E fu anche più gradevole l'impressione quando arrivammo ai piedi del monte, e ci trovammo davanti al forte di Carlo Alberto, piantato là sul Chisone, a traverso alla strada, come un castello antico che intercetti il cammino, con la sua poderosa saracinesca sospesa sul ponte levatoio, tutto bucato di feritoie, da ciascuna delle quali pare che debba uscire una voce minacciosa per domandare “le carte.„ Il Giacosa si sentì risonar dentro tutti gli echi armoniosi del suo medioevo. Si direbbe che l'ha disegnato e messo là un poeta, quel forte; non un colonnello del genio: il soldato di fanteria che faceva sentinella al portone, stonava tra quei muri come una frase di regolamento in mezzo a una ottava dell'Ariosto. La carrozza passò sul ponte, che brontolò cupamente, come risentito d'un'offesa, e tirò via verso Fenestrelle. E per un buon tratto di strada, voltandoci indietro, vedemmo tutta la vasta fortezza che si alzava maestosamente sopra di noi, un disordine grandioso di edifizi nudi e foschi, sorgenti l'uno sul capo dell'altro, tortuosamente, come se rampicassero su per la montagna, dandosi di spalla a vicenda; alti muri rivolti in cento direzioni, dei quali non si capisce a primo aspetto lo scopo; tetti sormontati da tetti, imprigionati fra i bastioni, rocce che sporgono al di sopra degli spalti, fortini che alzan la testa al di sopra delle rocce, irti di parafulmini, forati di cannoniere, fiancheggiati di scale, congiunti come dalle ramificazioni d'un labirinto di pietra, tutto angoli acuti e saliscendi e rigiri; una fortezza non mai veduta, infine, che sembra composta di tante fortezze sovrapposte e legate a caso, costrutte tumultuariamente, nella furia del pericolo, in mille occasioni diverse, o intricate a quel modo, senza legge, di deliberato proposito, per confonder la testa agli assalitori. Una veduta, creda chi non c'è stato, da far nascer la voglia di comporre un ballo storico fenestrelliano, unicamente per metterci in fondo quella scena, che farebbe la fortuna di un impresario.
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Pregustando con l'immaginazione il piacere di penetrare dentro a quei misteri terribili, arrivammo alla piccola e giovane città di Fenestrelle. Ero curioso molto di vederla, quella cittadina solitaria, dopo averla intesa rammentare tante volte da impiegati e da ufficiali freddolosi, che lamentavano con voce lugubre i suoi inverni di nove mesi, e la descrivevano come un villaggio perduto della Groenlandia. Ebbene, rimasi tutto meravigliato percorrendo quell'unica via stretta e tortuosa, lungo la quale si schierano le sue piccole case. Ha l'aria di un villaggio olandese, tanto è dipinta gaiamente da ogni parte. Da ogni davanzale sporgon dei fiori, e muri, terrazzi, imposte, contorni di finestre, battenti di porte, tutto è tinto di colori vistosi e freschi, come se là pure, come in Olanda, cercassero di consolarsi della tristezza del clima con le allegrie del pennello. Perchè la somiglianza ci apparisse meglio, scendemmo in un curiosissimo albergo della Rosa rossa, che ha daccanto all'entrata una specie di loggetta, o teatro di burattini, tappezzata di mille colori e ornata di mille gingilli, e sotto il portone un quissimile di lanterna chinese, e nel cortile, tutto intorno ai quattro muri, i ritratti dei grandi italiani, e teste d'angelo sotto i terrazzi, e vasi decorativi sopra le porte, e pitture intorno alle finestre, e automi messi in moto dalle fontane, e ogni sorta d'ornamenti da baracca carnovalesca, d'un gusto perverso e amenissimo, che paiono immaginati da un ragazzo o da un matto; e per giunta due gatti bianchi come la neve, con due paia d'occhi d'un azzurro così meraviglioso, da far sospettare che abbiano in corpo gli spiriti cabalistici di due streghine delle Alpi Cozie. Del resto, ci si trova delle trote da monsignori, un sugo di pergola squisito, e un liquore dei fiori del prato di Catinat, che farebbe digerire una bomba lessa. Tutta la città è curiosa a quel modo; variopinta e gaia a primo aspetto; ma come ristretta in sè, per tenersi calda, e aduggita, impaurita quasi dai monti altissimi che la dominano d'ogni lato. A ogni passo ci s'incontrano soldati in vestito di tela, visi abbronzati d'alpinisti, facce rosate di montanari; e i due soliti carabinieri che vi ficcan negli occhi uno sguardo insolitamente profondo, uno sguardo da servizio di frontiera.
