Ma che rimbombi dell'altro mondo debbono avere là dentro le cannonate! Ci deve parere il giorno del giudizio, soltanto quando salutano gentilmente l'anniversario della Regina Margherita. E ne ha sentito del baccano, in vita sua, quella piccola valle, di cui tanti italiani non conoscono neppure il nome. Il mio amico ed io ce ne siamo fatti un'idea appuntando il nostro vecchio cannocchiale di sognatori nel vano d'una cannoniera, la quale tagliava proprio nel fondo della valle un piccolo quadrato verde, attraversato da un pezzetto di strada e da pochi palmi di torrente. Abbiam visto passar prima una moltitudine confusa, con grandi trombe curvate in cerchio, e con elmi di bronzo ornati di lunghe penne nere, armata di lance corte, di daghe tozze, di grossi archi, di larghi coltelli e di fionde, e nel mezzo un'asta altissima, sormontata da un'aquila romana; e ci parve l'esercito di re Cozio, alleato dell'Impero, che si spingesse fin là ai confini del suo Stato, finis terrae, ad esplorare i monti minacciati dai Galli. E poi vedemmo scendere dai monti un'altra fiumana d'armati, più ferrati e più gravi, balestrieri d'alta statura, cavalieri dalle barbute lucenti, scudieri dai lunghi giachi, fanti carichi di frecce a quattro ali e coperti di scudi di cuoio; e dalle grida acutissime che arrivavano fino a noi, giudicammo che fosse l'esercito del Delfino di Vienna che irrompeva contro Umberto il Beato di Savoia, seminando sui suoi passi l'incendio e la morte. E a questa tenne dietro un'altra moltitudine in tutto diversa: i seguaci di Valdo cacciati di Francia, un affollarsi di donne, di vecchi, di giovani, di bimbi, carichi di robe, seguiti da carrette sfasciate e da giumenti sfiniti, una fuga compassionevole di miserie, d'angosce e di terrori, che si sparse e si perdè in breve tempo su per le rocce dei monti e nell'oscurità dei burroni. E poco dopo, un alto frastuono di tamburi e di trombe, un giovane re baldanzoso, dal gran cappello piumato, caracollante dinanzi a una folla di gentiluomini, una selva di lance imbandierate, cannoni e colubrine tirate da lunghe file di cavalli e spinte a forza di braccia, e picchieri, alabardieri e archibugieri, tipi normanni, picardi, guasconi, borgognoni, svizzeri, vestiti di assise strane e pompose, l'esercito splendido e insolente di Francesco I, che calava sopra Pinerolo, empiendo la valle di grida allegre e di canti. E sparito quest'esercito, un accorrere improvviso di batterie, un saltellìo concitato di cappelli a tre punte e di code di parrucca, un gridìo d'ufficiali, un frastuono confuso di bestemmie piemontesi, e Vittorio Amedeo che incalzava gli artiglieri con la spada, accennando il forte di Mutino, meta di tutta quella furia di uragano. E infine, due processioni opposte di gente, che venivan di Torino e di Francia: gli ospiti forzati della fortezza; il viso spaurito del cardinal Pacca affacciato allo sportello d'una carrozza; personaggi di Stato caduti in disgrazia all'uomo fatale, pallidi e insonniti sotto le parrucche scarmigliate dai disagi del viaggio; cortigiani malfidi o insolenti dei Re di Sardegna, scortati dai classici lucernoni dei carabinieri; e la folla vermiglia e triste dei Garibaldini di Aspromonte; e frammisti a tutti costoro, centinaia d'ufficiali d'ogni età e d'ogni corpo, mandati in villeggiatura a Fenestrelle a meditare il regolamento di disciplina, seguiti per via da sospiri dolorosi di babbi, di creditori e d'amanti.... Che bel luogo, per bacco, proprio fatto apposta per venirci a espiare i peccati del carnovale! Che paturne tutti quei poveri uffiziali, quando guardavano col viso contro i vetri la neve che calava a fiocchi serrati sulla valle bianca e deserta, pensando alle belle signore del Teatro Regio e ai veglioni chiassosi dello Scribe!
