Dort!

e infine ci parvero troppo lunghi anche questi. Gli stessi calembours cadevano a terra spossati appena sfuggiti dalla bocca. Per le feritoie vedevamo giù dei pezzetti verdi di valle, dei tratti bianchi di strada su cui si movevano delle figure umane minuscole; e a pochi metri da noi, per aria, delle fortunate secchie di muratori, che andavano e venivano in tre quarti d'ora dalla sommità della fortezza al fondo della valle, sospese a due fili di ferro, mossi da un congegno a pulegge. A quando a quando, sentivamo parlare degli operai genovesi e lombardi, che lavoravano di fuori, invisibili a noi. Due o tre volte, ci raggiunsero per le scale e ci passarono accanto dei soldati che portavan dei sacchi e dei cesti, e li seguitammo fin che sparvero in alto, con uno sguardo pieno d'invidia per la loro leggerezza ventenne. Poi tutto ricadeva nel silenzio, e alle scale succedevano le scale vuote, mute, tetre, interminate. Il sergente, per alleggerirci il supplizio, ci raccontava la storia d'un asino maraviglioso, morto da poco, cieco, poveretto, il quale faceva più volte al giorno quella salita, portando provvigioni ai forti alti, di dove ridiscendeva per quelle medesime scale, sempre solo, senza romper nulla, e senza sbagliar mai il cammino. Il racconto era commovente; ma noi invidiavamo troppo quell'asino. E continuavamo a salire, ansanti e sgocciolanti, raffigurandoci lo spettacolo di quella strada segreta nei momenti d'una difesa suprema, colorata di fuoco dalle torce a vento, fracassata dalle bombe, scossa dagli scoppi dei magazzini, intronata dagli urli delle mischie, e corsa da rigagnoli caldi di sangue, cadenti giù nelle tenebre, di scalino in scalino, a intepidir le guance dei moribondi.... Ma anche l'immaginazione sfiatava. Per riposarci qualche momento, senza sfigurare in faccia al sergente, ci soffermavamo come per ammirare la valle. Che bellezza! O meglio, quante bellezze! Avevamo una grande passione per il paesaggio. Ma un suo sorriso rapidissimo ci mise un amaro sospetto, che ci impedì anche quei brevi riposi. — Signori! esclamò il sergente a un certo punto, non ce n'è più che ottocento! — Poh! rispose il Giacosa, è una miseria. — È niente per noi, soggiunsi, con un anelito. — Ma poi scoppiammo in esclamazioni, in imprecazioni violente, tirando giù tutti i personaggi del Calendario, passandoci intorno al collo il fazzoletto inzuppato, furibondi contro Carlo Emanuele III e tutti i suoi ingegneri. Espressi però al Giacosa la mia meraviglia di vederlo uscir dai gangheri anche lui, appassionato alpinista. — Ma che storie! — rispose, — chi sale, sagra; ho sempre visto così. — Oramai le piante dei piedi s'inchiodavano nella pietra, le gambe ci rientravano in corpo, e le braccia ci spenzolavano come due cenci: chi ci avesse visti dal basso, ci avrebbe presi per due malati di spina che si trascinassero ad un santuario di montagna a domandare la grazia. L'aria soffiava sempre più viva, e portava delle buone fragranze di piante resinose; il paese che si vedeva dalle feritoie, doveva essere stupendo; ma noi non badavamo più a nulla. Eravamo pervenuti a quel periodo stupido della fatica, nel quale, anche a sentirsi mettere sulle spalle tutto il vocabolario della Crusca, non si avrebbe più fiato in corpo da protestare. E andavamo su, per forza d'inerzia, col mento sul petto, con la lentezza funebre degli incappati di Dante, quando il sergente, che era d'un lungo tratto più avanti di noi, ci gridò: — Ancora un quarto d'ora. — Io capii tre quarti, e voltandomi verso il Giacosa che era molto più in giù, gli domandai con voce lamentevole: — Ha detto tre quarti? — E il Giacosa mi rispose con voce tonante:

Uno ei gridò, e d'un angelo

Mi parve la sua voce!