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Spacciate le trote, salimmo verso il forte di San Carlo, per il quale s'entra nel recinto della fortezza. Passammo sopra un altro ponte levatoio, in mezzo a muri enormi, a bastioni petrosi: tutto grigio, freddo, arcigno, spaurevole. — Si vede che nulla di tutto questo, diceva il Giacosa, è stato costrutto con un'intenzione benevola. — Entrati, vedemmo di sfuggita il quartiere degli ufficiali, la cappella, l'ospedale, le prigioni, la casa del Governatore, un gruppo di edifizi di malumore, che ci guardarono poco benignamente a traverso alle palpebre socchiuse delle loro finestre; e ci disponemmo a far l'ascensione della formidabile scala di quattromila scalini, intagliata nella roccia, e coperta da una vòlta a prova di bomba, che va su dal forte di San Carlo fino alla cima del monte. Un simpatico sergente d'artiglieria, che l'ottimo Comandante ci diede per scorta, mosso a pietà delle nostre gravi persone, ci domandò cortesemente se volevamo salire per la scala coperta, o per la via esterna, che è meno faticosa. Ma noi rispondemmo con l'incauta baldanza di chi s'è levato allora da tavola: — Per la scala coperta. — Sta bene, rispose il sergente, con un certo risolino che voleva dire: — Se n'accorgeranno a suo tempo; — e infilò un androne oscuro, facendoci cenno di tenergli dietro.
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Salimmo una prima scala di pietra, col passo allegro di chi va su a un terzo piano, a fare una visita galante. — Arriveremo in cima senza avvedercene, dicevamo. — Ma quando a quella prima scala succedette la seconda, e a questa la terza, e alla terza la quarta, di cento scalini ciascuna, allora si cominciò a tirare un poco indietro le corna dell'orgoglio, come face la lumacia. — O dio, si disse, nessuno ci fa fretta, possiamo salire con comodo: intanto si discorre. — In quel momento appunto ci si presentava davanti una scala lunghissima, di più di cento e cinquanta scalini, grigi, rigidi, affilati, che pareva dicessero: — Ci assaggerete. — Si spronò le scarpe, e su, di buon animo. Le barzellette ci aiutavano. Ci divertivamo a inventare dei supplizi atroci per certi critici, amici nostri; uno dei quali fu condannato a guadagnarsi la vita facendo da cameriere in un albergo immaginario che aveva la cucina nel forte di Carlo Alberto, e le sale da mangiare sulla vetta, affollate d'avventori impazienti. Ma la conversazione a getto continuo durò ben poco. Le scale sono uggiose, sempre eguali, rischiarate scarsamente, a intervalli, dalle feritoie altissime e strettissime; scale di convento o di carcere, per le quali uno s'aspetta ogni momento di incontrare dei frati stecchiti, o dei prigionieri di Stato in catene. Passando accanto alle feritoie, vedevamo di sfuggita il forte sottoposto, altre feritoie, altri muri grigi, dei cortili tristi, e di là i monti vicinissimi, neri di pini, che coprivano il cielo. Qualche gocciola birbona, che cominciava a filarci giù dalle tempie, ci preannunziava una camiciata memoranda. Il Giacosa, per distrarsi, prese a contar gli scalini; ma dopo averne contati meno di trecento, sconsolato dal pensiero che ne rimanevano ancora più di tremila, si mise a cercare un altro divertimento. — Andiamo, andiamo, ci dicevamo a vicenda, tutto ha una fine, su questa terra. — E giusto allora, a uno svolto, ci si allungava davanti un'altra così formidabile scala erta e sinistra, che ci guardammo l'un l'altro con quella particolare espressione del viso, che si potrebbe chiamare: il sorriso del terrore. Ma il sergente che ci andava dinanzi snello, salendo gli scalini a due, a tre alla volta, come una creatura indipendente dalla legge di gravità, asciutto in viso che pareva arrivato allora con la funicolare, ci tirava su per il gancio dell'amor proprio. Certi tratti di scala eran più chiari, e ci si saliva con piacere; altri, oscuri come gallerie di strada ferrata, pareva che entrassero nelle viscere della montagna, e ci obbligavano a tastare il muro con le mani. L'aspetto singolare del luogo ci attirava: la luce fioca, il colore delle pareti e delle vòlte, la solitudine, la tristezza, mi richiamavano alla mente l'Escuriale. A ogni pianerottolo, soffermandoci a pigliar respiro, vedevamo da una parte una scala interminabile che ci si sprofondava sotto i piedi, perdendosi nel buio, e dalla parte opposta un'altra scala senza fine di cui la vòlta nascondeva la sommità, alla quale pareva che non si potesse arrivar che strisciando. E sali, e sali. Agli scalini rettangolari succedono gli scalini inclinati, alle branche a scala, le branche piane, poi ricominciano gli scalini, poi tornano da capo gli anditi lisci che salgono dolcemente, con gli scalini appena segnati da liste di pietre. In uno di questi tratti ci soffermammo, assaliti da un orrendo sospetto. — Contano nei quattromila, domandammo al sergente, questi scalini senza rilievo? — Oh no, signori! — rispose con uno spietato sorriso il bravo giovanotto. — Ma allora non li facciamo! — noi gridammo. — Siamo truffati! Non eran nei patti questi altri! — Ma un'umile rassegnazione succedette subito a quell'impeto vano di sdegno e ci rimettemmo la inesorabile scala tra i piedi. Trasudavamo come due girasoli e soffiavamo come due mantici. Dalle feritoie ci venivano nelle costole dei soffi d'aria gelata, che ci facevan correre dei brividi maledetti sotto la pelle. Di tanto in tanto ci sentivamo sonar sotto i piedi il tavolato d'un ponte levatoio, messo là per tagliar la via agli assalitori nel caso di una difesa disperata all'interno. Sul nostro capo, lungo la vòlta, correva il filo del telefono che trasmette gli ordini del comandante ai presidii dei forti superiori. A destra e a sinistra, c'eran degli enormi anelli di ferro, confitti nei muri giganteschi, per farci passar le corde con le quali si tirano su i cannoni, anche i più grossi, rapidamente. Ma noi non badavamo gran fatto a tutto questo, occupati come eravamo a regolare sapientemente la nostra non soave respirazione. Avevamo una palla da cannone da dodici attaccata ai piedi, e le ginocchia ci ballavano sotto, con dei movimenti curiosissimi da cerniera di schiaccianoci, nei quali non aveva la ben che minima parte la nostra facoltà volitiva. In molti punti la scala era disfatta per lunghi tratti e il suolo tutto ingombro di calcinacci e di sassi, e ripido da doverci posare i piedi ben pari, per non fare uno sdrucciolone che ci avrebbe levato la penna di mano per un trimestre. Qua e là pareva che la scala s'impietosisse, gli scalini si schiacciavano, si saliva per qualche minuto cristianamente; ma poi, a una giravolta, ricominciava una scalinata da patibolo, che ci rompeva le articolazioni delle cosce. Ci eran delle branche di scala che sarebbero arrivate in linea retta dal pian terreno ai tetti di uno dei più alti casoni di Napoli, e delle branche corte, ma disagevoli in compenso, rotte, buie, maligne, che riuscivan più lunghe delle altre. E com'era tutto ingegnosamente combinato per far dell'ascensione un supplizio! Avremmo voluto riposarci un poco, di tempo in tempo; ma le feritoie eran così fitte, che in qualunque punto ci soffermassimo, subito ci veniva addosso uno spiffero, una frecciata di vento autunnale, che ci mormorava all'orecchio: Che cosa desidera? Una flussione ai denti? Un reuma alle reni? Una polmonite? Un accidente? e ci spingeva su, come un aguzzino. E noi su, e avanti, stronfiando, con le gambe di piombo, con cento rivoletti deliziosi che ci s'incrociavano sulla schiena e sul petto, e con la testa ciondoloni, come dei malati d'amore. Mi ripassava pel capo quel brutto sogno del padre Dombey nel celebre romanzo del Dickens, quando sale le scale di casa sua, per ore e per ore, e si trova sempre nel medesimo punto, e una certa acqua forte, del Goya, se non sbaglio, dov'è rappresentato un giovanetto, un puntino nero, che sale su per una montagna prodigiosa, in vetta alla quale non arriverà che invecchiato. Che scala con l'effe, corpaccio d'un cane! bisognava ripetere a ogni gomito. — L'unica consolazione, diceva quel capo ameno del sergente, è di pensar che è sicura. — Salivamo adagio adagio, tacendo per lunghi tratti, con tutte le apparenze d'una profonda venerazione per il luogo, come se salissimo per le scale d'una reggia, in cima alla quale ci aspettasse un monarca d'Oriente, col nostro destino nel pugno. Per un pezzo c'eravamo confortati con dei versi, e bastandoci ancora la lena, avevamo cominciato a dire degli esametri; ma poi via via che s'accorciava il respiro, eravamo venuti stringendo i metri, fino a non recitar più che il famoso sonetto francese
Frêle,
Belle,
Elle