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Levammo il cannocchiale dalla cannoniera, e ci rimettemmo a guardare la fortezza, la quale è anche più bella e più strana vista di lassù, che guardata dal basso. Si vedon tutte quelle rocce e quei muri che vanno giù come a salti, a trabalzi, a brusche svoltate, presentando mille angoli e scorci di ridotte, di piattaforme, di ponti, di vôlte, di strade tortuose, di fossati profondi, ma così tutto erto, stretto, chiuso, spaurevole, che a un nemico d'Italia salito là, dovrebbe riuscir molesto fino il pensiero di avere un giorno tra i suoi rampolli un generale incaricato dell'investimento. Non è possibile, guardando al basso, sprigionar la mente dall'immaginazione d'una lotta tremenda, tanto ogni forma e ogni aspetto del mostruoso edifizio esprime possentemente la minaccia, la resistenza e la morte. Sempre par di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le rocce e le casematte rimbalzare le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e pei fianchi dei monti, saltar in aria cassoni d'artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d'affusti stritolati e di membra umane. E si gode a pensare che tutta quella forza immobile e salda, che quella montagna pregna di fulmini, è nostra, veglia alle porte di casa nostra, pronta a vomitare l'inferno al primo grido d'allarme. Si gode a palpare amorevolmente le pietre della cannoniera a cui s'è appoggiati, estendendo la carezza col pensiero a tutto il lunghissimo mostro accovacciato, e dicendogli: — Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi. Ha dei fratelli, dei figli, delle avanguardie ardite, delle vedette perdute nelle nebbie, delle sentinelle morte che sporgono il capo fra le bricche lontane, una famiglia invisibile di là, muta e vigilante come lui; e ad un cenno suo, altre cime di monti lampeggiano, altri dirupi fumano, altri valloni rimbombano. Ah! è un'orchestra bene affiatata, un concerto, vi assicuro io, da far tremare le budella in corpo anche ai più arditi. Ora sta qui, mogio, cogli occhi socchiusi, a fare il gattone, godendosi il caldo del sole. Ma vi consiglio di lasciarlo in pace. Come dev'esser bello, come deve tramutarsi tutto in un lampo al primo sentore della polvere! Ecco, un brivido acuto trascorre dal forte delle valli giù fino al fortino di Carlo Alberto, un ronzìo come di enorme alveare si spande per tutti i meati, i soldati precipitano e risalgono per le cento scale come caprioli, i cannoni di rinforzo s'arrampicano rumoreggiando su per la strada coperta, i colossi di acciaio avanzan la testa sui precipizi, le feritoie si animano di sguardi umani, i fili elettrici parlano, le casematte si spalancano, i ponti cigolano, le bandiere s'innalzano, mille occhi e mille mani scrutano, tastano, raffermano, serrano, sbarrano.... E poi succede un profondo silenzio, nel quale tutti si scambiano con lo sguardo un solo pensiero: — Fino alla morte!
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Di lassù si ridiscese alla ridotta di Sant'Elmo, in compagnia di alcuni bravi sott'ufficiali, e si entrò in una curiosa cantina formata da uno stanzone lungo e affumicato, con un palco a tetto di grosse travi, bassissimo, da cui spenzolavano delle pelli di capra piene di vino: un quissimile d'osteria da quadro fiammingo, tenuta da un cantiniere singolare, un tipo da Steen, punto cerimonioso, come s'addice a un cantiniere di fortezza, e grave, come se avesse proprio lui nelle tasche le chiavi delle porte d'Italia. Eppure mi parve che ci si dovesse provare un certo gusto a star là appallottati accanto al fuoco, con un pipone in bocca, le sere d'inverno, quando fa un freddo da spaccar le pietre, ed urlano per i monti le fiere immaginarie del cardinal Pacca. Rimanemmo là un pezzo, trattenuti, come dice il Boccaccio, dalla “piacevolezza del beveraggio„ e dalla conversazione arguta dei nostri ospiti. Uno dei quali, particolarmente, un furiere còlto e cortese, ci fece un'uscita amenissima. Domandato di che provincia fosse, ci disse il nome d'un comune del Piemonte, soggiungendo: — Dove villeggiò il tal dei tali. — E il villeggiante, per l'appunto, era uno di noi due. Ma avendogli detto l'altro: — Eccolo qui il tal dei tali. — Che! rispose lui, facendo un gesto molto espressivo, non lo credo neanche se mi dànno centomila lire. — Non avendo la somma disponibile per tentare la prova, si cercò di persuaderlo per altre vie, e dopo molto stento, ci parve di esserci riusciti; ma tanto egli continuò a guardarci tutti e due con un certo risolino diffidente, come se volesse dire: — Eppure, loro signori m'hanno l'aria di due famosi farceurs! — Un compagno suo, meno incredulo, ci raccontava intanto le piccole maraviglie dei piccioni del forte. Egli era incaricato di ammaestrarli. Portava con sè ogni settimana il suo gentile drappello alato in villaggi di volta in volta più lontani, dava loro il largo in mezzo a una piazza, e poi se ne tornava a Fenestrelle, dove i suoi allievi erano arrivati molte ore prima di lui, dopo aver percorso ottantamila metri in sessanta minuti. Raramente arrivavan tutti; alcuni cadevan per viaggio, fulminati dai cacciatori; altri si smarrivano, o andavano in cerca d'avventure, e giungevan più tardi; ma la maggior parte, dopo fatto qualche giro incerto sopra la piazza, infilavano la via diritta e tornavano alla fortezza d'una volata sola. E il sergente ci indicava dalla finestra, giù nel forte di San Carlo, la sua colombaia, non dicendo, ma pensando forse con ragione: — Faccio anch'io qualche cosa per il mio paese: gli educo dei servitori utili, disinteressati e fedeli.
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Dal forte di Sant'Elmo scendemmo per una strada esterna, che fa trentasei svolte a traverso a un bosco di pini cembri, in mezzo a cento varietà di campanule, di serpilli, di scabiose, di fiori alpini d'ogni colore, alla vista dei quali, essendo la strada ineguale e sassosa, dovetti rinunciare, con grande rammarico, per dedicarmi tutto quanto alla conservazione della mia dignità verticale. Alla Rosa rossa trovammo una tavolata di gente della montagna, che discorrevano ad alta voce nel loro bizzarro dialetto, misto di piemontese, di francese e di provenzale, non sgradevole all'orecchio, e pieno di immagini colorite. Parlavan d'ufficiali francesi travestiti, che gironzavano nei dintorni. Là, vicino alle frontiere, il sentimento patrio è costantemente eccitato dalla memoria sempre viva delle guerre francesi, e più da quello incrociarsi di piccole curiosità sospette, di piccole diffidenze e di dispetti, che è quasi continuo fra le terre confinanti di due grandi Stati, anche in tempo di buon'armonia. Vi si parla quasi sempre della guerra, come d'un avvenimento non solo probabile, ma vicino. E ciascuno vigila per conto proprio. Il servizio d'informazione si compie spontaneamente con una così oculata prontezza, che se un forestiero di dubbio aspetto fa colazione la mattina alle nove in un'osteria del confine, al forte si sa che cos'ha mangiato prima del cadere del sole. Il forte è l'oggetto di tutti i discorsi, l'argomento che casca sul tappeto a tutti i propositi, l'immagine che s'alza dietro a tutte le immagini, come nei villaggi marittimi il mare. I fenestrellesi lo guardano e lo accennano con un'espressione mista di rispetto, di affetto e d'alterezza. Sono ancora vecchi piemontesi del tempo di Vittorio Amedeo II e di Carlo Emanuele III, affezionati ai loro monti, alteri delle loro tradizioni, soldati in ispirito, devoti alla dinastia, e bevitori cordiali di un vino limpido e schietto, che fa sgorgare dai loro cuori in note stridule e gaie la canzone patriottica dell'Assietta. Con che piacere siamo stati un'ora in mezzo a loro, a sentirli ragionar della difesa d'Italia con un sentimento di fede e di orgoglio! E come son belli sempre quei piccoli alberghi di cittaducce solitarie, coi loro cortiletti ingombri di barroccini colle stanghe all'aria, pieni di gente e di strepito all'arrivo delle diligenze, e profumati di arrosto e di