In uno di questi caffè un ballerino dei più agili volle darci un saggio della gigue britannica. Era una meraviglia vedere questo ragazzaccio dimenarsi sulla scena fino a perdere il fiato. Attorno a lui si faceva circolo: dei camerata, delle ragazze vestite da ballerine, delle donne più avanzate d’età, tutta quella gente infine non perdeva uno dei suoi scambietti. Noi dovemmo aspettare la fine: allora venne la sequela degli applausi, delle congratulazioni; ci fu quindi offerta della birra, del punch, e tanto graziosamente, che dovemmo accettare. «Col lupo bisogna urlare,» disse l’altro. Noi trincammo dunque con queste donne, che per un momento erano venute a sedersi accanto a noi, senza che i loro compagni se ne fossero menomamente adontati, e noi non ne volemmo sembrare offesi davvantaggio. Nel ritirarci pagammo anzi le bibite che ci erano state offerte; il che dal lato delle nostre nuove conoscenze ci valse l’alto onore di essere accompagnati fino nella via e regalati dell’epiteto di gentlemen. Tuttavia non potevamo essere molto soddisfatti di tutte queste dimostrazioni di gentilezza, avuto riguardo alle persone che ce le facevano; ma bisognava fare di necessità virtù, cosa che il signor Price avea veduto ben altre volte. Del resto egli non volle nulla nasconderci e ci fece vedere le più ributtanti case di questi ignobili quartieri. Fummo sorpresi di trovarvi una calma ed una polizia generalmente sconosciute in questi bassi luoghi. Trovammo anzi che le miserabili creature che abitano questi tristi recessi sembrano avere il sentimento dell’onta della loro posizione; esse si presentano ai loro visitatori inaspettati col rossore sulla fronte, la testa bassa, e rispondono con imbarazzo alle nostre domande.

La polizia, che vegliava sempre paternamente su noi, ci condusse quindi negli alberghi del quartiere. Cominciamo anzitutto dal visitare in Well close Square, una pensione e casa mobiliata pei marinai. Non ho bisogno di dirvi che i signori pensionanti erano in questo momento tutti fuori di casa a festeggiare Bacco, malgrado l’ora tarda che invitava al sonno. Il padrone della casa, John Seymour, non fu però meno orgoglioso di mostrarci le sue camere da cicerone bene istrutto. «Guardate come tutto è perfettamente disposto, ci diceva egli, come seppi trar partito dello spazio. In mare la mia gente non dorme che nelle amache; qui essi hanno delle vere cabine.» E ci mostrava delle specie di grandi cassettoni che aveano perduto il davanti dei loro cassetti: erano i letti dei marinai. «Guardate, guardate, continuava egli scoprendone parecchi per vantare la sua mercanzia, ognuno ha il suo pagliericcio, i suoi lenzuoli, la sua coperta. Uno di questi letti costa tre pence (trenta centesimi) per notte, ed ogni avventore ha un numero.» E difatti mastro John avea ragione: per il prezzo che pagavano i dormitori, la sua casa era veramente tenuta bene[1].

Giacchè avea cominciato a farci visitare degli appartamenti, il signor Price, volendo seguire nella nostra esplorazione quella regolarità che gli Inglesi cercano in tutto, ci condusse ad East London Chambers. Questo vasto stabilimento, che racchiude soltanto camere da operai, occupa cinque case di Wentworth Street. La sua disposizione è veramente notevole; nelle sale da pranzo sono posti separati come nelle trattorie della buona società, dove ognuno può prendere la sua refezione senza essere veduto dal suo vicino. È noto che gli Inglesi in certi luoghi pubblici amano d’essere separati gli uni dagli altri, come i cavalli nelle scuderie. L’Anglo-Sassone mette in pratica volentieri l’isolamento; egli è amico dell’io al disopra di ogni cosa. Contro i muri delle camere corrono delle file di letti numerizzati; ad ogni piano esiste un gabinetto da toilette. A pian terreno una cucina è a disposizione di quelli che vogliono farsi da mangiare da sè. Nella sala comune vi è un vasto camino sempre acceso. Qua e là sono appesi ai muri dei cartelli, che raccomandano la decenza negli atti e nelle parole, ed ordinano ai pugillatori di andare altrove a praticare il pugillato. William Poole, il proprietario di questo stabilimento modello, ce lo mostrò con certo orgoglio. Resta a sapere se il contegno dei suoi ospiti corrisponda all’ordine che regna nella casa: il che è poco probabile, poichè nessuno dei locatari era ancora tornato a casa all’ora avanzata in cui noi visitammo lo stabilimento.

Mezzanotte era suonata da lunga pezza; le taverne e le vie si riempivano sempre più d’una folla pochissimo rassicurante. Alcuni mariuoli ci urtavano passando, ci osservavano freddamente colla coda dell’occhio, come per sapere di quale profitto noi potevamo essere per loro; ma ben presto, riconoscendo la polizia, affettavano maniere più disinteressate; alcuni arrivavano fino a salutare pulitamente il signor Price, chiamandolo pel suo nome.

In una taverna dove entrammo, taverna tutta piena di ladri, all thievez, mi disse l’ispettore: taverna rumorosa, animata dai gruppi caratteristici; il signor Price fu di nuovo riconosciuto, salutato, festeggiato. Un ladro gli si presentò; lo vedo ancora: era un uomo piccolo, magro, schifoso, i capelli sparsi, la barba incolta, gli occhi senza ciglio, rossi, incerti, iniettati d’alcool; la faccia solcata di rughe, il naso schiacciato, senza dubbio, come quello di Michelangelo, da un pugno di un pugillatore; la pelle non aveva che il colore di una cartapecora sporca.

«Ah! mio caro signor Price, eccovi qui adunque; disse all’ispettore; come state, how do you feel?»

E gli prendeva la mano fra le sue e la baciava.

«Questo buon signor Price, il nostro ispettore, our dear inspector!» gridava egli mostrandolo ai suoi camerata, ed era quasi tentato di chiamarlo il padre dei ladri, la provvidenza dei pick-pockets.

Il signor Price lo lasciava fare, calmo, impassibile, sempre dignitoso come conviene ad un Inglese, specialmente ad un ispettore di polizia; ma sembrava dire fra sè: «fanne qualche altra, mio caro, e vedrai se mi scappi. Ch’io ti colga colla mano nella tasca altrui, ed apprenderai se la polizia si lascia lusingare dalle tue carezze ipocrite.»