Così il Benavides aveva fatto conoscenza della famiglia; e da quel giorno, ogni volta che usciva dallo studio del notaro, attraversava il pianerottolo per salutare la signora e la signorina; con le quali anche s'intratteneva sovente. La signora, già tutta grigia, sempre malata, non apriva bocca che di rado, con un sorriso triste, un poco vergognata di non saper parlare l'italiano, che il Benavides parlava assai bene, benchè “prononziando„ dice il manoscritto “al modo delli spagnioli.„ La signorina, invece, interrogava continuamente, e l'oggetto delle sue interrogazioni era sempre il medesimo.

Come ogni piemontese d'allora, al quale non mancasse affatto il senso dell'alterezza e dell'amor di patria, essa aveva un'affettuosa, profonda, appassionata ammirazione per Emanuele Filiberto. Nata sotto la dominazione straniera, della quale aveva potuto vedere fin dall'infanzia gli effetti miserevoli; educata da suo padre, un po' corto ma generoso d'animo, alla pietà e all'amore del suo paese oppresso, smembrato, impoverito da spagnuoli, da svizzeri e da francesi; facile per gentilezza innata ai grandi entusiasmi, aveva cominciato a venerare il duca di Savoia all'età di dieci anni, quando aveva visto la sua città fremere di gioia all'annunzio sfolgorante della vittoria di San Quintino; e la sua venerazione giovanile per quel principe glorioso che dai confini di Picardia faceva balenare come una speranza la sua spada vincitrice alla patria lontana, le era venuta crescendo nel cuore, coll'ingigantire di quella gloria, fin che oramai essa viveva tutta di quell'affetto, e della fede di veder entrare un giorno nella sua città rifatta libera e piemontese il “grande„ duca di Savoia. Suo padre si ricordava d'averlo visto a Nizza nel 1535, un anno prima della caduta di Pinerolo, in compagnia di Aimone di Ginevra, barone di Lullins, suo precettore, quando non aveva che sette anni, e lo chiamavano il cardinalino, perchè destinato al sacerdozio; e lo descriveva: piccolo, gracile, d'aspetto pensieroso e nobile. Ma non poteva dare null'altro in pasto alla curiosità ardente della figliuola, smaniosa di ragguagli minuti intorno al capitano, al sovrano e all'uomo; e però essa affollava di domande, timide, ma incalzanti, lo straniero benvenuto, facendosi rimproverar sovente da sua madre, alla quale pareva poco conveniente a una ragazza e poco rispettosa per un nobile quella perpetua interrogazione. No, a lei non pareva possibile che quel signore, col quale parlava, avesse proprio veduto e inteso parlare Emanuele Filiberto a pochi passi di distanza, su quel campo di battaglia famoso, dov'egli aveva tenute in pugno e decise le sorti della Spagna e della Francia, pigliando in una sola formidabile retata tutto il possente esercito del conestabile di Montmorency. Era nondimeno vero, grazie a Dio; il Benavides, ufficiale a diciott'anni, aveva fatto parte del seguito del barone di Brederode, morto a San Quintino; era stato testimonio dell'atto superbamente ardito del Duca, quando, la mattina del dieci agosto, cacciatesi dentro alla corazza, senza leggerle, le relazioni dei generali che gli stavano attorno, tutti concordi a consigliarlo di non attaccare battaglia, aveva gridato ai trombettieri, alzando la spada: — Sonate l'assalto! — l'aveva visto correre in aiuto, lanciando il cavallo a pancia a terra, ai conti di Egmont e di Pandeveaux, che stavan per essere soverchiati; avrebbe potuto disegnare pezzo per pezzo la sua armatura, e sapeva imitare benissimo la sua pronunzia spagnola, che risentiva più della francese che dell'italiana. Ma dunque, com'era proprio, a