— Al governatore De Beaulieu! — dissi, alzando il bicchiere.
E il maggiore, balzando in piedi subito, con voce vibrata e cordiale:
— Agli espugnatori di Santa Brigida!
IL FORTE DI FENESTRELLE
Pinerolo, settembre 1883
Il vetturino schioccò la frusta, e i cavalli partirono allegramente, stimolati dalla brezzolina dell'alba, che inargentava il Monviso. Una gita da Pinerolo a Fenestrelle, con quella bella giornata ariosa e limpida, in compagnia di mio fratello Giacosa, era uno di quei gusti.... l'unico che potesse farmi levar più presto del sole. La campagna si svegliava appena, e gli illustri abati e il buon Francesco di Sales dormivano ancora fra i muri severi dell'Abbadia d'Adelaide. Più su, il ponte di Napoleone era deserto; intorno a Turina, dove combattè il bravo Caprara, tutto taceva, e fra le belle cave del Malanaggio, che Dio ci liberi, non c'era anima viva. Cominciammo a vedere alcune contadine valdesi, con le loro cuffiette bianche da vecchierelle, tutte pulite, vicino al villaggio di San Germano, in mezzo a quei monti graziosi, coperti di vigneti alle falde, vestiti d'eriche e di faggi più in alto, dove si arrampicano allo spuntar del giorno, coi libretti sotto il braccio, i piccoli “barbetti„ per andar alla scuola del maestro girovago, nei casali romiti delle vette. E da quel punto in su trovammo la valle animata da quei cento rumori sparsi e lenti, di carri, d'armenti, di sonagliere, d'officine solitarie, che accarezzano l'orecchio e acquietano il cuore come il canto pacato d'una buona madre che lavora. Ecco Villar-Perosa, ospite di Re, che mostra in mezzo al verde la sua piccola copia candida della basilica di Superga; ecco le praterie floride di Pinasca, dove si raccolse gettando sangue dalla bocca, col petto attraversato da una palla cattolica, Janavel, l'eroe dei Valdesi, scampato ai macelli di Val d'Angrogna.... Ma, veramente, la vista di quei luoghi, invece delle antiche battaglie, mi richiamava alla mente i discorsi che avevo intesi l'anno prima il giorno della festa d'inaugurazione del tranvai, discorsi di sindaci campagnuoli, d'industriali e di maestri, sonatine originali di rettorica alpestre, interrotte da scappate intempestive di bande musicali, o da sincopi improvvise di paura; e mi pareva di risentire quelle voci tremanti, e di rivedere quei visi pallidi, in mezzo ai contadini vestiti da festa e alle villanelle infiorate, che facevan corona alla larga figura dittatoria del senatore Bertea. Mentre la carrozza correva, tutte quelle frasi mi venivano incontro, come una folata di quei piccioni tinti che fan volare per le piazze i venditori di numeri buoni; e mi mettevano in fuga i ricordi storici. Ma era meglio così, perchè non bisogna pedanteggiare con la natura: essa si vendica sempre in qualche modo dei descrittori di passeggiate che appiccicano una data a ogni albero e un nome a ogni sasso. E poi la valle del Chisone è così bella in quel tratto. Passato Pinasca, si ristringe, si infosca, alza da una parte dei grandi macigni nerastri, strisciati di licheni, e piglia quell'aspetto particolare di tristezza delle valli anguste e quiete, dove sembra che la natura prepari in silenzio qualche sorpresa; e i viaggiatori si raccolgono e tacciono senz'avvedersene, guardando davanti a sè, con un sentimento vago di aspettazione. La sorpresa è là vicina, in fatti. La valle si riapre a poco a poco, la vegetazione s'addensa, poggi ameni si elevano, le case spesseggiano, sbucan ragazzi da ogni parte, ed ecco un'ampia conca, circondata di rocce ardite e di coltivazioni ridenti, popolata di opifici, di giardinetti e di ville, nella quale biancheggia e fuma Perosa; e là in fondo, si schiude da una parte la valle profonda di Fenestrelle, e dall'altra la valle solitaria di San Martino, guardata all'imboccatura dal villaggio di Pomaretto, che pare un mucchio di case ruzzolate giù dalle alture. Oh, il bel luogo fresco e gentile per venirci a nascondere un amore o a ponzare un romanzo! Un rincon de paraiso entre los Alpes, dice un poeta spagnuolo che vi combattè co' suoi connazionali nel 1693. Qui ci avevano un castello di confine i principi d'Acaja. Qui passarono, s'accamparono, e scaramucciarono cento eserciti, dai romani della repubblica ai francesi dell'impero. Qui si fabbricano dei dolci liquori, delle buone sete, delle belle ragazze, dei saldi soldati. — Animo, sforniamo un sonetto, mentre i cavalli rifiatano, — mi disse il Giacosa. Ma dopo aver buttate fuori undici sillabe ciascuno, sperando che venisse via il resto con la solita furia, dovemmo smettere; era troppo presto; le ruote della macchina poetica intaccavano ancora, arrugginite dai vapori notturni; e bisognò rassegnarsi, e continuare a discorrere in prosa come il signor Jourdain del Molière. Ma non ci parve che le montagne se ne mostrassero afflitte.