Ricominciammo a salire, rincorati, a salire.... a salire.... Ma caspita! Era un quarto d'ora ardito, o gonfio, come dicono i toscani. Non si finiva più. Era troppo oramai. Era un prodigio quella scala. Si sarebbe saliti per tutta la vita, dunque. E appunto mentre si diceva questo, una nuova branca infinita ci si drizzava davanti, di centinaia di scalini, soffocata da una vòlta bassa e lugubre che s'immergeva in una oscurità lontana di spelonca.... Abbiamo da continuare, ci domandammo con voce fioca, seguitando a salire, dobbiamo crepare onoratamente per via, o affrontar l'infamia di una seduta? — Ci siamo, finalmente! — gridò in quel momento il nostro duca, da una porta altissima, segnata da una riga luminosa. E allora lo raggiungemmo in pochi minuti, ed uscimmo all'aria aperta, sopra uno spianato battuto dal sole, in faccia alle montagne; e alzando gli occhi per cercar la cima del forte, ci vedemmo dinanzi un'altra serie sterminata di scale, che si perdevano in mezzo alle rocce.

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Per qualche momento tutto quel bianco delle pietre battute dal sole ci levò il lume degli occhi. Poi ripigliammo la salita per la scala chiamata reale, costrutta sopra la vòlta della strada coperta; una bella scala di pietra da taglio, per la quale salivano i re di Sardegna, andando a visitare i forti della cima. Neanche quella salita era dolce; ma per la varietà degli spettacoli, piacevolissima. Si passò in mezzo a un gruppo di case, simile a un villaggio, con la sua chiesetta imbiancata, per vicoli tortuosi fiancheggiati d'alti muri, per anditi umidi e bui, per piazzette allegre, piene di luce, sempre salendo; e poi si attraversò un luogo stranissimo, cento volte più strano e più bello delle più bizzarre immaginazioni dei romanzieri medievali. Da un passaggio oscuro, aperto dentro a una roccia isolata, si riesce sopra un ponte levatoio, da cui si vedono precipitare a destra e a sinistra, sotto gli archi di due capponiere aeree, i fianchi ripidissimi del monte giù fino a una profondità dove non arriva lo sguardo; e passato il ponte, s'entra in un altro passaggio oscuro, scavato in un'altra roccia isolata e murata come un castello, dalla quale si sbocca sopra un altro ponte levatoio, disteso come il primo tra due abissi, in mezzo ad altre due capponiere sospese nel vuoto; e poi da capo un'altra roccia, e poi di nuovo un altro ponte: tre bicocche solitarie di tre feudatari fratelli, alleati, ma diffidenti. Del rimanente non si raccapezza nulla. I magazzini, le casematte, le batterie, le scale oblique, i passaggi, gli sbocchi, presentano una tale apparenza di confusione, che neanche un ingegnere militare, in una rapida visita, credo ne caverebbe molto costrutto. Si sale, si sale sempre: questo lo ricordo assai bene. Per le porte semiaperte si vedono i magazzini pieni riboccanti di granate cilindriche, di granate sferiche, di scatole di mitraglia, di shrapnel, di bombe, che han l'aria d'aspettare, annoiandosi, il giorno di far del chiasso. Qua e là, dai loro stanzini aperti verso l'interno, della forma di tempietti, i cannoni enormi allungano il loro collo orribile fuori delle finestrelle quadrate, come guardando curiosamente nella valle, se c'è dei mal capitati da rimandare a casa. Dei robusti soldati d'artiglieria andavano e venivano tra le batterie e i magazzini, sbrigando le faccende domestiche di quella strana casa che riceve così male i suoi visitatori quando si presentano in troppi; scopavano le scalette, tingevano in nero delle vecchie granate, ammucchiavano dei ciottoli da tiro, battevan la mano sui cannoni, passando; parevano affezionati alla loro fortezza, come i marinai al naviglio, e contenti di lavorar lassù, in quell'alta solitudine, nella freschezza odorosa del vento. Passo passo, eravamo saliti dal forte di San Carlo al forte dei Tredenti, dai Tredenti alla ridotta di Santa Barbara, da questa a quella di Sant'Antonio, e poi al forte di Sant'Elmo; e finalmente, dopo un'altra buona pettata, toccammo il Forte delle valli, il quale non ha più sul capo che il cielo.