ventinove anni, il duca Emanuele Filiberto? Come si moveva? Come guardava? Che voce aveva? E il Benavides doveva ridire per la decima volta le medesime cose. Non alto di statura, saldo e bello delle membra, una testa scultoria, i capelli biondi un po' increspati, due piccoli occhi celesti acutissimi e scintillanti come due punte di spade, la barba folta e corta, il petto largo e sporgente, le braccia atletiche, le gambe leggerissimamente arcate, la voce, il passo, il gesto d'un uomo nato per comandare e per combattere, e per esser più temuto che amato; e pure una grazia meravigliosa d'atteggiamenti e di mosse. Nessuno aveva mai visto sui campi di battaglia un cavaliere più principescamente soldato di lui. Desto e armato avanti all'alba, infaticabile, abborrente dall'immobilità come da una tortura, parchissimo di parole, irremovibile nei suoi propositi, frenava gl'impeti di collera mordendosi a sangue le labbra, dava con un'occhiata o con una parola delle lodi che inebbriavano l'anima, degli ordini che mettevano la furia nelle vene e dei rimproveri che facevano tremare le ossa. Ed era terribile, ma giusto, e rivelava spesso in atti secreti di clemenza la bontà che non si lasciava mai uscire dalle labbra. Chi gli leggeva nell'animo lo amava, timidamente ma con devozione ostinata. Era colto: conosceva il tedesco e il fiammingo; parlava spagnuolo, italiano e francese; sapeva di latino, studiava le istorie, s'occupava di scienze. Gli eserciti che gli avevan posto il nome di “testa di ferro„ lo veneravano pure come un sapiente. Gli spagnuoli lo chiamavano el sabio. — O renderà l'anima sopra un campo di battaglia, o rialzerà la monarchia dei suoi padri — dicevano. Fin da quando sotto le mura di Ternaux aveva con una stretta della sua implacabile mano ridisciplinato in un giorno l'esercito tumultuoso di Carlo V, tutti avevan presentito vagamente ch'egli era mandato da Dio a compiere grandi cose. E quando passava per i campi a cavallo, in mezzo a quei baldanzosi reggimenti spagnuoli e fiamminghi, non prorompevano in acclamazioni e in evviva ch'egli non amava, ma gli facevano intorno un vasto spazio e un grande silenzio, in cui si sentiva il suono della sua armatura e il respiro del suo cavallo, e mille sguardi attoniti accompagnavano il suo pennacchio bianco fin che spariva in mezzo alle tende lontane.

— Un nobile principe, verdaderamente, concludeva il Benavides. — Se la Spagna deve benedirlo, il Piemonte lo può adorare. — E la signorina stava a sentire, immobile, sorridendo per nascondere la commozione, e stropicciando con le dita la borsetta e le forbici che le pendevano dalla cinturina di cuoio; e la sera, quand'era sola nella sua cameretta, alzava il lume davanti a un piccolo ritratto a stampa del duca, e gli diceva ingenuamente, con voce calda e tremola, quello che le dettava l'anima. — Tu ci renderai alla patria, Emanuele Filiberto, non è vero? Tu ti farai restituire la tua città fedele, che non t'ha mai visto, ma che t'ha sempre amato e invocato! Tu ci pensi a noi, tu ci pensasti sempre, tu la vuoi a qualunque prezzo, e la ripiglierai con la spada, se occorre, la tua Pinerolo, non è vero? mio valoroso, mio nobile, mio superbo principe, gloria del nostro sangue e speranza del nostro paese! — Ed era così bella in quell'atto, stretta nella sua veste di lana oscura, con la sua gorgierina di mussola che le s'alzava a ventaglio dietro la nuca, col viso un po' inclinato sopra una spalla, e così grande e così bionda, che se il duca di Savoia l'avesse vista, avrebbe forse proposto a Margherita di Valois una nuova damigella d'onore.