fieno, e risonanti di latrati di cani e di nitriti di cavalli. Quando si riparte a notte fitta, con la lanterna accesa e con le coperte sulle ginocchia, le schioccate d'avviso del vetturino fan sempre nascere un rimescolìo: i bimbi accorrono, gli avventori s'affacciano alle finestre col tovagliolo al collo, le ragazze della casa vengono ad augurare il buon viaggio, e i saluti hanno qualche cosa di cordiale e di poetico, che non si ritrova da nessuna parte viaggiando per le strade ferrate. Questo dicevamo, il mio amico ed io, percorrendo rapidamente la lunga via maestra di Fenestrelle, allegri e soddisfatti della nostra giornata; ma lo spettacolo della enorme fortezza nera che disegnava i suoi contorni superbi sul cielo stellato, ci fece tacere improvvisamente. E s'espresse forse nell'animo di tutti e due con le parole medesime il saluto silenzioso che le mandammo entrando nell'oscurità della valle. Addio, bella ròcca italiana, baluardo fidato delle nostre Alpi! Noi forse non ti vedremo più. Ma tu starai dopo la nostra vita, e dopo quella dei nostri figli, e dei figli loro, guardiano immobile e superbo della nostra indipendenza e del nostro onore. Affòrzati ancora, e continua a dilatar le tue membra, come un adolescente titano. E se verrà il giorno della prova, possa essere per te un giorno di gloria splendida e pura come la neve delle tue montagne quando vi batte il sole di primavera, e il tuo nome diventi sacro alla patria, e da tutti i cuori d'Italia si levi il grido della gratitudine a benedire le pietre dei tuoi bastioni e il sangue dei tuoi difensori.
EMANUELE FILIBERTO A PINEROLO
Il signor Giovanni Battista Lombriasco, notaro di Pinerolo, buon cristianaccio, scarso di clienti e di fortuna, ma assestato nei suoi affari, onesto fino alla dabbenaggine, patriotta di cuore, infarinato di latino, e ancora forte e florido benchè scendesse già dalla parte peggiore della sessantina, era tutto glorioso quando si poteva mostrare sul terrazzino del suo piccolo quartiere di piazza San Donato in compagnia di Don Enrique de Benavides, nobile catalano, suo cliente. E non gli passava nemmeno per il capo che i maligni potessero attribuirgli il matto proposito di convertire il cliente in genero. — “Tanto non lo accecaua la uanità di padre che a tale sposalitio potesse riuolgere sue speranze.„ — Così dice (e io ci credo) uno scartafaccio giallognolo, pieno di raspatura di gallina, col quale un nipote del buon notaro intese di mandare alla posterità un “caso molto mirabile„ seguìto nella sua famiglia; scartafaccio che dormì per più di tre secoli, sotto molte altre carte mal decifrabili, in mezzo agli atti consolari della città di Pinerolo. Il nobile Enrique de Benavides, venuto qui da Gerona per la questione intricata d'una eredità lasciatagli da un parente di sua madre, colonnello francese, non si capisce se Mortier o Mornier, del presidio di Pinerolo, aveva affidato l'affare proprio al notaro Lombriasco per la riputazione d'uomo integerrimo di cui godeva; ma avrebbe potuto attestare alla città intera che un mese e più dopo il primo abboccamento, e quando già s'era stabilita fra loro una certa dimestichezza, il delicato notaro non gli aveva ancora fatto parola della sua famiglia. La relazione era nata per puro accidente. Un giorno che il Benavides stava ad aspettare nello studio notarile, la señorita Evelina, certa di trovarci suo padre solo, era entrata festosamente, d'un salto, tenendo spiegata davanti a sè una stampa che rappresentava la battaglia di San Quintino, e che le era arrivata allora per le poste, desiderata da lungo tempo. Visto appena quel signore, aveva fatto l'atto di ritirarsi, vergognandosi e chiedendo scusa; ma era rimasta come inchiodata là dalla maraviglia e dalla gioia quando il signore catalano, letto di sfuggita il titolo vistoso della stampa, aveva detto in tuono di gentile rispetto, e con molta semplicità: — Si occupa della battaglia di San Quintino, señorita? Io ci sono stato.
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