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E là fummo ricompensati ad usura dei nostri.... non nobili sudori. La valle profonda che vaneggia sotto, come una voragine, e per cui lo sguardo va diritto, e come imprigionato fra le vette, fino alla pianura lontanissima, dove si vedono le macchie bianchicce delle città bagnate dal Po; quelle montagne superbe che sorgon di faccia, l'Albergian fra le quali, vestite di foltissimi boschi neri, coronate di nuvole bianche, e come squarciate da valloni scoscesi e selvaggi, per cui dirocciano le acque simili a rigagnoli d'argento fuso; e più lontano gli altri monti altissimi e brulli, sfumati di mille tinte cinerine; e tutto in giro, alle falde dei monti, e pei colli, quegli innumerevoli piccoli scacchi delle coltivazioni, tutti eguali di grandezza, ma svariati di cento colori giallastri, verdi, rossicci, dorati, che paion parati di velluto e di seta distesi per una festa misteriosa da un popolo sconosciuto; ecco uno spettacolo grande, severo, strano, triste e bellissimo, che leva l'animo in alto come un inno di guerra accompagnato da una musica sacra. Tutta quella varietà di grandi linee ripide, e come violentemente spezzate, quegli angoli enormi, quelle verticali temerarie, quei contorni grandiosamente disordinati come d'un ammasso formidabile di macigni precipitanti, dànno l'immagine d'un linguaggio muto che dica cose solenni e tremende, le quali si sentano confusamente, senza comprenderle, ma che, comprese, ci farebbero tremare le ossa, come la rivelazione d'un mistero sovrumano. Giù, vicino alla città, si vedon sopra un'altura le rovine sparse del forte di Mutino, eretto da Luigi XIV. Dalla parte opposta, alle spalle della fortezza, al livello quasi del forte delle valli, di là da un altissimo ponte levatoio, si stende con un dolce declivio verso Fenestrelle la vasta prateria che il Catinat rese famosa, svernandovi con diecimila soldati nel 1692; una bella distesa di verzura, che par fatta per la parata d'un esercito, e che nel mese di giugno si smalta tutta di fiori meravigliosi, che le dan l'aspetto d'un immenso tappeto turco, spiegato per un ballo di regine. Dalle due parti della fortezza, i fianchi del monte van giù quasi a picco, irti di pini e di abeti, che s'arrampicano su fino ai piedi delle cortine, come per dar la scalata. Si vedono i villaggi in fondo alla valle grandi come la palma della mano, e popolati di formiche; e il Chisone e la strada, come un nastrino argentato e un nastrino bianco, che serpeggiano un tratto l'uno accanto all'altro, e poi si nascondono fra i monti. Il grande silenzio del luogo era appena turbato dal brontolìo fioco del torrente, quasi vergognoso della sua misera vena d'acqua in mezzo a quelle maestose immagini di grandezza e di forza. Le montagne erano già velate qua e là di vaste ombre; dei grandi boschi s'andavano immergendo in una oscurità paurosa; altri, dorati dal sole, trionfavano; e mentre pei villaggi delle gole faceva notte, delle case romite, a grandi altezze, brillavano come accese. Il giorno moriva con un sorriso dolce e malinconico, e in cima a un bel colle a ponente, si disegnava come un piccolo tratto nero sul cielo, la più bella, la più memoranda, la più amata cosa di quante ne abbracciavamo con lo sguardo: il monumento ai morti dell'Assietta.

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