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Quella sua adorazione per Emanuele Filiberto era il tormento di un suo cugino, Antonio Lombriasco, che faceva le pratiche di notaro nello studio del padre, facendo nello stesso tempo, e con non maggiore profitto, l'occhio pio alla figliola. Il nipote cronista si piglia molto spasso di lui, celiando un poco pesantemente, alla maniera dei novellisti del suo tempo. Lo definisce: “giouine di grosso intendimento e di picolo e poerile animo„ soggiungendo poco dopo “di rideuole aspetto.„ Pare che fosse un mezz'uomo, stentito e vanesio, con un gran naso rincagnato. Persuaso che il duca di Savoia fosse la sola cagione per la quale sua cugina rifiutava come un omaggio molesto il suo giovane cuore notarile, egli aveva preso a odiarlo come un rivale e come un nemico. Quel nome di Emanuele Filiberto, ogni volta che l'udiva pronunciare, gli metteva un bruciore intollerabile alla bocca dello stomaco, e San Quintino era per lui il più infausto santo del calendario. Da principio, per gratificarsi la signorina, aveva finto anche lui una profonda ammirazione per il Duca, e provato a rincarare le lodi ogni volta che glie le sentiva intonare; ma lo faceva di così mala grazia, con una voce così ingrata, che invece di entrarle nel cuore con quell'artificio, s'era fatto pigliare in uggia peggio di prima. E allora aveva mutato registro; s'era ingegnato per un pezzo di scalzare e di abbattere il suo rivale rodendo a poco a poco col dente della critica la sua grandezza e la sua gloria. — In fin dei conti, la battaglia di San Quintino l'aveva vinta con un esercito spagnuolo; la vittoria di Gravelines era principale merito del conte di Egmont; il Piemonte si trovava sempre in pessime acque; Asti e Santhià erano ancora in mano degli spagnuoli; il “grande„ Duca non aveva nè fatto trionfare le sue ragioni sopra Ginevra, nè ritolto alla Francia Pinerolo, Savigliano e Perosa; era certamente un principe “considerevole„ ma non si poteva chiamare ancora “un grand'uomo„; bisognava aspettare dell'altro. — Ma la signorina lo rimbeccava terribilmente. — Tacete! — gli gridava coi denti stretti, tutta vermiglia d'ira, facendo sibilare col suono d'una lama mulinata il suo rapido e vigoroso dialetto subalpino — è la più insensata, la più iniqua delle ingratitudini la vostra. Fin da ragazzo egli s'è consacrato tutto alla sua patria; egli è andato in esilio per noi; egli ha ereditato un paese in pezzi e in brandelli, e ne ha fatto uno Stato; è lui che ha riscattato Torino, Chieri, Chivasso, Villanova, la Savoia, le provincie del Genevese e del Chiablese; è lui che ha fondato l'esercito, lui che ha rialzato le fortezze, lui che ha costrutte le galee che vinsero alle Curzolari, lui che ha riordinato gli statuti, ristorato l'erario, rianimati gli studi, rilevata la dignità nazionale e riacceso l'amor di patria.... scimunito. — L'ultima parola era piuttosto pensata che detta; ma il povero cugino che l'indovinava, ne rimaneva fulminato. E allora, per qualche giorno, tentava un'altra via, la cosa più ridicola di questo mondo, una certa imitazione d'ammiratore, o piuttosto uno scimmiottamento di certe abitudini e qualità esteriori del Duca: si levava presto, andava a giocare alla palla sui bastioni per fortificarsi le membra, sdegnava di aver qualsiasi riguardo per la salute, ruminava dei grandi pensieri, e parlava a monosillabi. E per un po' di tempo l'esperimento non riusciva male. Ma poi, un giorno, un dialogo di questa specie lo rovinava. La signorina domandava: — In che stato sono le strade? — Egli rispondeva: — Fango. — Ma pare che il tempo si rimetta? — Pare. — Potremo andar domani all'Abbadìa? — Forse. — Credete che ci sarà molta gente? — Credo. — Una cordiale risata della cugina lo avvertiva spietatamente che il suo gioco era scoperto, e gli riattizzava in cuore un odio rabbioso contro la testa di ferro. E l'aveva trovato, finalmente, il lato vulnerabile del Duca e della ragazza: censurava il Duca come marito, accennava vagamente alle sue amanti, una signora di Vercelli, una Doria, una Beatrice Langosco; e diceva di saperne assai più che non ne sapeva. A quelle uscite, la signorina alzava le spalle, ma corrugando la fronte e chinando il capo, e rispondeva: — Questo riguarda la Duchessa... se è vero.... — Ma le rimaneva una punta nel cuore, e non si tornava a rasserenare che riudendo la voce del Benavides, il quale le ripresentava l'eroe savoiardo nella luce pura della sua gloria.

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Ma non era possibile che una signorina piemontese appassionata per Emanuele Filiberto udisse parlar lungo tempo del suo idolo un bel gentiluomo catalano di trentacinque anni, senza che le nascesse nel cuore, come un rampollo dell'antica passione, una nuova simpatia. Il Benavides aveva perduto da pochi mesi la madre che adorava. La sua tristezza, aggiunta alla naturale gravità catalana; il pallore marmoreo del suo viso regolarissimo, reso anche più pallido da una capigliatura d'un nero orientale, e da una barba poderosa che gli saliva a metà delle guance e gl'invadeva il collo e le tempie; la dignità gentile dei suoi atteggiamenti e dei suoi modi, la sua voce robusta e melodiosa, le misero a poco a poco una certa timidezza dolce nel cuore. Aveva una strana bellezza quello straniero. Era un colosso, con l'eleganza leggiera d'un giovanetto; i suoi occhi fulminavano, e la sua voce accarezzava; aveva le membra d'un Ercole, e non faceva sentire il suono del suo passo. Passati i primi giorni, quando si presentava nel vano della porta, ch'egli riempiva tutto, e restava un momento immobile con la cappa sul braccio, chinando il mento sul collaretto di trina di Venezia, che gli si allargava sul giustacuore nero, Evelina provava una sensazione nuova e quasi dolorosa, come di due piccole ali che si agitassero rapidissimamente dentro al suo seno. E n'era quasi sdegnata con sè stessa. Il pensiero della grande diseguaglianza che era fra loro di fortuna, di nome, di famiglia, di tutto, le faceva scattare dentro tutte le forze ribelli del suo orgoglio di donna; di quell'orgoglio che soffoca e nasconde come una vergogna l'affetto senza speranza, sul quale potrebbe cader l'accusa di ambizione sciocca e impudente. Il Benavides, dal canto suo, compreso della riservatezza delicata che gli imponeva in quella casa la superiorità del suo stato e la nobile prestanza della sua età ancor giovanile, nascondeva di proposito anche quel naturale sentimento di simpatia tranquilla che la ragazza gli ispirava, e che ad ogni uomo è permesso di esprimere, o di lasciar indovinare, a qualsiasi donna. Il suo aspetto e i suoi modi non significavano che una gentilezza seriamente rispettosa, la quale avrebbe reso impossibile ogni illusione anche nel cervello di una señorita meno assennata e meno dignitosa di Evelina. Egli aveva l'aria di frequentare quella casa perchè ci sapeva di buona gente e non per altro. Era triste; non aveva sorriso; lasciava cascar la conversazione quando non lo interrogavano. Ma per fortuna di Evelina, l'argomento dei discorsi soliti era inesauribile. Dal giorno in cui Emanuele Filiberto, ragazzo, s'era gettato in ginocchio davanti a Carlo V, a Genova, supplicandolo che lo conducesse alla guerra d'Algeri, fino all'anno che correva, 1574, avevano trentadue anni della vita del Duca da ricorrere, trentadue anni pieni d'avventure da epopea e da romanzo, intorno alle quali il Benavides, legato d'amicizia con molti personaggi spagnuoli della Corte e degli eserciti, sapeva mille particolari preziosi, non noti che a pochissimi. Discorreva delle strettezze compassionevoli in cui s'era trovato il Duca al tempo del suo primo viaggio in Germania, della sua vita d'accampamento, quando comandava, appena diciottenne, la cavalleria fiamminga e borgognona contro la lega di Smalcalda, e dell'astio geloso preso contro di lui da Filippo II dopo la battaglia di San Quintino, e dei suoi viaggi avventurosi, quando tornava nei propri Stati e ne ripartiva travestito come un congiurato vagabondo, con l'angoscia nel cuore; e quando pareva che avesse tutto detto, le interrogazioni ingegnose della ragazza gli richiamavano alla mente e gli facevano dire nuove cose. Un giorno raccontava in che maniera avesse salvato Barcellona dallo sbarco notturno dei francesi; descriveva un altro giorno un suo vezzo di stropicciare l'elsa della spada quando s'impazientiva, in modo che tutti i circostanti fissavano la sua mano sinistra con trepidazione; una sera pure, aveva imitato con la penna la enorme e strana firma del Duca, che pareva fatta a colpi di pugnale, ed era fiancheggiata da un lunghissimo tratto nero inclinato simile all'asta d'un'alabarda. E ad Evelina brillava l'anima a quelle notizie, e ad ogni nuovo particolare prorompeva in una viva esclamazione; e poi rimaneva un momento pensierosa, come per risentire dentro di sè l'eco della voce che aveva parlato; e in quei momenti teneva l'occhio fisso sul cappello di feltro scuro del Benavides, appeso alla spalliera d'una seggiola; intorno al quale girava una penna nera di struzzo, fermata sul davanti per mezzo d'un piccolo anello d'oro ingemmato: un ricordo della madre morta.

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Il solo che riuscisse qualche volta a far sorridere il Benavides era il vecchio Lombriasco, con le sue tirate di politica internazionale. Dopo che aveva l'onore di quella nobile clientela spagnuola, si dava per grande partigiano della Spagna; ciò che feriva il senso delicato della figliuola, la quale si ricordava d'averlo inteso molte volte inveire con alte declamazioni contro “il mostro insaziabile„ che divorava la Lombardia dalla Sesia all'Adda, e i regni di Napoli e di Sicilia e di Sardegna, e i presidii toscani “che Dio lo faccia tristo.„ Ma il notaro non badava agli scrupoli della ragazza. — La Spagna, care mie! — esclamava, voltandosi alla moglie e alla figliuola, con la coda dell'occhio verso il cliente; — ecco la nostra alleata naturale, necessaria, perpetua. Nuestra amiga. La protettrice provvidenziale dei Duchi. Chi aveva divinato il genio guerriero di Emanuele Filiberto se non Carlo V? Chi, se non Filippo II, gli aveva fornito i mezzi di farsi glorioso e potente a benefizio del suo paese? Chi aveva imposto nel trattato di Cambray la restituzione del Piemonte, con la minaccia di ricominciare la guerra? La Corte di Madrid, insomma, non aveva mai abbandonato in tutto neppure Carlo il Buono. Aveva preso la sua parte, ma senza violenza. Si poteva dire che “usurpava„ più per necessità che per cupidigia. Gli facevan scrollare le spalle i fiorentini, i veneziani, i genovesi, e gli sforzeschi e gli estensi con le loro tenerezze francesi, manifeste o coperte. Non erano che sfoghi di dispetto, gelosia del colosso, una gran voglia d'esser liberi per fare alto e basso e mettere il mondo a soqquadro con le loro matte ambizioni. Naturalmente, non poteva patire la Francia; e in questo era sincero. Ah sì! La vista d'un francese gli metteva il cuore a traverso. Ma, in realtà, quella sua furiosa avversione derivava anche in parte da un suo rancore privato: dal fatto che, essendo egli stato anni addietro del Consiglio dei Cento, e gloriandosene sopra modo, era stato offeso mortalmente da un bisticcio ingiurioso d'un uffiziale francese, il quale, in occasione d'un litigio insorto tra il Consiglio e il Siniscalco del Re, aveva detto: Ce n'est pas un Conseil décent. Questa l'aveva serbata sullo stomaco per anni ed anni e gli tornava in gola di tanto in tanto. — Il Consiglio dei Cento! — esclamava nei giorni di cattiva luna, gesticolando dietro ai vetri, quando vedeva passare per la piazza un uffiziale francese. — Ma la vostra famosa monarchia era ancora nelle fasce, quando il Consiglio dei Cento era già in piedi, forza e decoro di Pinerolo, assemblea legislativa, supremo magistrato politico, rispettato in tutta la sua autorità da quanti passarono fra le nostre mura, da abati, da marchesi di Susa, da principi d'Acaja, da conti di Savoia! Ce n'est pas un Conseil.... décent! Ma l'avete dovuto rispettare anche voialtri, padroni illustrissimi, e sarà ancora rispettato quando non ci sarà più neppure la semenza dei Valois e degli Angiò, credetelo pure! — E se l'uffiziale francese, per caso, si voltava a guardare la finestra, lui, da savio padre di famiglia, si ritirava dalla vetrata, e continuava a sfogarsi in mezzo alla stanza. Ma non era mai tanto ameno come quando canzonava il nipote, del quale conosceva la passioncella innocua, e le comiche imitazioni del Duca. Diceva d'averlo sorpreso a lavarsi il capo con l'acquavite per fortificarsi la testa, e lo chiamava testa di ferro, battendogli la mano sulla nuca, come per sentire a che grado di durezza l'avesse già ridotta: di che il giovane andava sulle furie, e si faceva pavonazzo, che parea sul punto di schiattare.

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