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Da Perosa in su, i monti si serrano di tratto in tratto, in maniera che la valle par chiusa, e c'è da credere in vari punti di dover voltare indietro i cavalli. La strada serpeggia, si stringe al torrente, guizza sotto le rocce, passa in mezzo a casipole schiacciate e mute, che dànno l'immagine di una vita di tristezza e di stenti, attraversa dei recessi oscuri, di aspetto sinistro, che fan pensare a viaggiatori spogliati e sgozzati, fiancheggia dei mulini di steatite mossi da larghe vene d'acqua, percorre dei tratti ombreggiati da una vegetazione superba, dove fioriscono dei gerani, dei sedii, dei cespugli di rose selvatiche, che hanno la sventura di strapparci finalmente di bocca le prime quartine. Poco lontano da Perosa, passiamo accanto alla roccia enorme di Bec-Dauphin, che segnò già il confine tra Francia e Savoia, e che per un momento ci pende quasi tutta sul capo coll'aria di dire: — Se mi salta il grillo! — e poi entriamo da capo nel verde, in mezzo a grandi noci e a grandi castagni, che ci immergono in un'ombra cupa di grotta, risollevando tra me e il mio amico una vecchia disputa sulla bellezza comparata del castagno e della palma. Ecco il villaggio pensieroso di Meano, ecco i primi frassini, ecco i monti erti e brulli, dalle alte cime coniche, dalle bricche rotte e bitorzolute, dalle sottili guglie cesellate, che s'alzano snelle e recise per l'aria, colorite di viola, e svariate d'ombre nette e vigorose, sopra un tratto di paese quasi vergine, dove si ritrovano voci ed usanze romane, che noi vituperiamo di nuove strofe. Gli aspetti propri della montagna vengon pigliando forma e colori sempre più visibili. I castagni spariscono, le piccole conifere s'affollano, i sassi e i petroni si ammucchiano, il Chisone rimpiccolito saltella fra i grandi macigni, accavalciato da ponticelli rustici, che ricordano i modelli scolastici del paesaggio montano, il fondo della valle si colora d'un verde più unito e più vivo; e ci bisogna torcere il collo sempre di più, per arrivare con lo sguardo alle cime altissime, sparse di casette appena visibili, somiglianti a romitori d'anacoreti, e di piccoli quadrati di neve, rimasugli bianchi di valanghe, che paion tovaglie dimenticate di colazioni d'alpinisti. Siamo finalmente nella montagna “vera„ come dice il Giacosa, che mi rimprovera sempre di non aver mai visto che montagne “false.„ L'aria gagliarda, la sonorità dell'acqua, i fiori di color vivissimo, i profumi della lavandula spica e della nepeta nepetella ce lo annunziano. Fiancheggiamo ancora Mentoulles, a cui domandiamo, passando, se ha dormito bene Francesco I, e vediamo di là dal torrente la selva di Chambon, la più bella delle Alpi Cozie, vasta, fittissima e bruna, come una moltitudine innumerata di giganti, affollati sui colli e pei fianchi delle montagne, che aspettino un comando misterioso per scendere, e inondare la valle e irrompere nel Piemonte.
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Ma già di lontano avevamo visto uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, che dalla cima d'un monte alto quasi duemila metri vien giù fin nella valle, presentando il contorno d'uno di quei bizzarri colossi architettonici che vedeva Gustavo Doré coi suoi grandi occhi di mago: l'immagine di un vastissimo chiostro medievale, d'un tempio smisurato di Cheope, d'una immane reggia babilonese; che so io? un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offre non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle.