità oscura del fiume dove spirano i suicidi, e che sul nostro capo passano i bastimenti, e che se s’aprisse una crepa nella parete, non si avrebbe più il tempo di raccomandar l’anima a Dio, in quel momento, oh come par bello il sole!

Credo che avevo fatto poco meno d’un miglio quando arrivai all’opposta imboccatura sulla sinistra del Tamigi; salii per una scala gemella di quell’altra, e riuscii davanti alla torre di Londra.


Questi monumenti esecrabili della crudeltà e della sventura umana mi ispirarono sempre una ripulsione più forte della curiosità; ma ricordando i nomi di coloro che morirono fra quelle mura, mi sentii forzato ad entrare. Appena passato il primo recinto, le memorie terribili si affollano. Il castello, costrutto in forma di pentagono, è sormontato da otto torri, ognuna delle quali rammenta un prigioniero famoso e una morte miseranda. In una furono assassinati i figli di Edoardo IV, in un’altra assassinato Enrico VI, in una terza annegato dentro una botte il duca di Clarence, fratello di Edoardo VI. Nella torre delle campane fu chiusa la regina Elisabetta; in quella di Beauchamp passò gli ultimi giorni della sua vita Anna Bolena; in quella dei Mattoni, Giovanna Grey. Fatti pochi passi, si giunge nella piazzetta dei supplizi segreti, dove, fra le molte altre vittime, Giovanna Grey fu decapitata. Poco distante è la piccola chiesa dove sono sepolti Anna Bolena, Roberto Devereux, Caterina Howard, e altri che furono avvelenati o pugnalati o strozzati nelle segrete. Il castello, nudo e lugubre di fuori, è anche più triste dentro. Le scale, strette e schiacciate dalle vôlte, conducono in grandi sale squallide, in lunghi corridoi semi-oscuri, in celle sinistre, in quei sepolcri di gente viva dove si stracciarono i capelli e batterono il capo nelle pareti tanti infelici impazziti dalla disperazione. La mente si distrae per poco da quei pensieri in mezzo alle splendide armature dei re e dei principi, raccolte nelle sale a terreno; e poi vi ricade, al veder l’orrenda segreta dove Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta, languì dodici anni; la scure e il ceppo ancora macchiato di sangue, dove fu troncata la testa a centinaia di prigionieri della Torre; gli strumenti ancora intatti, coi quali si straziavano le carni e si stritolavan le ossa, senza dare la morte. Grida che sfuggono ad una creatura umana soltanto insieme alla vita, gemiti che fanno inorridire, atteggiamenti, parole supplichevoli che lacerano il cuore, e resistenze sovrumane di gente che non vuol morire, si sentono e si vedono col pensiero, vivissimamente, girando pei recessi di quell’edifizio maledetto.