II.
Il Principe di Danimarca; gli invitati pagano al caffè-danzante.—Pensione di marinai.—Dormitorio di operai.—La taverna dei ladri.—Un pick-pocket espansivo.—Locande ignobili.—Un prestigiatore che cangia l’argento in rame.—Quadri notturni.—Tre poverette.—Una prigione bene abitata.—Colpo d’occhio sul Tamigi.—Haymarket a mezza luce.—Londra miserabile ed i suoi visitatori.—Rimedi contro il pauperismo.
Il giorno appresso, all’ora fissata, noi eravamo alla stazione di polizia di Leman Street, dove l’ispettore Price ci aspettava. Egli avea con sè due agenti vestiti alla borghese ed un terzo coll’assisa ufficiale: cappello di tela cerata, abito nero a bottoni d’argento, calzoni neri, e sotto la manica dell’abito la bacchetta sacramentale, lo staff, che caratterizza il policemen. Ognuno di questi signori era inoltre munito di una di quelle lanterne cieche che si nascondono sotto i vestiti: arnese prezioso senza del quale il constabile non cammina mai la notte a Londra.
Avendoci un amico accompagnato, noi eravamo otto persone contando il signor Price ed i suoi tre agenti. Eranvi dunque due occhi che vegliavano sopra ognuno di noi: potevamo essere tranquilli. Sfilammo silenziosamente due a due lungo il marciapiede. Ben presto, lasciando la via Leman, che è larga e ben tracciata,—considerazione da farsi, per chè nei più poveri quartieri di Londra si trovano alle volte grandi arterie che farebbero invidia a quartieri meno miserabili,—ci cacciammo in un dedalo di vie strette e tortuose. Queste vie, quasi deserte di giorno, erano ora molto animate.
Tutte le botteghe illuminate; le taverne piene fin sulla porta, dove spesso gli avventori stavano ad aspettare per poter entrare. Ad ogni passo incontriamo gruppi di operai, di marinai mezzo ubbriachi, cantando o questionando. Agli svolti delle vie, bionde e pallide ragazze, la cui bellezza eguaglia qualche volta la gioventù, poverissimamente vestite, nudi i piedi e le gambe, la capigliatura in disordine, il petto appena coperto, avvicinavano i passanti con voce rauca. In tutto ciò era però un certo ordine, una certa calma; si comprendeva che l’ora degli ignobili saturnali non era ancora suonata, e che non si era ancora che sul principiare.
Il signor Price, per farci pazientare, ci conduce in Grace’s alley, al Principe di Danimarca, vasto stabilimento montato come un teatro. All’ingresso riconobbero la polizia e ci lasciarono passare senza biglietti. Il Principe di Danimarca è un caffè-cantante e danzante frequentatissimo; vi si mostrano anche cani e scimmie sapienti, e dei saltimbanchi vi fanno giuochi sul trapezio e sulla corda tesa. Tutto ciò ci divertì per un istante. Il pubblico del luogo prendeva grande interesse alla rappresentazione, e nulla notammo che ci sembrasse straordinario nei vestiti e nelle faccie degli spettatori. Decisivamente il signor Price voleva progredire a gradi. Non tardammo infatti ad entrare in diversi caffè-cantanti, dove alcuni marinai stranieri, mescolati a donne di bordello, componevano tutto il pubblico degli esecutori e degli spettatori.
Il ballo (gigue) al caffè-danzante.